Sykes-Pikot (1916) e l’ISIS

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Siglato durante la Prima Guerra Mondiale, l’accordo Sykes-Picot stabilì le future zone di influenza e di controllo di Impero britannico e Francia sui territori mediorientali e anatolici dell’Impero ottomano. Prima che la Rivoluzione d’ottobre lo travolgesse, si prospettò anche il controllo dell’impero russo sulla Turchia orientale.

Le aree a tinta unita blu, ocra e terra indicano le regioni la cui amministrazione diretta sarebbe dovuta spettare, rispettivamente, a Francia, Impero russo e Impero britannico. Quelle tratteggiate, invece, le zone di influenza che Parigi e Londra si ritagliarono fra Aleppo a Bassora.

Una zona di controllo internazionale avrebbe infine ricompreso i territori palestinesi e la città di Gerusalemme.

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“Lo Stato Islamico si forgia nelle guerre del dopo-11 settembre in Afghanistan e in Iraq, per poi infiltrarsi nella mischia siriana. Insieme, fruisce della crisi o della disgregazione di alcuni Stati/regime (Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen…) indotte dalla «primavera araba» e dalla controrivoluzione a guida saudita. Doppio tsunami, che ha scavato immensi vuoti geopolitici dal Sahel all’Asia Centrale.

A testimoniare il tramonto delle istituzioni pseudonazionali inventate dai colonialisti europei in seguito al collasso dell’impero ottomano, fino alla deposizione dell’ultimo, patetico califfo, Abdülmecid II, nel 1924.

Oggi il «califfo» virtuale si esibisce infatti come eversore dei patti stretti dagli infedeli sulle rovine della Sublime Porta, a partire dagli accordi segreti Sykes-Picot (1916), fonte della successiva spartizione di Levante e Mesopotamia fra Gran Bretagna e Francia.”

Il vuoto lasciato dagli «Stati nazionali» promossi e inizialmente controllati dagli anglo-francesi invita alla fioritura di antichi e recenti poteri informali, soggetti tribali e/o gruppi jihadisti a caccia di risorse e territori ingovernati.

L’Is è figlio di questa crisi. In particolare, della disintegrazione dell’Iraq e della Siria. Possiamo rendercene conto seguendo sulla carta il profilo della sua espansione logistico-militare, a cavallo dell’ormai inesistente frontiera siro-irachena, nello spazio compreso tra le periferie orientali di Aleppo, il centro di Raqqa – suo quartier generale politico-militare . e i corridoi di penetrazione lungo la valle dell’Eufrate, fino a Falluja e oltre, a incombere sulla città santa sciita di Kerbala e sulla stessa Baghdad (dove peraltro non intende suicidarsi in un impossibile attacco frontale alla metropoli militarizza­ta). […]

Su questa piattaforma gli uomini di al-Baġdādī cercano di imperniare uno Stato ispirato alla legge coranica. Con brutalità mista a pragmatismo. Sfruttando le risorse conquistate, inclusi pozzi di petrolio siriani e iracheni che consentono ai cassieri del «califfo» di accumulare centinaia di milioni di dollari al mercato nero dell’energia. Fra le fonti di finanziamento anche il traffico di reperti archeologici…”

 

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