Nietzsche, Così parlò Zarathustra

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Un sentiero per Zarathustra

(un percorso di lettura attraverso alcuni brani scelti)

 

La Prefazione di Zarathustra

1.

Quand’ebbe compiuto il trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago natìo, e si recò su la montagna. Là per dieci anni gioì, senza stancarsene, del suo spirito e della sua solitudine.

Ma al fine il suo cuore si mutò; e un mattino egli si levò con l’aurora, s’avanzò verso il sole e così gli disse:

«Oh grande astro! Che sarebbe della tua felicità, se tu non avessi a chi splendere?

Per dieci anni tu sei venuto alla mia caverna: ti saresti recato a noja la tua luce e il tuo cammino senza di me e del mio serpente.

Ma noi ti attendevamo tutte le mattine, tu ci davi il tuo superfluo e ne avevi ricambio di benedizioni.

Guarda! Io sono sazio della mia sapienza, come l’ape del miele di cui ha fatta soverchia provvista; io ho bisogno di mani, che si stendano per coglierla.

Io vorrei donare e distribuire, sino a tanto che i savi tra gli uomini fossero divenuti lieti della loro follìa, e i poveri della lor ricchezza.

Per giungere a tanto devo scendere a basso: come fai tu, quando scomparisci dietro il mare; tu, dispensator di luce anche gli inferi, tu astro straricco!

Io devo, al pari di te, tramontare, per usar un’espressione degli uomini tra i quali voglio recarmi.

Ebbene, benedicimi, occhio impassibile, che sai rimirare senza invidia anche una felicità troppo grande!

[p. 8]Benedici al calice, che sta per traboccare, affinché l’acqua ne esca dorata e porti da per tutto il riflesso della tua gioia.

Vedi! Questo calice desidera di esser vuotato un’altra volta; e Zarathustra vuole ridiventar uomo».

Così ebbe principio la discesa di Zarathustra.

2.

Scese egli, solo, dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando si fu addentrato nei boschi improvvisamente gli si presentò dinanzi un vecchio, che aveva abbandonato il suo sacro eremitaggio per andare in cerca di radici. E il vecchio così parlò a Zarathustra:

«Non mi sei straniero, o viaggiatore! molti anni or sono mi passasti dinanzi. Ti chiamavi Zarathustra, ma ora sei di molto mutato.

Allora portavi al monte le tue ceneri; forse oggi intendi portare il tuo fuoco nelle valli? Non temi il castigo che attende gli incendiari?

Sì, io ravviso Zarathustra. Limpido è il suo occhio e il suo labbro non si atteggia alla nausea. Non incede egli forse simile a un danzatore?

Mutato è Zarathustra; un bambino egli è ridivenuto; un ridestato; che va a cercare fra i dormenti?

Come in mezzo al mare tu vivevi nella solitudine; e il mare ti cullava. Ohimè, tu vuoi prender terra? Ohimè, tu vuoi nuovamente trascinare da te stesso il tuo corpo?».

Zarathustra rispose: «Io amo gli uomini».

«Perché» disse il santo «cercai io pure il bosco e il deserto? Non forse perché ancor io amai troppo gli uomini?

Ora amo Dio; gli uomini più non li amo. L’uomo è per me una cosa troppo imperfetta. L’amore per gli uomini m’ucciderebbe».

Zarathustra rispose: «Ma io non vi parlo d’amore! Io reco agli uomini un dono».

«Non donar loro nulla» replicò il santo. «Piuttosto togli loro qualche cosa od aiutali a portarla — ciò recherà ad essi qualche sollievo; purché lo rechi anche a te!

[p. 9]

E se vuoi dar loro alcunché, sia un’elemosina, e attendi che essi te la chiedano mendicando».

«No» rispose Zarathustra «io non dispenso elemosine. Non sono abbastanza povero per far ciò».

Il santo rise di Zarathustra, e parlò così: «Allora sta un po’ vedere se accetteranno i tuoi tesori! Essi diffidano di chi procede solo, e non credono che noi veniamo per donare.

I nostri passi risuonano troppo solitari attraverso le lor contrade. E come quando di notte nei loro letti sentono suon di passi molto prima che sorga il sole, si chiedono: dove va codesto ladro?

Non recarti tra gli uomini e rimani nel bosco! Piuttosto va tra gli animali! Perché non vuoi essere — come me — un orso tra gli orsi, un uccello tra gli uccelli?».

«E che cosa fa il santo nel bosco?» domandò Zarathustra.

Rispose il vecchio: «Io compongo canzoni e le canto; e quando le compongo, piango e mormoro: e in tal modo lodo Iddio.

Col cantare, piangere e mormorare lodo Iddio che è il mio nume. Ma che cosa ci rechi tu in dono?».

Poi che ebbe ascoltate queste parole, Zarathustra salutò il santo e disse: «Che cosa potrei io dare a voi! Ma lasciatemi partir presto, prima che vi tolga qualche cosa!».

E così si separarono, ridendo come due fanciulli.

Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò nel suo cuore: «Sarebbe mai possibile! Questo vecchio santo nella sua foresta non ha saputo ancora che Dio è morto?».

3.

Quando Zarathustra giunse alla città, che era vicina alla foresta, vi trovò raccolta una moltitudine sul mercato; poi che era corsa voce che un funambolo vi avrebbe dato spettacolo. E Zarathustra così parlò al popolo:

«Io insegno a voi il Superuomo. l’uomo è cosa che dev’essere superata. Che avete voi fatto per superarlo?

