Tetris

tetrislogo

Ecco cosa è successo alla teoria delle cause di Aristotele

Chi gioca per lunghi periodi di tempo a questo gioco può essere portato a ragionare involontariamente sui modi di “impilare” oggetti del mondo reale

In quinta D si stava discutendo del problema della libertà della volontà, quando mi è capitato di chiedere ai ragazzi di ricordare la teoria aristotelica delle quattro cause, per poi dover constatare, con un certo sbigottimento, che nessuno era in grado di farlo. Lì per lì, mi sono rassegnato a ricostruire rapidamente quei concetti, ma alla lezione successiva ho voluto tornare sulla questione e chiedere agli studenti come è stato possibile dimenticare in pochi mesi un oggetto che, per intenderci, in filosofia ha un’importanza paragonabile a quella del teorema di Pitagora in geometria. Superato facilmente l’iniziale senso di colpa per essersi fatti trovare impreparati, gli studenti hanno tutti concordato sull’impossibilità di gestire efficacemente la mole di informazioni a cui sono sottoposti a causa del ritmo compulsivo con cui a scuola si pretende che si passi dall’analisi grammaticale a quella matematica, dalla fisica delle particelle alla poetica di Leopardi, dalle vicende della guerra dei Trent’anni alla prospettiva di Raffaello. Emiliano alla fine ha sintetizzato perfettamente dicendo che la scuola «è come giocare a Tetris».

Nella mia testa, l’immagine di quella cascata di figure geometriche da incastrare l’una sull’altra, si è subito intrecciata al dibattito che attualmente sta animando i collegi docenti di molti istituti superiori e che riguarda la possibilità di organizzare l’orario scolastico su cinque giorni anziché sui tradizionali sei. Infatti, l’aspetto più interessante che mi è parso di cogliere in tale discussione è che i propugnatori dell’una e dell’altra opzione, utilizzano tutti la stessa argomentazione, ognuno sostenendo che quella specifica organizzazione sarebbe la più adatta a permettere ai ragazzi di fare… «tutto», intendendo con ciò, tutto il lavoro scolastico e domestico legato alle diverse discipline e assieme tutte le varie possibili attività ricreative, sportive o culturali che riempiono la vita di un adolescente.

La metafora trovata da Emiliano è davvero eccezionale, non solo perché dice della necessità di sistemare tutto in poco tempo, ma soprattutto perché, nel Tetris, se restano spazi vuoti tra i pezzi, la costruzione continua a crescere verso l’alto, tanto più stabile quanto più incompleta, riducendo ulteriormente lo spazio d’azione e aumentando così, in un circolo vizioso, la probabilità di lasciare altri spazi vuoti. Al contrario, se si fanno le mosse giuste e si incastrano bene i pezzi colorati, quel che si guadagna è che le righe completate spariscono. Ecco cosa è successo alla teoria delle cause di Aristotele: nel migliore dei casi, è sparita proprio perché i ragazzi l’avevano incastrata bene tra le mille cose da incastrare.

A scuola, mentre il numero di discipline aumenta e si gonfiano i programmi di ciascuna, la durata delle lezioni è diminuita da 60 a 50 minuti, ora si vorrebbe ridurre la settimana di un giorno e già si sta pensando anche di accorciare di un anno il percorso scolastico. Ossessionati dalla logica della miniaturizzazione e della velocizzazione dei processi, esperti, politici e amministratori si concentrano sull’organizzazione del tempo e nessuno sembra accorgersi di ciò che realmente (non) succede in quel tempo organizzato.

Incuriosito da tutto ciò, mi sono documentato e ho scoperto che esiste in psicologia un cosiddetto «effetto Tetris» che colpisce chi, giocando a lungo a questo gioco, può essere portato a ragionare involontariamente sui modi di «impilare» oggetti del mondo reale, oppure può può capitargli di vedere oggetti geometrici in movimento. E bisogna stare attenti perché, a dispetto del nome, l’effetto Tetris può essere causato non solo dal videogame, ma anche da molte altre attività, in genere caratterizzate da ripetitività, velocità e ritmicità. La cosa più terrificante, tuttavia, è forse un’altra ancora: è matematicamente dimostrato, infatti, che una partita di Tetris si conclude certamente con una sconfitta del giocatore.

nicola zuin, novembre  2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 490 di UCT

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Un pensiero su “Tetris

  1. Buonasera,
    la ringrazio per avermi citato nel suo articolo e mi scuso se non mi sono accorto prima della sua pubblicazione. La sua riflessione ha completato in maniera esauriente il mio intervento facendomi notare aspetti che non avevo considerato quando avevo pensato il mio intervento, inoltre mi ha fatto in parte riconsiderare il mio parere su ore, settimane e percorsi scolastici accorciati. Sono da sempre un sostenitore della settimana corta e della riduzione a quattro anni dei percorsi di scuola superiore (seppur con un po’ di riserbo su quest’ultima proposta) ma solo ora noto che queste misure seguono la stessa logica delle continue aggiunte fatte ai programmi scolastici ovvero quella di rendere la scuola più “efficiente”, quasi si trattasse di una fabbrica, e se già di per sè quest’idea è discutibile diventa un sicuro fallimento (a spese di studenti ed insegnanti) quando viene applicato da amministratori che spesso hanno dimostrato di non essere all’altezza del loro ruolo.

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