A scuola di utopia

day_and_night

L’idea, quest’anno, era di organizzare i nostri incontri filosofici coniugandoli con delle brevi passeggiate in montagna: ma poi Carla, la vulcanica bibliotecaria di Pinzolo, ha dovuto rinunciare al piccolo trekking (per non meglio precisati motivi tecnici) e ritornare alla consolidata formula dell’aperitivo filosofico. La location individuata è il Birrificio Val Rendena. Da diversi anni, ormai, il mio amico Alessandro Genovese ed io, proponiamo alle biblioteche dei percorsi di letture filosofiche e ormai abbiamo sperimentato sale consiliari, gelaterie, osterie, chiostri medievali, sale di lettura e musei, ma una fabbrica – per di più di birra – non ci era ancora capitata, per cui quella mattina siamo saliti in valle con una certa curiosità. Quando però abbiamo visto la stradina addentrarsi tra i capannoni e poi le panchine preparate in un piazzale solitamente adibito a parcheggio – devo ammetterlo – ci siamo un po’ scoraggiati. Questione di un attimo: il tempo di accorgerci che c’era già un pubblico piuttosto numeroso che ci stava aspettando, e poi scoprire che Paolo e Claudio, due gemelli pressoché identici e titolari del birrificio, sono due vecchi ex-studenti di Alessandro.

Il percorso che abbiamo preparato stavolta si intitola «Utopia e Distopia. Sogni e narrazioni di mondi diversi»: un piccolo tributo per i cinquecento anni dell’opera di Thomas More, ma soprattutto il tentativo di confrontarci con un tema che si preannunciava particolarmente fertile e per altro già al centro di interessanti iniziative, prima tra tutte quella promossa dalla casa editrice «Il Margine».  Si tratta di una nostra personalissima esplorazione nei territori della filosofia, del cinema, dell’arte e della letteratura, per guardare come, da Platone ad oggi, la civiltà occidentale ha immaginato di costruire la città ideale e, parallelamente, immergerci nei peggiori incubi totalitari e apocalittici mai concepiti. Al primo impatto, utopia e distopia si mostrano come movimenti del pensiero e del discorso che procedono in direzione opposta e tuttavia, come spesso succede ai contrari, queste due linee finiscono per incontrarsi a tracciare un percorso circolare, incontrandosi e fondendosi nella critica a ciò che è reale e presente: di fronte a un mondo che non ci piace, nell’utopia immaginiamo un modello paradigmatico, positivo ma impossibile, privo degli aspetti che consideriamo negativi, nella distopia ne immaginiamo uno in cui quegli stessi elementi sono esasperati e resi mostruosi, portati al limite estremo, soltanto al fine però di renderceli evidenti. Il discorso si sposta così, inevitabilmente, sui protagonisti di quei mondi immaginari e apparentemente così lontani, per scoprire che le loro grandezze e le loro miserie, così come le loro speranze e le loro paure, sono proprio identiche alle nostre.

Sarà pure per una deformazione professionale, ma a noi pare che, alla fine, tutto questo abbia molto a che vedere con la scuola: prima di tutto perché l’educazione, la ricerca, la libertà di pensiero, sono infatti tra i principali ingredienti di tutte le storie che abbiamo incontrato nel nostro percorso, sia quando diventano gli architravi su cui poggiano la costituzione e la vita della città perfetta, sia quando la loro negazione è la forma assunta dal  terrore e dall’oppressione. Confrontarsi con l’utopia implica discutere di felicità e di giustizia, di scienza e di architettura, di storia e di economia. Ma vale anche il contrario.  E poi, quali altri obiettivi si può concretamente prefiggere, la scuola, se non tramandare e coltivare i sogni più belli dell’umanità e assieme costruire gli anticorpi che ci possano preservare dalle nostre più pericolose tentazioni? Cosa altro possiamo voler insegnare ai nostri ragazzi, se non a guardarsi dentro, a riconoscere il bello e a continuare a pensare che un altro mondo è possibile?

nicola zuin, agosto 2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 487 di UCT

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