Prometei. Letture del mito

prometeo-incatenato

Prometeo è colui che pensa in anticipo, l’astuto, colui che agisce di fronte alle difficoltà con l’aiuto della ragione e inseguendo uno scopo. E’ la figura opposta del fratello, Epimeteo, colui che pensa dopo, in ritardo, l’impulsivo, colui che agisce d’impulso e istintivamente.

L’astuto Prometeo è protagonista di una sfida agli dei in nome e per il bene degli umani. Raccontato mille volte in forme, modi e linguaggi differenti, il mito di Prometeo è il mito dell’astuzia (che poi sarà di Ulisse) e dell’intraprendenza, ma pure dell’arroganza e della disobbedienza. E’ il mito della tecnica e dell’ingordigia, della giustizia e del furto, della responsabilità e del fallimento.

In Prometeo si è visto il benefattore degli uomini e la causa di tutti i loro mali, il profeta dell’autonomia degli uomini e il cantore delle loro catene.

I Giapètidi: Atlante, Menezio, Promèteo, Epimetèo

Sposò Giapèto un’Ocèanina, Climène, fanciulla
dal bel malleolo, seco salí nel medesimo letto.
E quella generò Atlante dal valido senno,
poi generò Menezio coperto di gloria, e l’accorto
Promèteo scaltro, ed Epimetèo mentecatto, che prima
causa del male fu per quanti manducarono pane:
ch’egli accettò da Giove la vergine sculta nel fango.
Poi, Giove onniveggente, nell’Erebo spinse Menezio
il tracotante, su lui scagliando il suo fumido strale,
per l’arroganza sua, pel grande soperchio di forze.
Per duro fato Atlante sostiene l’amplissimo cielo,
presso all’Espèridi, voci soavi, al confin della terra:
ritto col capo lo regge, con l’infaticabili mani:
tale destino per lui stabilí l’assennato Croníde.

E d’infrangibili ceppi dogliosi avvinghiò Prometèo,
mente sottile, a metà d’una stele, e a lui sopra sospinse
l’aquila, il rapido augello, che il fegato ognor gli sbranava;
e il fegato immortale via via tutto attorno cresceva,
la notte, quanto il giorno sbranato ne aveva l’augello.
Ma infine al mostro alato die’ morte il figliuolo d’Alcmena,
il prode Ercole, e franco mandò da quel morbo funesto
il figlio di Giapèto, lo sciolse dai gravi cordogli:
non già contro il volere di Giove signore d’Olimpo:
questi anzi volle che sopra la terra, maggiore di prima
d’Ercole volle che fosse la gloria, del figlio di Tebe.
Dunque onorò, per questo riguardo, l’illustre figliuolo,
l’ira frenò, per quanto crucciato, che prima lo ardeva
contro Promèteo, che aveva con lui gareggiato in astuzia.

Perché, quando a Mecone contesero gli uomini e i Numi,
un gran bove offerí Promèteo, con subdola mente,
e lo spartí, traendo la mente di Giove in inganno.
Perché le carni tutte, l’entragne con l’adipe grasso
depose entro la pelle, coperte col ventre del bove,
e a lui le candide ossa spolpate, con arte di frode,
offrí, disposte a modo, nascoste nel lucido omento.

“O di Giapeto figlio, famoso fra gli uomini tutti,
quanto divario c’è, tra le parti che hai fatte, mio caro!”
Cosí Giove, l’eterno consiglio, crucciato gli disse
E gli rispose cosí Promèteo, lo scaltro pensiero,
dolce ridendo, né fu dell’arti di frode oblioso:
“Illustre Giove, sommo fra i Numi che vivono eterni,
scegli quello che piú ti dice di scegliere il cuore”.
Disse, tramando l’inganno;
ma Giove, l’eterno consiglio,
bene avvisata la frode, ché non gli sfuggí, nel suo cuore
sciagure meditò contro gli uomini; e furon compiute.
Il bianco adipe, dunque, levò con entrambe le mani,
e si crucciò nel cuore, di bile avvampò, quando l’ossa
del bue candide scorse, composte con arte di frode.
Di qui l’usanza venne che sopra gli altari fragranti
bruciano l’ossa bianche dei bovi i mortali ai Celesti.

