Su la testa

A Marco Iacomino,
insegnante amatissimo, insostituibile amico e compagno di lotta”. 

nastro

Ci abbiamo creduto. E abbiamo lottato a lungo per continuare a crederci. Volevamo “essere parte di tutte le cose”, come recitava il nostro motto. Dentro la scuola, innanzitutto; ma non solo. Ci sembrava la stagione giusta, e per tanti versi lo era: dopo anni di narcosi collettiva, saltuariamente interrotta da qualche velleitario tentativo di protesta sotto forma di scioperi (per altro sistematicamente ignorati), finalmente tra insegnanti e studenti si respirava un’aria frizzante, un fermento che prometteva bene. L’occasione, assai propizia e da cogliere al volo, ci venne dal “nuovo corso” della politica scolastica trentina, incarnata dall’allora Presidente della Giunta Provinciale, Lorenzo Dellai, e dalla sua fedelissima scudiera, l’Assessora all’Istruzione Marta Dalmaso, che vantava un passato di insegnante nelle scuole private confessionali. Una ragione in più, per noi affezionati alla scuola pubblica, laica e democratica, per affilare le armi.

Al principio, la nostra lotta aveva un sapore carbonaro: incontri quasi clandestini, tra pochi insegnanti combattivi, nei corridoi delle scuole o nelle aule docenti; scambi di opinioni via mail e lunghe telefonate; appuntamenti improvvisati con gli studenti del Collettivo studentesco. Poi, a poco a poco e quasi senza che ce ne rendessimo conto, cominciammo ad essere ascoltati, e seguiti. Le nostre idee per una riforma della scuola che partisse dal basso, pensata e voluta da chi tra i banchi vive e lavora ogni giorno, anziché imposta dalle logiche neoaziendaliste del Palazzo, trovavano un consenso crescente. Così, sull’onda di un entusiasmo che, a pensarci oggi, mette una gran nostalgia, decidemmo di darci un nome: Stati Generali della Scuola Trentina, in omaggio ai rivoluzionari francesi. Senza enfasi né presunzione, ma spinti soltanto da una convinzione: bisognava reagire al tentativo di trasformare la scuola in un’azienda, gli insegnanti in impiegati del sapere, gli studenti in automi da avviare senza indugi, come amavano dire i Sacerdoti della Nuova Pedagogia, verso il promettente (a loro dire) “mondo del lavoro”.

Nel giro di un anno o poco più, tra assemblee sempre più partecipate, interventi infuocati da parte dei “nostri” nei collegi docenti, iniziative che puntavano, forse per la prima volta, anche sull’originalità – la più indimenticabile, la “biciclettata” organizzata per dar voce alla protesta, rallentando il traffico con giri ripetuti attorno alla fontana del Nettuno e poi lungo le vie di Trento, sotto gli sguardi un po’ inferociti e un po’ curiosi degli automobilisti – la voce degli Stati Generali cominciò a diventare un punto di riferimento per molti: non solo per i tanti insegnanti precari, prime vittime di un Sistema che li sfrutta(va) sistematicamente per anni senza da loro alcuna prospettiva, ma anche per tutti quelli che, sebbene ormai di ruolo, erano stanchi delle promesse e degli accordi sottoscritti da Sindacati che con quel Sistema andavano a braccetto, e cercavano un nuovo punto di riferimento.

Gli organi di stampa ci davano uno spazio e una visibilità inimmaginabili, forse sproporzionati alla reale consistenza, in termini di numeri, del nostro movimento; e noi – a volte anche bluffando, ora lo possiamo confessare – ne approfittavamo, facendo leva su quella che, probabilmente, è stata la nostra grande forza ma, alla fine, anche la nostra condanna: il coraggio – e l’ingenua sfrontatezza – di lanciare una proposta radicale, senza compromessi, tesa a raggiungere un solo, chiaro obiettivo: una scuola più giusta, più equa, che sapesse rinnovarsi senza lasciare per strada i sacrosanti diritti acquisiti in anni ormai lontani e desse spazio al merito, alla fantasia, alla partecipazione.

Il fantasma degli Stati Generali si aggirava per il Trentino. I rappresentanti dei Sindacati confederali – in particolare di Cgil e Cisl – ci guardavamo con disprezzo, ma sotto sotto – e il loro nervosismo nelle occasioni in cui ci si incrociava era lì a dimostrarlo – ci temevano, perché sapevamo raccontare le cose come stavano davvero; i giornalisti ci telefonavano quasi ogni giorno per conoscere la nostra opinione su questo o quell’aspetto della riforma della scuola in salsa trentina e gli studenti ci invitavano alle loro assemblee. L’unica a ignorarci era l’Assessora. «Per me – ci disse una volta senza mezzi termini, incalzata (e irritata) dalle nostre domande – voi non rappresentate nessuno, io parlo soltanto con le organizzazioni sindacali ufficialmente riconosciute. Arrivederci».