Tutti gli esseri crearono sinora qualche cosa oltre sé stessi: [p. 10]e voi volete essere il riflusso di questa grande marea e ritornare al bruto anziché oltrepassar l’uomo?

Che cosa è la scimmia per l’uomo? Un oggetto di riso o di dolorosa vergogna. E questo appunto dev’essere l’uomo pel superuomo: un oggetto di riso. o di dolorosa vergogna.

Voi avete percorso la via dal verme all’uomo, ma tenete ancor molto del verme. Una volta foste scimmie, ed anche ora l’uomo è più scimmia di tutte le scimmie.

Ma anche il più saggio tra voi non è che un essere ibrido, tra pianta e fantasma. Vi consiglio io forse di diventar piante o fantasmi?

Ascoltatemi: io vi insegnerò il superuomo!

Il superuomo è il senso della terra.

La vostra volontà proclami: Il superuomo sia il senso della terra.

Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! Sono avvelenatori, coscienti o incoscienti.

Sono spregiatori della vita, morituri, avvelenati essi stessi: la terra ne è stanca; ebbene, cacciateli per sempre!

Altre volte il delitto contro Dio era il maggior dei maleficii, ma Dio è morto, e con lui morirono anche i delinquenti di tal fatta. La cosa più triste è ora peccare contro la terra, e stimar più le viscere dell’imperscrutabile che non il senso della terra!

Altre volte, quando l’anima guardava con fastidio di corpo, un tal disprezzo era il più alto ideale: il corpo doveva essere magro, orrido ed affamato. In tal modo l’anima sperava di sfuggire a lui e alla terra.

Ohimè, quell’anima era ancor essa magra, orrida ed affamata: e la crudeltà era la sua gioja suprema!

Ma voi, fratelli miei, ditemi: che cosa vi rivela il vostro corpo sul conto dell’anima vostra? Ma non è dessa forse miseria e sozzura o miserabile contentezza di sé medesima?

Invero una fangosa corrente è l’uomo. Bisogna proprio esser un mare per ricevere in sé un fiume torbido senza diventar impuro.

Ecco, io v’insegno il superuomo: egli è un mare sì fatto, e in questo mare potrà sommergersi il vostro grande disprezzo. [p. 11]

Quale è la cosa più sublime? È l’ora del grande disprezzo: l’ora in cui non soltanto la vostra stessa felicità, ma anche la vostra ragione e la vostra virtù vi verranno a noja: l’ora in cui direte: «Che importa della mia felicità! Essa non è che miseria e sozzura ed una miserabile contentezza. Ma la mia felicità dovrebbe giustificare la stessa vita».

L’ora in cui direte: «Che importa della mia ragione! Chiede essa forse di sapere, come il leone di mangiare? Essa è miseria e sozzura ad una miserabile contentezza!».

L’ora in cui direte: «Che importa della mia virtù! Ancora non m’ha reso furibondo! Quanto sono stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò null’altro è che miseria e sozzura ed una miserabile contentezza!».

L’ora in cui direte: «Che importa della mia giustizia! Non vedo ch’io sia fiamma e carbone. Ma il giusto è fiamma e carbone!».

L’ora in cui direte: «Che importa della mia pietà! Non è forse la croce su cui s’inchioda colui che ama gli uomini? Ma la mia pietà non è una crocifissione».

Avete mai parlato cosi? Avete mai gridato così? Ah, se così vi avessi inteso gridare!

Non il vostro peccato, non la vostra moderazione grida contro il cielo, ma la vostra avarizia persin nel peccato!

Dov’è il fulmine perché vi lambisca con la sua lingua? Dov’è la follia, con la quale bisogna esaltarvi?

Ecco, io v’insegno il superuomo: egli è quel fulmine, egli è quella follìa!».

Poi che Zarathustra ebbe parlato in tal guisa, uno del popolo gridò:

«Abbiamo ascoltato fin qui il funambolo, fate ora che lo vediamo!». E tutto il popolo rise di Zarathustra. E il funambolo, che credeva a lui rivolte queste parole, cominciò il suo gioco.


[p. 12]

4.

Ma Zarathustra guardò, meravigliando, il popolo. Poi disse:

«L’uomo è una corda, tesa tra il bruto e il superuomo, — una corda tesa su di una voragine.

Pericoloso l’andar da una parte all’altra, pericoloso il trovarsi a mezza strada, pericoloso il guardar a sé, Pericoloso il tremare, pericoloso l’arrestarsi.

Ciò che è grande nell’uomo, è l’essere egli un ponte e non già una meta: ciò che è da pregiare nell’uomo, è l’essere egli una transizione ed una distruzione.

Io amo coloro che non sanno vivere altrimenti che per sparire giacché sono quelli che vanno oltre.

Amo i grandi spregiatori perché sono i grandi adoratori: altrettante freccie del desiderio verso la riva opposta.

Amo coloro che non cercano già, oltre le stelle, una ragione di sacrificarsi e perire; ma che si immolano alla Terra perché essa appartenga un giorno al superuomo.

Amo colui che vive per conoscere e che vuole conoscere, affinché un dì viva il superuomo. Poi che in tal modo soltanto ei vuole la propria distruzione.

Amo colui che lavora ed inventa, per poter edificare la casa del superuomo, e preparare a lui la terra, gli animali e le piante: giacché in siffatto modo soltanto egli vuole la sua distruzione.

Amo colui che ama la propria virtù; poi che la virtù è la volontà della distruzione e la freccia del desiderio.

