Cernigoi, intervista sulla storia delle foibe

Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal  1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il  periodico “la Nuova Alabarda“. Ha iniziato ad occuparsi di storia della  seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu  il suo primo studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste”. In seguito ha  curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla “Nuova  Alabarda”) su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e  sulla strategia della tensione.
Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato “La memoria tradita”, sull’evoluzione del fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano).  Esce proprio in questi giorni “Operazione Foibe. Tra storia e mito”, edito dalla Kappa Vu dell’editrice Alessandra Kersevan.
La monografia, ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo scorso 7 febbraio.

La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,  decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l’unica  possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i  documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore.  “Operazione Foibe”, con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge  questo scopo. E’ una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per oltre sette anni, sette  anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé  estremamente ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l’ha spinta  (ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?

“Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa  città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì “la più fascista d’Italia”.  Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche  sulla “questione foibe” sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di  esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da  contraltare all’istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della  Risiera di San Sabba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per  la legge di tutela degli Sloveni in Italia.

Otto anni fa, quando per la  prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di “foibe”, era il momento  in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come   “risposta” di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché  dopo lo sfascio della Jugoslavia c’era chi aveva interesse in Italia a  destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una  situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all’epoca,  fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di  scontro, se mi si passa l’espressione: cioè era iniziata un’inchiesta  giudiziaria per i cosiddetti “crimini delle foibe”, e questa inchiesta stava  coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a  questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai  presunti “crimini delle foibe”, dato che non mi sembrava giusto che quelli  che all’epoca, non conoscendoli, mi venne da definire “poveri vecchietti” (e  voglio subito dire che i “poveri vecchietti” che ho conosciuto in seguito a  queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie  e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di  inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi  Papo.

Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli  “scomparsi da Trieste per mano titina” (sia chiaro che certe terminologie  non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata  vigente), per cercare di capire l’entità reale del fenomeno “foibe”. In base  a questo è nato il primo “Operazione foibe”, che aveva come scopo  essenzialmente quello di spiegare che gli “infoibati” non erano migliaia, né molte centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant’anni. Per esempio, da  Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le  1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli “infoibati” anche  persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascismi”.

seli5b19“Tra storia e mito”. E’ il significativo sottotitolo del suo libro. A  sessant’anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose,  o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E’ facile per chiunque  voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il  recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: “Il  cuore nel pozzo”, ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa  incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile  strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe  e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E’ forse colpa della  controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a  passare…e quindi diventa facile occasione di attualizzazione, veicolandola  nei labirinti del dibattito politico?

“Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica.  Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una “questione foibe”,  perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle  foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia  di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta “Venezia   Giulia”, cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l’Istria e Fiume) di  quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi  morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi  fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i  circa 400 “infoibati” che furono uccisi nell’Istria del dopo armistizio  (settembre ’43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra.  Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a  politicanti e propagandisti) si sconvolgono all’idea di questi 400 morti,  non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il  ripristinato “ordine nazifascista” in Istria nell’ottobre ’43 causò migliaia  di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di  ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di  serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia  italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri,  quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa “normale” che  siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.”

Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la  “contestualizzazione dei fatti”, dalla quale è impensabile prescindere per  tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno  contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati  storici, sociali..forse anche antropologici?

“Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un “mito”, in  quanto il fenomeno in realtà è un “non fenomeno” che è diventato tale a suon  di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su  fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la  liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori,  che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto  niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che  i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza  del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l’espansione ad est,  quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di  territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i  nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un  esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran  Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano,  comunista, e composto da popoli “slavi”, considerati “inferiori” dal  nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della  guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.

Grave mi è sembrato però leggere l’Unità (non il Secolo d’Italia o Libero!)  che (cito) parla di “odio degli slavi verso gli italiani”, generalizzando un  concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può  attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi  esprimersi in questi termini?”

Quanto alla “contestualizzazione”, vorrei dire che è impossibile fare un’analisi  unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da  Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente  fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra;  centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per  militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le  quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e  vendette. Però diciotto di questi “infoibati” erano stati uccisi da un  gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si  può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché  secondo me non si può parlare di “fenomeno” foibe.

Quanto ad un’altra vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di  repressione politica contro chi poteva creare dei problemi all’instaurazione  di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il  motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.  Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è  solo un’analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno.  Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che  avevano la qualifica di “sciarpa littoria” e veterani della marcia su Roma  erano più di 400; 600 membri contava l’Ispettorato speciale di PS (una  struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione  repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia  non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio che rimasero  al proprio posto. Se si fosse voluto fare un “repulisti” politico, gli  uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”

Su questa tragedia c’è stato un colpevole silenzio della sinistra che dev’essere “rimosso”. Sono le parole dell’onorevole Walter Veltroni, sindaco  di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di Basovizza.  Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio (che  non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre  di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non  solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze  degli italiani il clima politico e culturale che per vent’anni il regime  fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e  psicologiche di estrema gravità !

“Io sono dell’opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia  mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri – non solo di  propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di Roberto  Spazzali, “Foibe un dibattito ancora aperto”, uscito nel 1992 – ne sono  usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se  ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie  della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai  crimini commessi dall’Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa  come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì  è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon  documentario di Michael Palumbo, “Fascist legacy” sui crimini di guerra  italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato  “infoibato” dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda,  dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di  disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo,  non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un  paio di anni fa.”

Restiamo in tema. Quando l’onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d’alloro  anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni  fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno  di Roberto Menia il quale ha affermato che “mentre non vi e’ nulla da dire  per ciò che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla  Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e’ evidente che non  possono essere eletti a martiri di una italianità cattiva nel 1930, coloro  che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi  non possono essere contrabbandati per martiri ed e’ evidente che Veltroni  sbaglia ed e’ sbagliata questa ricostruzione che e’ la ricostruzione che  vuol fare la sinistra”. Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto  fin’ora ?

“È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una  sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima  di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva  “terroristi”, io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo,  per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità  concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era  contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende  avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no “terroristi”, secondo  me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli  antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania  nessuno avrebbe il coraggio di chiamare “terroristi” gli attivisti della  Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi,  il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.”

Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole che  i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda  antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di  alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della  Resistenza. L’auspicio è tuttavia che serva acciocché si affrontino tali  tematiche con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della  documentazione presentata . E’ in fondo questo il valore civile della  Storia, non le pare?

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...