E noi, anziché desistere, raccogliemmo la sfida, e alzammo l’asticella: “se per degnarci della sua attenzione dobbiamo diventare un sindacato vero, con tanto di iscritti e di tessere, allora che sindacato sia!”, proclamammo durante una conferenza stampa improvvisata e subito amplificata da giornali e tv locali. Era il giugno del 2012. Era il nostro più grande bluff.

“E ora che si fa?”, ci chiedemmo davanti a due birre fresche, seduti al tavolino di un bar del centro. La risposta arrivò sola, come qualche volta accade nella vita: Maurizio Valentinotti, segretario generale di Fenalt, il sindacato autonomo dei dipendenti pubblici con fama di grande combattività, ci telefonò per chiederci di entrare nella sua organizzazione, mantenendo però il nostro nome, la nostra identità e, soprattutto, totale autonomia di movimento. Fenalt avrebbe avuto la possibilità di avere una rappresentanza nel mondo della scuola; noi, il diritto di poter parlare con l’Assessora e l’opportunità, se nel giro di tre anni avessimo ottenuto il numero di iscritti sufficienti, di «sederci al tavolo» delle trattative, assieme agli altri sindacati. Un modo per concretizzare due anni di battaglie e, soprattutto, per poter incidere concretamente sulle decisioni relative alla scuola trentina.

Per quanto consapevoli del rischio che quella proposta comportava – nessuno di noi aveva alcuna esperienza sindacale, né l’ambizione o il desiderio di lasciare il mestiere di insegnante per dedicarsi a tempo pieno a quell’attività –  decidemmo di sottoporla al giudizio dell’assemblea, come era nostra abitudine. E la risposta fu un sì netto e inequivocabile. Era iniziata la “fase 2” degli Stati Generali.

La generosa struttura e l’esperienza di Fenalt ci consentirono un notevole salto di qualità nell’organizzazione delle nostre iniziative. Ci rendemmo presto conto, però, che fare il sindacato implica anche occuparsi dei problemi dei singoli iscritti, supportarli nelle innumerevoli situazioni di conflitto coi presidi o l’amministrazione, offrire costante assistenza e consulenza. Tanto più che quel fermento e quella voglia di partecipare e di costruire «una scuola migliore» cominciarono all’improvviso a scemare dai corridoi delle scuole, sostituiti da un atteggiamento più arrendevole e quasi rinunciatario. Il movimento studentesco faticava a ritrovare spinta e coordinazione, mentre anche il fronte degli insegnanti si sgretolava nei mille rivoli delle rivendicazioni particolari, preferendo la lamentela alla discussione e le aule dei tribunali alle assemblee. Anche il dibattito pubblico e l’attenzione dei media disertavano volentieri i temi della scuola, se non per recitare in coro i nuovi mantra del trilinguismo e dell’alternanza scuola-lavoro, imposti dalla nuova amministrazione. Nel frattempo, infatti, Ugo Rossi aveva riassunto nella sua persona i ruoli del principe e della scudiera, rendendo, se possibile, ancora più impenetrabile il muro che separa le stanze del potere dalle aule della scuola.

Ancora un sussulto di protesta l’ha provocato la cosiddetta Buona Scuola di Renzi: tutta la retorica nuovista che l’aveva accompagnata non era riuscita a nascondere, agli occhi di chi la scuola la conosce bene, la sua sostanza reazionaria e pericolosa. Ma l’arroganza con cui, prima il governo di Roma e poi quello di Trento, hanno tirato dritto di fronte alle plateali manifestazioni di insegnanti, studenti e cittadini, ha sferrato il colpo di grazia al cuore di chi ancora sperava di poter difendere la scuola della costituzione e del pensiero critico.

In un contesto così mutato, un sindacato di lotta aveva evidentemente minori attrattive e, nonostante i colleghi ci riconoscessero sempre la bontà delle idee e l’audacia dell’azione, gli iscritti faticarono ad aumentare, così che, alla scadenza del triennio, – sebbene di poco – non avevamo raggiunto i numeri sufficienti per ottenere la rappresentatività. Fedeli al nostro DNA, rifiutammo i compromessi al ribasso che avrebbero comportato le nozze all’ultimo minuto con altri sindacati e a maggior ragione non ci aggrappammo alle cordate avvelenate di transfughi in cerca di comode poltrone.

Avevamo fallito l’obiettivo di arrivare al tavolo delle trattative, ma a questo eravamo pronti: coltivare le idee è sempre un lavoro lungo e richiede di mettere in conto anche qualche sconfitta e delusione. In questo caso, però, avevamo visto svanire il sogno di una scuola che alza la testa e non si lascia calpestare.

Un’ultima assemblea, gli ultimi giorni di scuola, ha deliberato la fine degli Stati Generali. Almeno fino a quando, magari oggi stesso, non sentiremo di nuovo quell’aria frizzante levarsi e aprire le finestre delle nostre aule.

nicola zuin e alessandro genovese, s 2016ettembre
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 488 di UCT

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