Amo colui che non ritiene per sé stesso una sola goccia di spirito, ma vuol essere interamente lo spirito della propria virtù: in tal guisa egli varca, quale spirito, il ponte.

Amo colui che della sua virtù forma la propria inclinazione e il proprio destino: così per amore della propria virtù egli vuole vivere più a lungo o non vivere più.

Amo colui che non vuole possedere troppe virtù. Una virtù vale più di due perché è un nodo più forte al quale s’aggrappa il destino. [p. 13]Amo colui la cui anima prodiga sé stessa, colui che non domanda grazie e non restituisce: giacché egli dona sempre e non vuole conservar nulla di sè stesso.

Amo colui che si vergogna se il dado cade in suo favore e si domanda: ho io forse barato al gioco? — giacché egli vuole perire.

Amo colui che sparge parole d’oro dinanzi alle sue azioni, e mantiene sempre più di quanto ha promesso: giacché egli vuole la propria distruzione.

Amo colui che giustifica i venturi e redime il passato; giacché egli vuol perire in causa dei presenti.

Amo colui che castiga il proprio Dio perché lo ama: giacché egli deve perire per la collera del suo Dio.

Amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita, e che può perire vittima pur d’un piccolo avvenimento: così egli passa volentieri oltre il ponte.

Amo colui la cui anima è traboccante in modo ch’egli dimentica sé stesso e tutte le cose con lui; cosi tutte le cose cooperano alla sua distruzione.

Amo colui che ha libero lo spirito e libero il cuore: per tal modo la sua testa non è che un viscere del suo cuore, ma il suo cuore lo spinge verso la rovina.

Amo tutti coloro che somigliano a goccie pesanti che ad una ad una cadono dall’altra nube che incombe sull’uomo: esse annunziano il fulmine che sta per giungere e vaniscono quali messaggeri.

Vedete, io sono un nunzio del fulmine ed una goccia pesante della nube: ma quel fulmine si chiama il superuomo».

5.

Quand’ebbe pronunciato queste parole, Zarathustra guardò un’altra volta il popolo e tacque. «Ridono» disse nel suo cuore: «essi non mi comprendono; la mia voce non è fatta per i loro orecchi».

Bisogna dunque spezzar loro prima gli orecchi affinché apprendano a comprendere con gli occhi? Bisogna far dello [p. 14]strepito come i suonatori di timpani e i predicatori della penitenza? O forse non prestano fede che a chi balbetta?

Essi possedono qualche cosa, di cui vanno superbi; come chiamano mai codesta cosa? La chiamano educazione; la quale li distingue dai pastori di capre.

Perciò odono malvolontieri la parola «disprezzo» usata contro di loro. Parlerò dunque alla loro superbia.

Dirò loro di ciò che più è spregevole: cioè dell’ultimo uomo.

E Zarathustra, allora, disse al popolo cosi:

«È giunto il tempo che l’uomo si proponga una meta. È giunto il tempo che l’uomo getti il seme della sua più alta speranza.

Il suo terreno è abbastanza ricco, oggi, per ciò. Ma un giorno sarà impoverito e sfruttato e non potrà dar vita a nessun albero di alto fusto.

Guai! Si appressa il tempo in cui l’uomo non lancerà più la freccia della sua brama oltre l’uomo, e la corda del suo arco avrà disappreso a sibilare!

Io vi dico: bisogna aver ancora un caos in sé per poter generare una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos in voi.

Ahimè! Prossimo è il tempo in cui l’uomo non potrà più generare nessuna stella! Ahimè! Prossimo è il tempo del più spregevole tra gli uomini, che non saprà né anche più disprezzare sé stesso.

Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.

Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è brama? Che cosa è l’astro? — così chiede l’ultimo uomo, ammiccando.

La terra sarà allora divenuta piccina, e su di essa saltellerà l’ultimo uomo che impicciolisce ogni cosa. La sua razza è tenace, come quella della pulce; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti.

Noi abbiamo inventata la felicità — dicono, ammiccando, gli ultimi uomini.

Essi hanno abbandonate le regioni dov’era dura la vita: giacché han bisogno di calore. Si ama ancora il vicino e ci si stropiccia a lui, perché si ha bisogno di calore.

[p. 15]

L’ammalarsi e il diffidare è per essi un peccato: ei camminano guardinghi. Un folle è colui che ancora incespica nei sassi o negli uomini!

Di quando in quando un po’ di veleno: ciò produce sogni gradevoli. E molto veleno alla fine, per procurarsi una piacevole morte.

Si lavora ancora perché il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non esalti troppo i nervi.

Non si diviene più né poveri né ricchi; entrambe queste cose dàn soverchio fastidio. Chi desidera ancora di regnare? chi di obbedire?

Nessun pastore: un sol gregge! Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è la stessa cosa: chi la pensa diversamente ripara volontario al manicomio.

«Una volta tutto il mondo era pazzo — dicono i più astuti, ammiccando.

Noi siamo assennati e sappiamo tutto ciò che è avvenuto; abbiamo dunque diritto d’irridere ogni cosa. Ci si bisticcia ancora, ma ci si riconcilia presto — per non guastarci lo stomaco. Si hanno i proprii svaghi del giorno, e quelli della notte; ma si tiene in gran conto la salute.

Noi abbiamo inventato la felicità — dicono gli ultimi uomini, ammiccando».

E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che anche è chiamato l’«introduzione»: poi che in questo momento lo interruppe il vociar gioivo della folla. «Dà a noi quest’ultimo uomo, o Zarathustra — esclamavano — fa che noi diventiamo simili a quest’ultimo uomo. E noi rinunziamo volentieri al superuomo!». E tutto il popolo era giubilante e faceva schioccare la lingua.