E nel suo cruccio, Giove che i nugoli aduna, gli disse:
“O di Giapèto figlio, che sei d’ogni cosa maestro,
dunque obliata non hai, caro amico, la tua frodolenza”.
Cosí, crucciato, il Dio dagli eterni consigli diceva;
e da quel giorno, mai non dimenticando la frode,
agli uomini tapini che vivono sopra la terra,
nati a morire, la forza negò dell’indomito fuoco.

Ma l’inganno di Giapèto l’accorto figliuolo, e la vampa
che lunge brilla, a lui furò dell’indòmito fuoco,
entro una ferula cava.
Nel mezzo del cuore fu morso
Giove che freme dall’alto, di bile fu pieno il suo cuore,
come fra gli uomini vide la vampa che fulge lontano;
e un male, a trar vendetta del fuoco, creò pei mortali.

Un simulacro plasmò con la terra l’insigne Ambidestro,
simile ad una fanciulla pudica: lo volle il Croníde.
La cinse e l’adornò la Diva occhiglauca Atèna,
con una candida veste, sul capo le pose una mitra
istorïata con le sue mani, stupenda a vederla,
e su la fronte corone le pose Pàllade Atèna
di fiori, appena appena spiccati dall’erba fiorente.
E d’oro un dïadema le cinse d’intorno alla fronte,
che avea per lei foggiato l’artefice insigne ambidestro,
con le sue proprie mani, per far cosa grata al Croníde.
In esso molte fiere scolpite con arte stupenda
erano, molte, quante ne nutrono il mare e la terra:
tante scolpite ne aveva, fulgendone somma bellezza,
meravigliosa; e tutte sembrava che avessero voce.

Poscia, com’ebbe scolpito quel bello ma tristo malanno,
addusse ov’eran gli altri Celesti e i mortali la donna,
tutta dei fregi ornata d’Atèna dagli occhi azzurrini.
E meraviglia colse le genti mortali ed i Numi,
quando l’eccelsa frode funesta agli umani fu vista.
Da questa derivò delle tenere donne la stirpe,
la razza derivò, la donnesca genía rovinosa,
grande iattura, che vive fra gli uomini nati a morire,
che della povertà compagne non son, ma del lusso.
Come allorché nei loro profondi alveari, le pecchie
nutrono i pigri fuchi, compagni d’ogni opera trista:
esse l’intero dí, sin che il sole si tuffa nel mare,
sinché la luce brilla, riempiono i candidi favi;
e, rimanendo i fuchi nel fondo agli ombrosi alveari,
mèsse nel ventre fanno di ciò che raccolsero l’altre:
similmente, a danno degli uomini, Giove che tuona
dal ciel, pose le donne, compagne d’ogni opera trista.

E un altro male, invece d’un bene, anche inflisse ai mortali:
chi, per fuggire i tanti pensier’ che le femmine dànno,
schiva le nozze, e giunge soletto all’esosa vecchiezza,
non ha, seppure nulla gli manca, nessun che l’assista;
e quando viene a morte, dividon lontani parenti
fra lor la sua sostanza. Chi poi vuol marito il destino,
quand’anche abbia una moglie pudica, di mente assennata,
col tempo, anche per lui si bilanciano il bene ed il male.

Ma quello che s’imbatte con una di trista genía,
nutre, per tutta quanta la vita, una smania nel seno,
nell’animo , nel cuore, rimedio non c’è del suo male.

Né trasgredire si può, né frustrare il volere di Giove.
Neanche Prometèo, di Giapeto il benefico figlio,
all’implacato suo sdegno sfuggí: con fatale potenza
immani ceppi lui costrinsero; e tanto era scaltro.

 

  • il prometeo incatenato di Eschilo.
    In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dai nuovi dei, che pretendono di piegare ogni cosa alla loro volontà.[1] Nell’opera è presentato il solo punto di vista del protagonista, che ripete la propria avversione per Zeus di fronte a numerosi personaggi, ma che appare portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco.
    Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus: una figura ben diversa da quella che appare nella Teogonia di Esiodo, in cui il titano è presentato come un briccone che sfida gli dei in una gara d’astuzia nella quale ad uscire perdente sarà proprio il genere umano. L’identificazione dello spettatore in Prometeo avviene in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso; Prometeo appare così come un eroe confinato in un sistema di valori arcaico, dove l’ambizione a un di più è considerata un atto di tracotanza (hybris).

 

 

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