Non obbedisco

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Quando arriva il momento di leggere Che cos’è l’illuminismo? di Kant, entro in classe più contento del solito, già pregustando l’effetto di quelle parole sui miei studenti: «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza». È un inno al libero pensiero, un’esortazione alla critica, un appello a liberarci dalle catene del dogmatismo e del conformismo. Catene che – specifica il filosofo – sono imputabili soltanto a noi stessi, alla nostra pigrizia, che trova più facile lasciarsi guidare da qualcuno, piuttosto che assumersi la responsabilità di decidere.

«L’ultima volta che ho esercitato la mia intelligenza – ha commentato oggi Rocco in quarta A – mi sono beccato una nota sul registro. Quindi prof. mi sa che non lo farò più». Cosa potevo rispondergli? Ho provato a barcamenarmi, a spiegare che Kant si riferisce alla sfera del dibattito pubblico e non auspica certo un individualismo anarchico in cui ognuno possa pensare e agire come gli pare. Ma l’obiezione di Rocco, in realtà, ci costringe a una riflessione che ci porta ben aldilà della lezione su Kant, ancora una volta a interrogarci sul senso della scuola e dell’educazione, perché racconta del tratto forse più inquietante degli adolescenti che popolano nostre le aule: la loro capacità di erigere un muro di resistenza quasi impenetrabile.

Dispongono i banchi preferibilmente a file compatte e, come i soldati di una falange oplitica, si fanno scudo l’uno con l’altro, nascosti da maschere senza espressione che li rendono quasi indistinguibili l’uno dall’altro. L’imperativo è il silenzio e guai a chi collabora più del necessario, perché metterebbe a repentaglio tutti gli altri. L’immagine appiattisce una realtà più variegata ed esaspera un po’ i toni, lo riconosco, ma serve a rendere l’idea di studenti che si sentono assediati e che cercano in questo modo di difendere il bottino (la pagella) e la città (la loro identità celata). L’obbedienza, l’accettazione passiva di modelli e linguaggi, la ripetizione meccanica di contenuti e procedure sono altrettanti elementi di una corazza con cui troppo spesso gli studenti si proteggono da ciò che evidentemente percepiscono come un pericolo. Il prezzo che paghiamo tutti, però, è troppo alto perché la scuola lo possa sopportare senza abdicare alla sua funzione.

Nel febbraio del 1965, quello strano prete che aveva organizzato una scuola per consentire di studiare anche ai figli dei contadini e degli operai, rispondeva all’associazione dei cappellani militari che avevano pubblicamente accusato di viltà gli obiettori di coscienza: «Basta coi discorsi altisonanti e generici! Scendete nel pratico. Diteci cosa avete insegnato ai nostri soldati: L’obbedienza ad ogni costo? Anche quando l’ordine era il bombardamento dei civili?». Don Milani aveva capito che i ceppi più pesanti e pericolosi sono quelli che incatenano le menti dei maestri: è innanzitutto con l’esempio che stiamo insegnando ai ragazzi a rassegnarsi e a nascondersi, inseguendo un quieto vivere che rischia di essere sempre più quiete, ma sempre meno vivere. Dovremmo invece imparare che soltanto dicendo qualche No è possibile aprire lo spazio per un Sì e inventarsi e creare qualcosa di migliore. Dovremmo forse noi per primi riscoprire che «l’obbedienza non è più una virtù».

nicola zuin, maggio 2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n. 484 di UCT

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Un pensiero su “Non obbedisco

  1. Esplicativo e sintetico in termini sia sociali che filosofici ….riassunto in poche parole di Pirsig,Kant ,Nietzsche e V.Mancuso …..la verità si manifesta sempre nella semplicità e nella chiarezza

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