Ma Zarathustra s’attristò e disse nel suo cuore:

«Essi non mi comprendono: io non sono la voce che conviene a questi orecchi.

Forse troppo a lungo dimorai nella montagna, troppo a lungo forse ascoltai il mormorio dei ruscelli e degli alberi: ora parlo a loro nel linguaggio dei pastori di capre.

Serena è l’anima mia come la montagna nel mattino. [p. 16]

Ma essi pensano che io sia freddo: essi mi scambiano per un buffone che sa burle atroci.

Mi guardano e ridono: e ancor ridendo mi odiano. È ghiaccio nel loro riso».

6.

Ma in quel punto successe cosa che fece ammutolire le bocche e dilatare gli occhi. Mentre Zarathustra parlava, il funambolo avea dato principio al suo gioco: era uscito da una porticina e ora camminava su la corda tesa tra le due torri, cosi che appariva sospeso sopra il mercato e la folla. Quando fu giunto a mezzo il cammino la porticina si riaperse, e un bizzarro figuro, rassomigliante a un pagliaccio, ne saltò fuori e seguitò con passi rapidi il primo. «Avanti sciancato», gli gridò con voce terribile, «avanti poltrone paltoniere, livida faccia! Guai se ti fo il solletico con le mie calcagna! Che cosa fai qui fra le torri? Meriteresti d’esser rinchiuso nella torre, giacché tu attraversi la via a chi è migliore di te». — E ad ogni parola gli si avvicinava sempre più: ma quando non ne fu discosto più d’un passo avvenne l’orribile caso che fece ammutolire ogni bocca e tenne fissi tutti gli sguardi: — gettando un grido da indemoniato, egli saltò oltre colui che gli impediva il cammino. Ma questi vedendo in tal modo trionfare il suo rivale perdette la testa e l’equilibrio; lasciò cadere la sua pertica e precipitò più ratto di questa, come un turbine di braccia e di gambe nell’abisso.

Il mercato e la folla avevano l’aspetto di un mare agitato da una improvvisa tempesta; tutti cercavano di fuggire, temendo del luogo ove doveva sfracellarsi il corpo del disgraziato.

Ma Zarathustra non si mosse; e proprio vicino a lui piombò quel corpo straziato e malconcio, ma non cadavere ancora. Dopo un tratto il caduto riprese i sensi, e scorse Zarathustra inginocchiato vicino a lui. «Che cosa fai qui? — disse finalmente — sapevo bene che il diavolo finirebbe per darmi il gambetto. Ora mi trascinerà all’inferno: vorresti tu forse impedirmelo?».

[p. 17]

«Sul mio onore, amico mio, rispose Zarathustra, nulla è vero di ciò che tu pensi: non v’ha né diavolo né inferno. L’anima tua morrà prima ancora del tuo corpo; non temer di nulla!».

L’altro alzò gli occhi diffidenti: «Se tu dici la verità, io nulla perdo, perdendo la vita. Io non valgo più d’una bestia cui s’insegnò a ballare a forza di legnate e di digiuni».

«Tutt’altro, disse Zarathustra: del pericolo tu hai fatto il tuo mestiere, e nulla v’è in ciò di spregevole. Per ciò appunto io voglio sotterrarti con le mie mani».

Quando Zarathustra ebbe finito di pronunciare queste parole, il moribondo non rispose più. Solo agitò la mano, come se cercasse quella di Zarathustra per ringraziarlo.

7.

Era scesa intanto la sera, e il mercato si avvolgeva nell’oscurità. E la folla si disperse, giacché la stanchezza vince anche la curiosità e lo spavento. Ma Zarathustra sedette presso il morto, immerso nei suoi pensieri: cosi dimenticava il tempo.

E giunse al fine la notte; e un vento freddo incominciò a soffiare. Allora Zarathustra si alzò e disse nel suo cuore:

«In verità, una bella pesca ho fatto oggi! Non ho pescato nessun uomo, ma — in compenso — un cadavere.

Triste e stolta ancor sempre è l’esistenza umana: un buffone le può riescir fatale.

Io voglio insegnare agli uomini il valore della vita: voglio apprender loro il superuomo, che è fulmine che si sprigiona dalla nera nube chiamata uomo.

Ma io sono ancor troppo lontano da loro, ed il mio senso non parla ai lor sensi. Per gli uomini io sono ancora alcunché tra il cadavere e il pazzo.

La notte è oscura, e oscure sono le vie di Zarathustra.

Vieni, orsù, freddo e rigido compagno; ti porterò là dove io possa seppellirti con le mie mani». [p. 18]

8.

Poi ch’ebbe detto questo nel suo cuore, Zarathustra si recò su le spalle il cadavere, e si pose in cammino. Non aveva fatto cento passi, quando un uomo gli s’avvicinò e gli sussurrò nell’orecchio — «e vedi un po’!». Era il buffone della torre: «Allontanati da questa città, o Zarathustra» — proseguì — «troppi qui ti odiano, e ti dicon nemico e spregiatore; ti odiano i credenti della vera fede, e ti chiamano il pericolo della folla. Fu ventura ch’essi abbiano riso di te: e, per verità, tu parlavi a guisa d’un buffone. Fu ventura che tu ti accompagnassi a questa carogna; umiliandoti in tal modo oggi fosti salvo. Ma va lontano da questa città — altrimenti domani io salterò oltre te: un vivo oltre un cadavere».

