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Se è vero che viviamo nell’era della post-verità

Il termine post-verità denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica.

In un epoca che rivendica pervicacemente la pretesa di poter conoscere tutto e tutto oggettivamente misurare, sembra paradossale che l’Oxford Dictionary abbia assegnato il titolo di «parola dell’anno 2016» al lessema post-truth. La scelta di Oxford è giustificata dall’incremento esponenziale della frequenza  con cui nell’ultimo anno l’espressione post-truth è comparsa nel dibattito pubblico internazionale, particolarmente in riferimento al referendum sulla Brexit e alle elezioni americane. I due eventi hanno portato in effetti molti commentatori a sostenere che la storia abbia ormai varcato la soglia di un’era in cui la corrispondenza della comunicazione alla verità dei fatti conta sempre di meno, un’era in cui a produrre le decisioni (politiche, economiche, culturali) dei singoli e delle masse sono invece le emozioni (mi piace!) che vengono suscitate ad arte e propagate attraverso gli algoritmi dei social network e dei motori di ricerca: l’era, appunto, della post-verità.

Che il potere sia tale anche (e forse soprattutto) perché capace di controllare l’informazione, condizionare i giudizi e dunque produrre il consenso, non è certo una novità: basta ripensare alla Retorica di Aristotele o alla polemica platonica contro il relativismo opportunistico dei sofisti, per ricordarci che questa è invece una costante nella storia della civiltà occidentale. Ma è comunque positivo che questa rinnovata consapevolezza abbia stimolato un interessante dibattito sui rischi che tutto ciò comporta nella democrazia del villaggio globale. Esperti e opinionisti concordano tutti sulla necessità di verificare le informazioni: molti si appellano alla responsabilità individuale dei cittadini, mentre altri, dubitando della concreta possibilità di trasformarci tutti in giornalisti d’inchiesta, si affiderebbero volentieri alla professionalità degli organi di informazione «seri». Qualcuno confida nella capacità della rete stessa di agire un controllo orizzontale, mentre altre voci chiedono addirittura l’istituzione di organismi pubblici di garanzia, suscitando i timori di chi, con buona ragione, scorge in simili proposte la rievocazione della censura e dunque un inaccettabile regresso del diritto alla libertà di parola. La discussione è animata e articolata e proprio per questo stupisce che quasi nessuno si sia riferito a un possibile ruolo della scuola. I pochi che lo hanno fatto, hanno perlopiù riconosciuto alla scuola il compito di trasferire agli studenti specifici strumenti di comprensione e analisi della realtà (la matematica, le scienze, le lingue, la storia…) e, più in generale, di contribuire a costruire uno «spirito critico» (il metodo, la ricerca, il dubbio…).  Tutto questo è sicuramente fondamentale e irrinunciabile, se si vuole arginare la deriva demagogica e quindi totalitaria che comporta la rinuncia al criterio della verità e l’appello all’emotività. Tuttavia, a scuola non possiamo fermarci a questo soltanto e non considerare anche che, se nell’epoca della post-verità nulla è più vero, allora si apre uno spazio in cui tutto può essere vero. «Ancora sono ben lontani costoro dall’essere spiriti liberi: poiché ancora essi credono alla verità». Così scriveva Nietzsche nella sua Genealogia della Morale, disprezzando l’atteggiamento immobile, conservatore e servile a cui mette capo l’idolo dogmatico della verità. La scoperta dell’assenza reale di una verità, una, evidente e indiscutibile, è l’unico terreno fertile in cui può germogliare il seme della libertà. Se dunque abitiamo l’era della post-verità, la scuola si deve – finalmente – far carico di annaffiare quel seme, affinché possa generare uomini e donne capaci di sopravvivere alle incognite del mare aperto, di immaginare e realizzare nuove possibilità, di assumersi la responsabilità di (re-)inventare se stessi. Per esserne all’altezza, tuttavia, chi fa scuola dovrebbe – per primo – rimettersi in discussione e riconoscere che anche le sue verità, le sue certezze consolidate e le sue innovative illuminazioni, potrebbero …non essere vere.

 

nicola zuin, gennaio 2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 492 di UCT

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