Per una scuola buona

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Appena si è attenuato il suono delle fanfare con cui l’anno scorso è stato lanciato il Piano per il trilinguismo, sulla scuola provinciale è calato un silenzio inquietante. Mentre il Parlamento approvava la legge della «Buona scuola» e nel resto d’Italia cominciavano a mostrarsi i primi effetti – anzitutto il piano di assunzione dei precari – chiunque abbia provato a chiedere al Dipartimento dell’Istruzione che cosa sarebbe successo in Trentino non è riuscito ad avere nessuna risposta che non fosse un invito alla pazienza, dato che la norma nazionale avrebbe dovuta essere modificata e adattata alla nostra specialità. «Giusto!», ci siamo detti tutti, è giusto prendersi il tempo necessario a fare le cose per bene: potremo sfruttare l’Autonomia provinciale per migliorare la Legge di Renzi, ma soprattutto per discutere finalmente tutti assieme di scuola, del suo ruolo sociale, delle sue prerogative, dei modi per renderla più capace di rispondere alle esigenze e alle sfide del tempo in cui viviamo.

Ma poi, all’improvviso, a metà gennaio, in Quinta Commissione si è materializzato il Presidente – nonché Assessore all’Istruzione – Ugo Rossi che, interrompendo il lungo silenzio, ha annunciato che a brevissimo cambierà tutto, anzi, praticamente tutto è già cambiato e che i tempi per recepire la «Buona scuola» sono strettissimi, perché dev’essere tutto pronto per settembre. Ma come? Ci siamo chiesti: E la riflessione? E il dibattito? E il confronto?

A quanto pare, siamo di fronte al rischio concreto di veder partorire un’altra riforma della scuola provinciale in cui gli obiettivi e le priorità saranno (stati) definiti dai tecnici dell’amministrazione o da chi si limiterà a copiarli dalle teorie dei pedagogisti alla moda o, peggio ancora, da chi si intende solo di bilancio e finanza. Il rischio, insomma, è che ancora una volta rimangano inascoltati, fuori dalla porta chiusa del legislatore, proprio coloro che la scuola la vivono e la fanno tutti i giorni e per questo, meglio di chiunque altro, ne conoscono i problemi e i limiti e, meglio di chiunque altro, saprebbero indicare le direzioni da seguire per costruire, se non proprio la «Buona scuola», quantomeno una scuola migliore.

A volerli ascoltare, in realtà, gli studenti, gli insegnanti, il personale tecnico e le famiglie si sono già espressi chiaramente rispetto alla «Buona scuola» di Renzi: hanno raccolto migliaia di firme, hanno scritto centinaia di articoli, hanno promosso iniziative di ogni tipo, fino alla grande manifestazione del 5 maggio scorso, in cui netto e unanime è risuonato il rifiuto di una scuola concepita come un’azienda e condizionata dai finanziamenti dei privati, coi presidi manager e gli insegnanti ricattati, la didattica orientata dai diktat di un mistico mondo del lavoro e appiattita sugli standard misurati dalle prove Invalsi. Di queste indicazioni, il legislatore attento dovrebbe, come minimo, tener conto. Così come la controparte sindacale – l’unica che avrà qualche voce in capitolo – dovrebbe ricordarsi che la conditio sine qua non della riforma è l’impegno a stabilizzare tutti gli insegnanti precari (non alcuni, e neanche molti: proprio tutti).

Come gestire le risorse, come ripensare la didattica, come valutare e valorizzare il personale, come coltivare al meglio le potenzialità degli studenti (e non solo quelle tecniche e professionali, ma anche quelle creative, affettive, sociali), come fare della scuola il motore dell’integrazione e dello sviluppo: sono questioni che dovrebbero essere al centro di un dibattito ampio e aperto, se si volesse approfittare delle circostanze per costruire finalmente una buona riforma della scuola. Percorrere di nuovo la strada dell’imposizione autoritaria, calando dall’alto una gabbia normativa a cui tutti – da bravi – dovranno adeguarsi, significa andare nella direzione opposta. Il metodo è sostanza.

(nicola zuin,  2016
sottobanco
Articolo pubblicato sul n.481 di UCT)

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