E detto ciò sparve: ma Zarathustra continuò il suo cammino attraverso le vie avvolte nelle tenebre.

Alle porte della città s’avvenne nei becchini: essi alzarono le lor fiaccole e ravvisando Zarathustra si burlarono di lui. «Zarathustra porta seco la carogna, è una fortuna che Zarathustra sia divenuto becchino! Giacché le nostre mani son troppo pulite per un tal cadavere. Zarathustra pensa forse di rubar al diavolo il boccone che gli è dovuto! Ebbene, buon pro gli faccia! Purché il diavolo non sia miglior ladro di Zarathustra! — egli vi porterà seco tutti e due: farà un boccone d’entrambi!».

E sghignazzavano, stringendosi l’uno all’altro. Zarathustra non rispose, e continuò la sua via. Come ebbe camminato due ore attraverso boschi e paludi, l’urlo dei lupi affamati destò in lui pure la fame. Sicché si fermò dinanzi a una casa solitaria, in cui ardeva un lume. «La fame mi assale come un brigante. Mi assale tra i boschi e la palude, nel cuor della notte. «La mia fame ha capricci curiosi. Mi riprese tal volta appena dopo il pranzo, e oggi non la sentii tutto il giorno: dov’è stata sino ad ora?». [p. 19]

E cosi dicendo Zarathustra bussò alla porta della casa. Tosto si affacciò un vecchio con un lume e chiese: «Chi viene a me e al mio cattivo sonno?».

«Un vivo ed un morto: disse Zarathustra. Datemi da mangiare e da bere: me ne dimenticai durante il giorno. Chi dà da mangiare agli affamati ristora la propria anima: cosi parla la sapienza».

Il vecchio s’allontanò, ma ritornò poco dopo recando pane e vino. «Questo è cattivo luogo per chi ha fame — disse; appunto per ciò dimoro qui: bestie e uomini vengono a trovare l’eremita. Ma invita anche il tuo compagno a mangiare e a bere, egli è più stanco di te». Zarathustra rispose: «Il mio compagno è morto e diffìcilmente perciò potrei indurlo a ciò che mi chiedi». «Questo non mi riguarda», disse il vecchio, accigliato: «chi picchia alla mia porta deve accontentarsi a ciò che posso offrirgli. Mangiate, e fate il comodo vostro!».

Dopo di che Zarathustra camminò per altre due ore, affidandosi alla via e al chiaror delle stelle; giacché egli era un nottambulo e amava considerare tutto ciò che dorme. Ma sull’albeggiare, ei si trovò in mezzo ad un folto bosco, ove si perdevano tutti i sentieri. Allora depose il morto nella cavità d’un albero sopra il suo capo — giacché voleva proteggerlo contro i lupi affamati — ed egli si sdraiò, sotto, nel muschio. Ed in breve si addormentò: stanco di corpo, ma nell’anima vigile e sereno.

9.

Zarathustra dormì a lungo; e non l’aurora soltanto ma anche il mattino passò sul suo sonno. Al fine i suoi occhi si schiusero. Meravigliato, egli considerò il bosco silenzioso: meravigliato, guardò nel proprio cuore. Poi s’alzò ratto come il marinaio che improvvisamente scopre la terra, e mandò un grido di giubilo: poi che una nuova verità gli si rivelava. E allora cosi parlò nel suo cuore.:

«Una luce s’è fatta nel mio spirito: io ho bisogno di compagni, ma vivi — non già di compagni morti, di cadaveri, che possa trasportar meco dove io voglio. [p. 20]

Ho bisogno di compagni vivi, i quali mi seguano — perché vogliano obbedire a sé stessi — là, dove io voglio.

La luce s’è fatta in me: Zarathustra non deve parlare al popolo, bensì ai compagni. Zarathustra non dev’essere il pastore né il cane d’una mandra!

A distogliere molti dalla mandra: non ad altro io venni. Io devo essere oggetto d’odio al popolo ed alla mandra: i pastori mi debbono chiamare «un ladro».

Li chiamo pastori io, ma essi si dicono i buoni ed i giusti; i credenti della vera fede.

Guardateli i buoni ed i giusti! Chi odiano essi più d’ogni altro? Colui che spezza le tavole dei valori: il violatore, il corruttore. Ma questi è colui che crea.

Guardateli i credenti di tutte le religioni! Chi odiano essi più d’ogni altro? Colui che spezza le lor tavole dei valori, il violatore, il corruttore. Ma questi è colui che crea.

Compagni egli cerca, e non cadaveri e né pur mandre e credenti. Cerca creatori come lui: uomini che scrivano nuovi valori in nuove tavole. Compagni cerca il creatore, che prendano parte alla messe; giacché in lui tutto è pronto per la messe. Ma a lui mancano le cento falci, sì ch’egli strappa indispettitto le spighe.

Compagni egli cerca, e tali che sappiano affilare le proprie falci.

Saranno chiamati distruttori e spregiatori del male e del bene. Ma essi sono i mietitori e i festeggiatori.

Compagni che creino, mietano e facciano feste insieme con lui, cerca Zarathustra; egli non ha nulla a che fare con le gregge, i pastori e i cadaveri!

E tu, o mio primo compagno, riposa in pace! Sei ben sepolto nel tuo albero cavo, e al sicuro dai lupi.

Ma io mi parto da te: il tempo è trascorso. Tra l’aurora ed il tramonto una nuova verità, mi fu rivelata.

