L’abbiccì

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Una semplice A, che tuttavia doveva avere proporzioni precisissime.

Quegli occhiali a goccia, impenetrabili, sembrarono muoversi da soli verso la cattedra, creando un silenzio gelido che fu interrotto soltanto dal suo secco «buongiorno!» e dalla nostra risposta in coro.

Bastò vederlo entrare in classe perché tutte le nostre paure si materializzassero nella forma dei suoi Ray Ban verde scuro. Quegli occhiali a goccia, impenetrabili, sembrarono muoversi da soli verso la cattedra, creando un silenzio gelido che fu interrotto soltanto dal suo secco «buongiorno!» e dalla nostra risposta in coro. Poi fu di nuovo silenzio assoluto, mentre lui si sedette e compilò il registro. Realizzammo in quell’istante che la montatura dorata poggiava su una testa completamente calva. Eravamo in prima media e lui si chiamava Casonato, aveva la erre moscia e sarebbe stato il nostro professore di educazione tecnica. In quella prima lezione ci dettò la lista del materiale che avremmo dovuto procurarci: tre diversi tipi di mine 0.1, squadrette di varia foggia, una gomma bianca, compasso con la vite, fogli da disegno rigorosamente lisci e bianchi, carta millimetrata. Fin qui tutto normale, ma perché ci aveva chiesto di portare anche una bottiglia grande di detergente per i vetri, un rettangolo di compensato 7×4, un foglio di carta vetrata finissima, uno straccio da cucina e un panno di cotone bianco? Non osammo fare domande.

Nella lezione successiva ci guidò nella costruzione di un raschietto e ci mostrò minuziosamente come avremo dovuto usarlo per fare la punta alla mina. Con gli stracci e il detergente ci insegnò a pulire banco e righelli. Per un paio di settimane facemmo solo questo: la punta alla matita e la pulizia del materiale. Ormai eravamo certi di trovarci di fronte un pazzo, fissato con l’igiene che non conosceva l’esistenza dei temperamatite. Ci convincemmo anche che gli occhiali scuri servissero a nascondere un occhio di vetro. Ma il peggio doveva ancora venire: il professor Casonato ci insegnò a disegnare sulla carta millimetrata un’enorme A maiuscola: una semplice A, che tuttavia doveva avere proporzioni precisissime. Poi dovemmo riprodurre le stesse proporzioni su scala sempre più piccola, fino a meno di mezzo centimetro. Poi fu la volta della B e così via fino alla Z. In seguito vennero le minuscole e infine numeri. Per tutto il primo quadrimestre ci costrinse a scrivere e riscrivere l’alfabeto, in classe e a casa: decine, centinaia, migliaia di alfabeti che lui correggeva minuziosamente con terribili segnacci rossi. Di ritorno dalle vacanze di Natale ci insegnò con la stessa ossessiva precisione la procedura per squadrare i fogli col compasso e soltanto dopo alcune settimane di esercizio ci consentì di disegnare il primo triangolo sul quadrante in alto a sinistra della tavola. Probabilmente avremmo anche potuto rassegnarci, se non fosse stato per i continui sfottò che ci rivolgevano i ragazzi dell’altra prima: loro avevano un prof. normale, uno simpatico, che non si metteva gli occhiali da sole in classe, e già da ottobre disegnavano complesse proiezioni ortogonali, usavano fogli già squadrati e matite con la micromina (quella sottile che non si tempera) e soprattutto non avevano mai dovuto scrivere nemmeno un alfabeto. Comunque sia, le operazioni di pulizia e squadratura divennero per tutti noi rapide ed efficaci abitudini e gradualmente anche sui nostri fogli cominciarono a comparire prismi e tronchi di cono intersecanti parallelepipedi inclinati che imparammo a proiettare e ribaltare nei quadranti della tavola con linee sottilissime  e punti impercettibili. Alla fine dell’anno disegnavamo le stesse figure dell’altra classe, ma le nostre erano decisamente più ordinate, pulite e precise. Scrivere il proprio nome, la data e il numero di tavola con quelle lettere perfette senza dubbio ripagava di ogni frustrazione.

Non ricordo che il professor Casonato ci abbia mai sorriso e per certo non si tolse mai quegli occhiali scuri. Chissà… forse era solo un timido. Avevamo temuto che ci avrebbe insegnato soltanto l’alfabeto: invece è riuscito a farci imparare l’abbiccì.

nicola zuin, dicembre  2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 491 di UCT

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