Oltre la fabbrica

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Confesso, non ho condotto indagini statistiche, ma credo che non sbaglierei di molto se dicessi che, negli ultimi anni, uno dei concetti più frequentemente associati alla scuola nel dibattito politico e accademico internazionale è «riforma».  E’ in ogni caso un fatto che sono ben pochi i governi che non possano vantare sul proprio curriculum una «grande» riforma della scuola, che ogni volta avrebbe dovuto essere risolutiva e definitiva e che invece, puntualmente, ha giustificato l’esigenza di una nuova riforma. Non faccio l’indovino, ma potrei scommettere che non sarà molto diverso anche il destino della «buona scuola» di Matteo Renzi. Si potrebbe pensare che si tratti soltanto di un naturale e legittimo sforzo di adeguare il sistema educativo ai tempi che cambiano e in parte è sicuramente così, ma è proprio l’entità di questo cambiamento (e perciò del relativo adeguamento) che ancora sfugge ai riformatori e che produce questa ossessiva e inconcludente rincorsa.

Sir Ken Robinson (docente universitario, divulgatore, consulente, da noi poco conosciuto e di cui recentemente Erikson ha tradotto e pubblicato Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività), confrontando i sistemi scolastici di tutto il mondo, si è addirittura convinto che la stragrande maggioranza di essi, a discapito delle innumerevoli riforme, ricalchi ancora nella sostanza il modello concepito ed organizzato alla fine dell’Ottocento. Più di un secolo fa quel modello ha dato risposte efficaci alle esigenze di una società che andava definitivamente assumendo i tratti imposti dall’industrializzazione e dall’affermazione dello stato nazionale. In quel momento storico, la costruzione di un sistema scolastico pubblico, obbligatorio e gratuito fu una rivoluzione. Fondato su una concezione deduttiva dell’intelligenza e su un’idea cumulativa della conoscenza, quel sistema educativo assolveva perfettamente alla funzione di formare – e progressivamente selezionare – gli individui che avrebbero poi trovato il loro posto nella rigida gerarchia professionale tipica di quel sistema produttivo: una macchina piramidale in cui operai, impiegati, professionisti, quadri e dirigenti avevano ruoli, competenze e funzioni chiaramente definite, non modificabili, non interscambiabili e non negoziabili e che si rifletteva in una struttura sociale altrettanto stratificata e definita.

Oggi, tuttavia, la cieca reiterazione di quel modello educativo in una realtà caratterizzata dalla globalizzazione e dal superamento dell’economia industriale produce l’alienazione di milioni di giovani studenti, i quali facilmente comprendono che, di questi tempi, l’equazione tra successo scolastico e opportunità di carriera o collocazione sociale non funziona più.

L’errore di fondo consiste forse nel pensare ancora la scuola come un fornitore di merce umana per un sempre più fantomatico «mondo del lavoro»: qui nasce l’ossessione per la standardizzazione che abita nelle nostre scuole, le quali, nonostante tutto, continuano tragicamente ad assomigliare alla catena di montaggio di una fabbrica. Alunni e studenti sono ancora gestiti in serie, organizzati in fasce d’età, sottoposti a trattamenti identici e identici ritmi, misurati con metri codificati e infine etichettati e smistati lungo la linea di produzione del futuro lavoratore in funzione dei risultati più o meno rispondenti alle aspettative oggettivate in apposite tabelle. Poco importa quali siano gli standard individuati e perseguiti: in ogni caso il risultato è inevitabilmente la soppressione violenta di tutte le differenze che danno concretezza ai singoli individui. Robinson riconosce che cose eccezionali e meravigliose accadono nelle nostre scuole, che tuttavia non riescono ancora ad intaccare gli assiomi fondanti del sistema il quale, paradossalmente, finisce per mortificare proprio la creatività e la curiosità dei ragazzi, gli unici possibili motori di un processo di apprendimento e di crescita equilibrato ed efficace.

Ve la ricordate quella scena del film di Alan Parker, Pink Floyd The Wall, in cui un mostruoso professore passava gli studenti in un tritacarne? Le riforme hanno forse eliminato il mostro, ma hanno conservato il macinino.

nicola zuin, aprile 2016
sottobanco
articolo pubblicato sul n.483 di UCT

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