Io non devo essere né pastore né becchino. Non voglio nemmeno parlar più al popolo; per l’ultima volta io ho parlato a un cadavere.

Voglio accompagnarmi a chi crea, a chi miete, a chi fa festa! voglio mostrar loro l’arcobaleno e tutte le scale del superuomo. [p. 21]

Ai solitari canterò la mia canzone, e a coloro che vivono nella solitudine in coppie; voglio esaltare con la mia felicità chi ancora ha orecchi per le cose inaudite.

Io tendo alla mia meta: vedo la mia strada; salterò oltre i dubitosi e i tardi. E così possa il mio cammino essere anche la mia distruzione».

10.

Questo aveva detto Zarathustra nel suo cuore; e poi che il sole era al meriggio, egli alzò gli occhi al cielo, scrutando: udiva l’acuto grido d’un uccello. Ed ecco: vide un’aquila distendere il volo per l’aria in larghi cerchi: da lei pendeva un serpente, non già simile a una preda, ma ad un amico: giacché le si avvolgeva intorno al collo.

«Ecco i miei animali» — disse Zarathustra: e ne provò una viva gioja.

«Il più superbo e il più astuto sotto il sole — son venuti alla mia volta.

Essi vogliono accertarsi che Zarathustra è ancor vivo. E in verità vivo io ancora?

Ho corso maggior pericolo tra gli uomini che tra i bruti. Le vie di Zarathustra sono pericolose. Ebbene, mi guidino i miei animali».

Poi ch’ebbe detto ciò, gli sovvennero le parole del santo del bosco; ed egli ne sospirò e così disse nel suo cuore:

«Potessi essere più accorto! Potessi esser accorto sin dal profondo, al pari del mio serpente!

Ma io domando l’impossibile: pregherò il mio orgoglio di accompagnarsi sempre alla mia saggezza!

E se un giorno la mia saggezza dovesse abbandonarmi! — purtroppo essa ama abbandonarmi assai spesso — possa allora il mio orgoglio volare in compagnia della mia follìa!».

Cosi ebbe principio la discesa di Zarathustra.

 

friedrich-nietzsche-giallo

Delle tre metamorfosi.

«Tre metamorfosi dello spirito io vi narro: com’esso divenne un cammello, e di cammello leone e di leone un fanciullo.

Molte cose gravi v’ha per lo spirito, per lo spirito paziente e gagliardo, cui è innato il rispetto; il suo vigore cerca ciò che è pesante, quello anzi che v’è di più pesante.

Qual cosa più pesa? chiede a sè stesso lo spirito paziente; e si inginocchia al par del cammello, e domanda un carico pesante.

Che cosa v’ha di più grave, o voi eroi? chiede ancora: ditemelo affinché io me l’addossi e possa andar superbo della mia forza.

Non è ciò forse umiliarsi, per far soffrire il proprio orgoglio? Il mettere in luce la propria stoltezza, per gabbarsi della propria sapienza?

O, meglio, non è questo abbandonare la nostra causa, quando essa è sul punto di trionfare? Salire su qualche monte alto per tentare il tentatore?

O è forse quest’altro: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e per amore della verità soffrir la fame dell’anima?

O questo invece: essere ammalato e rimandare chi ti consola, e stringer amicizia coi sordi, incapaci di sentire ciò che tu dici?

O pure: tuffarci in un’acqua putrida, l’acqua della verità, senza cacciar da sé i ranocchi viscidi e i rospi schifosi?

[p. 24]O infine: amare coloro che ci disprezzano, e stender la mano al fantasma, quand’esso vuole incuterci spavento?

Tutte queste cose pesanti lo spirito gagliardo si addossa: simile al cammello che parte carico pel deserto, anch’egli s’avvia pel proprio deserto.

Ma, ivi, nella solitudine la seconda metamorfosi si compie: lo spirito diventa leone, che cerca per sua preda la libertà e nel proprio deserto vuol essere signore.

Egli vi cerca il suo ultimo padrone: vuole essergli nemico come al suo ultimo Dio: vuole combattere con l’immane drago per la vittoria.

Quale è questo drago immane che lo spirito non vuole più oltre chiamar suo padrone e suo Dio? Si chiama egli: «Tu devi». Ma contro di lui lo spirito del leone avventa le parole: «Io voglio».

«Tu devi» gli sbarra il cammino, scintillante di scaglie d’oro, e il motto gli splende su ogni scaglia. Dice: «Tutti i valori delle cose rifulgono su di me».

«Ogni valore fu già creato; e io tutti li rappresento. L’«io voglio» non deve più esistere».

O miei fratelli, che bisogno v’ha del leone nello spirito? Non basta la bestia da soma che si rassegna e s’umilia?

Creare valori nuovi! può forse ciò il leone? No, egli non può che procacciarsi la forza per nuove creazioni. Conquistar la libertà, il coraggio di opporre anche al dovere la negazione: ecco ciò a cui giova, o fratelli, lo spirito del leone. A chi è avvezzo a soffrire l’arrogarsi il diritto di crear nuovi valori sembra un arbitrio: un atto feroce, degno a pena d’un animale da preda.

Come la più sacra delle cose egli amava una volta il «tu devi»: ora egli è costretto a trovare la falsità e la menzogna anche nelle cose più sacre, per poter acquistare la libertà fosse pure a prezzo del suo amore. Soltanto il leone può far ciò.

Ma ditemi, fratelli miei, quale altra cosa può fare il fanciullo a sua volta? Perché nel fanciullo deve ancora trasformarsi il leone?

