se il mezzo diventa un fine

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In teoria, i ragazzi tutto questo lo capiscono, ma sanno anche che, in pratica, quel che conta sono i voti…

Un salto nel voto

Alberto stavolta l’ha combinata grossa. La settimana scorsa, la prof. ha consegnato le verifiche e ha svolto in classe gli esercizi per consentire ai ragazzi di capire dove avevano sbagliato. Alberto – che aveva preso l’insufficienza – ha guardato la lavagna e ha completato seduta stante il suo compito, per poi andare dalla professoressa, accusandola di non aver corretto alcune parti del suo elaborato e chiedendole di rivedere il voto di conseguenza. Ma la prof., che evidentemente sospettava qualcosa, aveva fotocopiato le verifiche prima di riconsegnarle e così si è accorta dell’imbroglio: ha avvisato il preside, il quale ha subito convocato un consiglio di classe straordinario, che ha votato all’unanimità la proposta di due giorni di sospensione dalle lezioni con l’obbligo di compilare una ricerca sulle implicazioni morali e giuridiche della contraffazione di un atto pubblico. È giusto che a un gesto così grave debba corrispondere un provvedimento severo, tuttavia sarebbe troppo facile pensare che si tratti soltanto di un caso di condotta individuale. Non si può non riconoscere, infatti, che questo episodio, proprio per il suo carattere eccezionale ed estremo, è rivelatore di un fenomeno in realtà molto più complesso e trasversale.

Se lo sentono ripetere da sempre, da tutti quanti e in tutte le salse, che bisogna studiare giorno per giorno ed evitare le immersioni dell’ultimo minuto, che bisogna approfondire e riflettere e non imparare a memoria, che studiare non è un castigo divino, ma un’opportunità per crescere e diventare persone migliori e consapevoli. In teoria, i ragazzi tutto questo lo capiscono, ma sanno anche che, in pratica, quel che conta sono i voti… e i voti si prendono solo con i compiti in classe e le interrogazioni. Le appassionate raccomandazioni di genitori e insegnanti rischiano infatti di suonare vuote e retoriche, se calate in una realtà che pare proprio andare nella direzione opposta. Prima di scomodare sociologi e moralisti e senza avventurarsi nell’ennesima e dunque inutile disanima dei mali endemici della nostra società e della nostra epoca, per provare a capire quello succede a scuola, forse è utile riflettere sul modo in cui, proprio la scuola, è cambiata e sta cambiando. Non si tratta di essere nostalgici di un bel tempo antico, che non c’è mai stato, o al contrario immaginare una scuola dei sogni, che non ci sarà mai. Sappiamo bene che senza verifiche ed esami nessuno di noi studierebbe di sua spontanea volontà: è normale, perché i ragazzi, per loro natura, preferiscono passare i pomeriggi al campetto, o in giro, a giocare, a chiacchierare, a pomiciare, a guardare la tv o al limite anche a dormire. Le verifiche hanno anche questa funzione, chiamiamola motivazionale, oltre che servire a misurare le conoscenze e le capacità degli studenti. Il punto è che ciò che dovrebbe essere solo un mezzo, è diventato un fine: in molti casi, l’unico fine. E non solo per gli studenti. Questa vera e propria rivoluzione copernicana della didattica si è realizzata poco a poco, attraverso mutamenti apparentemente innocui. La moltiplicazione delle discipline nei piani di studio fin dalle elementari e la conseguente riduzione del tempo a disposizione di ciascuna. La progressiva introduzione di un linguaggio aziendale e l’assunzione a dogma dell’idea di una scuola orientata al lavoro, che inevitabilmente porta con sé la distinzione tra discipline di serie A e di serie B, in funzione di una supposta maggiore utilità delle prime. Soprattutto, si è affermata una autentica ossessione per l’oggettività della valutazione. Di fatto, agli insegnanti non viene più riconosciuta l’abilità professionale di valutare, cioè di distinguere, pesare e misurare le capacità e l’impegno degli studenti. Perciò, la sedicente scienza docimologica, impone che che si debba ricorrere al registro elettronico che calcola automaticamente la media matematica, alle griglie di valutazione che rendono trasparente il giudizio, alle prove Invalsi che offrono misurazioni standard, ai test e ai quiz che non lasciano spazio all’interpretazione.

Può sembrare moderno e desiderabile, ma l’inseguimento di un modello efficientistico, con tanto di valutazione geometrica e asettica della prestazione, sta producendo una trasformazione mostruosa della vita scolastica e della relazione tra insegnanti e studenti. Alberto ha barato e non è giustificabile, ha provato a vincere la coppa tagliando per la scorciatoia. Ma il problema vero è che questa nuova scuola non è più capace di raccontare che la coppa, e in fondo anche la gara, sono solo un pretesto per correre.

nicola zuin, ottobre 2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 489 di UCT

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