Perché il fanciullo è l’innocenza, è l’oblio: un ricominciare, un gioco, una ruota che gira per sé stessa, un primo movimento, una santa affermazione.

[p. 25]Sì, pel gioco della creazione, o miei fratelli, è necessario un santo «Sì»: lo spirito vuole ora la sua volontà; anela a riconquistarsi il suo mondo.

Tre trasformazioni dello spirito or v’ho narrate: come lo spirito si trasformò in cammello, il cammello in leone, e il leone in fanciullo».

Così parlò Zarathustra. E allora egli dimorava nella città che è detta: la Giovenca variopinta.

 

nietzsche

Della visione e dell’enigma.

Quando tra l’equipaggio della nave si sparse la voce che Zarathustra si trovava a bordo (giacchè insieme con lui s’era imbarcato un altro uomo, che veniva dalle Isole beate), ne nacque grande curiosità e grande aspettazione.

Ma Zarathustra tacque per due giorni, fatto gelido e sordo dalla tristezza, sì che non rispondeva nè agli sguardi, nè alle domande.

Ora, la sera del secondo giorno, i suoi occhi si riapersero, sebbene ei si rimaneva taciturno: giacchè molte cose strane e pericolose potevansi udire su quella nave, che giungeva da lontano e si recava più lontano ancora.

Ma Zarathustra era amico di tutti coloro che amano i lunghi viaggi e i pericoli.

Ed ecco: mentre stava ad ascoltare, la sua lingua si snodò, e il ghiaccio del suo cuore si sciolse; — e allora prese a parlare così:

«A voi, intrepidi cercatori, a voi tentatori, e a tutti coloro che s’imbarcano per terribili mari con vele sagaci;

— A voi, ebbri di misteri, amatori del crepuscolo, la cui anima come dal suono d’un flauto si sente attratta verso ingannevoli abissi; (giacchè voi sdegnate seguire con vil mano [p. 149]un filo che vi guidi pel cammino; e dove potete indovinare, sdegnate di comprendere).

— A voi tutti narro l’enigma ch’io sciolsi — la visione del solitario fra i solitari.

Crucciato io camminava di recente nel funebre crepuscolo, — tetro e duro, con le labbra serrate.

Più d’un sole s’era spento per me.

Mi arrampicavo per un sentiero che saliva audace in mezzo ai dirupi — un sentiero perverso, solitario, senza un ciuffo d’erba e senza arbusti: un sentiero di montagna che digrignava i suoi denti sotto lo sdegno del mio piede.

Calpestando nel silenzio il beffardo tintinnire dei ciottoli, schiacciando la pietra che lo faceva sdrucciolare, il mio piede si apriva con la forza una via verso l’alto.

Verso l’alto: — a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l’abisso, — dello spirito di gravità, ch’è il mio demonio e il mio più tristo nemico.

Verso l’altro: — sebbene quello spirito mi sedeva addosso, mezzo fra nano e talpa: storpio e storpiante, facendo gocciolare piombo nel mio orecchio e pensieri pesanti come piombo nel mio cervello.

«Oh, Zarathustra, bisbigliava in suon di scherno, scandendo le sillabe, tu pietra della saggezza! Tu lasciasti in alto te stesso, — ma ogni pietra lanciata deve ricadere!

Oh, Zarathustra, tu pietra della saggezza, tu pietra da fionda, tu distruggitore di stelle! Te stesso lanciasti molto in alto — ma ogni pietra lanciata ritorna a terra!

Eccoti condannato da te stesso alla tua propria lapidazione: oh, Zarathustra, tu hai lanciato il sasso ben lontano, — ma esso ricadrà sovra di te!».

Ciò detto, il nano si tacque; e durò a lungo il silenzio. Ma il silenzio mi opprimeva; a trovarsi in due in tal modo si è più solitari che mai!

Io saliva, saliva, sognava, pensava; — ma tutto mi opprimeva. Ero simile ad un ammalato oppresso da una lunga tortura cui un sogno più straziante ancora fa balzare nel sonno.

Ma è in me qualche cosa, che io chiamo coraggio; il quale sinora cacciò sempre da me la tristezza. Questo coraggio m’impose alfine di soffermarmi e di dire: «Nano! O tu od io!». [p. 150]

Il coraggio è senza dubbio il miglior assassino, — il coraggio che dà l’assalto; giacchè in ogni assalto c’è una fanfara incitatrice e guerresca.

Ma l’uomo è il più coraggioso degli animali: per questo egli vinse tutti gli altri. Con le fanfare guerresche egli superò tutti i dolori; ma il dolore umano è il più profondo dei dolori.

Il coraggio uccide anche la vertigine, che aleggia intorno agli abissi; e dove mai l’uomo non si trova dinanzi a qualche abisso? Il vedere per sè stesso — non è forse il vedere abissi?

Il coraggio è il migliore assassino: il coraggio uccide anche la pietà. Ma la pietà è il più profondo degli abissi! Quanto più a dentro l’uomo vede nella vita, tanto più vivamente penetra nella sofferenza.

Ma il miglior coraggio è quello che provien dall’assalto; esso uccide anche la morte, giacchè esso dice: «Questa era la vita? Ebbene! Un’altra volta!».

In questa sentenza c’è molta musica eccitatrice. Chi ha orecchi ascolti.

«Alto là! Nano!», dissi, «O io o tu! Ma io sono il più forte: — tu non conosci l’abisso del mio pensiero! Tu non sapresti sopportarne la vista!».

Allora avvenne ch’io mi sentii più leggero, giacchè il nano saltò giù dalle mie spalle, il curioso! E s’accoccolò sur un sasso a me dinanzi. Ma per l’appunto eravamo giunti ad un porticato.

«Guarda questo porticato, nano», io proseguii: «esso ha due faccie. Due strade s’incontrano, al cui termine nessuno è giunto peranche.

Questo lungo sentiero che conduce indietro, dura un’eternità. E quell’altro, pur lungo, che conduce laggiù in fondo — è un’altra eternità.

Essi si contraddicono l’un l’altro, questi sentieri: cozzano l’un contro l’altro: — e qui, presso questo porticato, è il punto dove si incontrano. Sul porticato, in alto, è scritto questo nome: «Il Momento».

Ma se taluno volesse prendere l’uno dei due sentieri e andare sempre avanti, avanti: credi tu, o nano, che questi sentieri si contraddirebbero eternamente?».

«Tutto ciò che è diritto mente», mormorò con disprezzo il nano. «Ogni verità è storpia, il tempo stesso è un circolo». [p. 151]

«Oh, tu spirito della gravità», esclamai adirato, «non prender le cose troppo leggermente! Altrimenti io ti abbandono sul tuo sasso, sciancato, — e pure ti portai ben alto!».

«Guarda», continuai, «questo Momento! Da questo porticato «Momento» un sentiero eterno corre a ritroso: dietro di noi scorre una eternità.

Non devono forse tutte le cose che sono capaci di correre aver percorso una volta questo sentiero? Non devono quelle cose che possonoaccadere essere una volta di già avvenute, compiute, trascorse?

E se tutto è già stato una volta, che cosa pensi tu, o nano, di questo Momento? Non deve forse anche cotesto porticato — essere stato di già?

E le cose non sono esse forse collegate tra sè in tal modo, che questo Momento tragga dietro a sè tutte le cose venture? E per conseguenza — anche sè stesso?

Giacchè tutto ciò che delle cose può correre, anche fuori e via per questo lungo sentiero — deve correre una volta!

E quel tardo ragno, che striscia nel chiaror della luna, e lo stesso chiaror della luna ed io e tu davanti al porticato, che bisbigliamo insieme di cose eterne — non dobbiamo tutti esser già stati una volta? E ritornare, col fine di percorrere l’altra via, fuori, dinanzi a noi, quella via orribile: non dobbiamo forse eternamente ritornare?».

Così io parlai, con voce sempre più bassa: giacchè io avevo paura de’ miei proprii pensieri e di ciò che si nascondeva dietro ai miei pensieri.

Improvvisamente udii uggiolare un cane da presso.

Avevo mai udito uggiolare un cane in tal guisa? Il mio pensiero tornò indietro. Sì! Nella mia fanciullezza, nella mia più remoto fanciullezza.

Allora io avevo udito un cane uggiolare in tal modo.

E l’avevo anche veduto col pelo irto, la testa protesa, tremante, nel silenzio della mezzanotte, quando anche i cani credono negli spettri.

Era tale a vedersi ch’io ne sentii pietà. Appunto allora la luna piena, in un silenzio di morte, passava sopra la casa; e s’era soffermata, come una brace rotonda, furtivamente, sul tetto piano, come su cosa che sapesse appartenere ad altri. [p. 152]

Di ciò provò un’altra volta terrore il cane; giacchè i cani credono ai ladri e agli spettri.

E quando lo riudii uggiolare in tal modo, la pietà mi assali un’altra volta.

Dov’era scomparso il nano? Dove il porticato? E il ragno? E il bisbiglio sommesso? Sognava io forse? O m’era appena ridestato? A un tratto mi ritrovai solo tra i selvaggi dirupi, nel più solitario chiaror di luna.

Ma un uomo giaceva disteso al suolo! Ed ecco! Il cane, saltellante — col pelo irto — mi vide giungere; e allora urlò nuovamente, gridò; quando ho mai udito un cane chiamare al soccorso in tal guisa?

E in vero io vidi cosa non mai veduta per l’innanzi. Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero.

Quando già avevo io veduto un’imagine di così triste ribrezzo e di si livido orrore in un volto umano? Forse egli dormiva, e il serpente gli si era cacciato nella gola, attaccandovisi coi denti?

La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sè — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi!

«Stacca coi denti la testa! Mordi con forza», così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in me s’unirono in un sol grido.

O voi arditi, a me dintorno! Voi cercatori, voi tentatori, e voi tutti che con accorte vele v’imbarcate per mari inesplorati! Oh voi tutti che amate gli enigmi!

Sciogliete l’enigma, ch’io intravvidi allora: interpretatemi la visione del solitario tra i solitari!

Poichè quell’era una visione e una previsione: — che cosa io vidi allora in una parabola? E chi è colui che deve venire un giorno?

Chi è il pastore, nella cui gola si cacciò il serpente? Chi è l’uomo, nella cui gola entrerà tutto ciò che è più pesante e più nero? [p. 153]

Ma il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Lontano da sè egli rigettò la testa del serpente: — e sorse in piedi.

Non più un pastore, non più un uomo — ma un rinnovato, un illuminato, che rideva!

Non mai ancora sulla terra uomo rise al pari di lui!

O miei fratelli, io udii un riso che non era umano, — ed ora una sete mi divora, un desiderio che non ha tregua.

Provo il desiderio di quel riso; e questo desiderio mi divora: oh, come posso sopportare ancora la vita? E come potrei ora acconciarmi a morire?».

Così parlò Zarathustra.

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