Reale, Platone tra i dialoghi e le dottrine non scritte

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G. Reale, Per una nuova interpretazione di Platone alla luce delle “Dottrine non scritte”

[Bompiani, Milano 201022, pp. viii-ix, xx-xxiii]

Si può ben dire che, oggi, non c’è nessuno studioso di buon senso che neghi l’esistenza di «Dottrine non scritte», ossia di quelle dottrine che Platone esponeva nelle sue lezioni nell’Ac- cademia (che si intitolavano «Sul Bene»), ma che non metteva per iscritto. Le auto-testimonianze di Platone stesso e le testimonianze dei discepoli (a cominciare da quelle di Aristotele) sulla teoria dei «Princìpi primi e supremi» al di sopra delle Idee sono incontrovertibili. I problemi nascono dalla interpretazione che di tali dottrine si possono e si devono dare. Su questo punto gli interpreti sono assai divisi.

a) Una prima ipotesi è stata formulata da Eduard Zeller (ma da nessuno seguita), secondo il quale quelle dottrine sono state formulate dall’ultimo Platone, e non sono state scritte per il motivo che il filosofo, ormai vecchio, non aveva più le forze fisiche e spirituali per farlo in modo adeguato.

b) Una ipotesi più ragionevole – seguita da molti – è stata quella di considerare le «Dot- trine non scritte» come espressioni, sì, del tardo Platone, ma di una certa consistenza e di un certo spessore teoretico, e durate per alcuni anni. Di esse ci sono infatti innegabili cenni e allusioni in tutti i dialoghi posteriori alla Repubblica (a partire quindi dal Parmenide).

c) Dal punto di vista ermeneutico le «Dottrine non scritte» non sarebbero decisive per intendere i dialoghi, eccezion fatta per i dialoghi dialettici.

d) La teoria delle Idee espressa da Platone nei dialoghi sarebbe comunque, secondo alcuni, più interessante rispetto alla teoria dei Princìpi primi e supremi.

e) Il peso dato alle «Dottrine non scritte» dalla nuova interpretazione comporterebbe la svalutazione degli scritti, e sostanzialmente ne diminuirebbe il valore.

Contro queste tesi la Scuola di Tubinga e di Milano hanno precisato quanto segue.

a) La presenza delle «Dottrine non scritte» è dimostrabile in modo preciso a partire già almeno dal Simposio (e per cenni anche prima, a partire dal Protagora), e nella Repubblica è riscontrabile in maniera veramente massiccia.

b) Dal punto di vista interpretativo, la teoria dei Princìpi primi è determinante per inten- dere tutti i passi di rimando che si trovano nei dialoghi (i cosiddetti «passi di omissione»), in cui Platone rinvia la soluzione del problema ad altro momento (ma questo momento decisivo non si trova negli scritti).

c) Le «Dottrine non scritte» arricchirebbero i dialoghi scritti, e ne mostrerebbero l’effetti- vo spessore teoretico.

d) La stessa teoria delle Idee rimane problematica di per sé, in quanto la molteplicità del numero delle Idee richiede comunque una ulteriore giustificazione, fornita appunto dai Prin- cìpi primi, considerati come fonte da cui derivano.

e) Il giudizio sul valore della dottrina dei Princìpi rispetto a quello della dottrina delle Idee è una questione meta-ermeneutica, ossia è di carattere squisitamente teoretico, e quindi dipende dalle posizioni teoretiche che sono proprie dell’interprete.

Ma proprio dal punto di vista ermeneutico sorgono altri problemi che in questo libro non ho trattato e che ho discusso invece più di recente, e che qui riassumo.

Un problema che in generale viene mal posto e quindi mal risolto, riguarda la precisa po- sizione di Platone nei confronti della scrittura. Infatti, la posizione di Platone è ambivalente, o meglio a due facce. Platone critica la scrittura e la considera nettamente inferiore all’oralità; ma, nello stesso tempo, non solo accetta la scrittura, ma la difende, e indica anche quali sono le giuste regole da seguire per scrivere in maniera perfetta. […]

Ma allora, come può un uomo che non solo è stato teorico dell’arte dello scrivere, e che con i suoi scritti ha cambiato la storia della cultura greca e quella dei suoi eredi culturali, sot- toporre proprio gli scritti a una serrata critica?

Come si può spiegare che nel Fedro e nell’excursus della Lettera VII, Platone affermi ad- dirittura – come vedremo – che su certe cose (su quelle che per lui erano di maggior valore, ossia sui fondamenti del suo sistema) non solo non c’era fino a quel momento un suo scritto, ma che non ci sarebbe mai stato neppure in futuro, dando preminenza all’oralità per quelle cose che per il filosofo sono «di maggior valore»? La risposta a queste domande, a mio giudizio, è la seguente.

In primo luogo, va tenuto ben presente che l’oralità di cui Platone parla è la nuova forma di «oralità dialettica». Ma questo ancora non basta per la comprensione della profondità della posizione assunta da Platone.

In effetti, Platone per primo si è accorto di ciò che nella scrittura – insieme a suoi grandi vantaggi – veniva a mancare. Lo scritto, per essere compreso, presuppone un rapporto con colui che lo ha scritto, e quindi implica qualcosa di più della semplice lettura. Presuppone «preconoscenze», ossia un apprendimento attuato per altra via di ciò che rende possibile la sua comprensione.

Platone ha intuìto quello che solo in tempi a noi molto vicini ha compreso l’ermeneutica, e in particolare quello che viene chiamato «circolo ermeneutico», che Gadamer ha approfondito e sviluppato in modo pressoché perfetto nel suo capolavoro Verità e Metodo (che il lettore interessato trova in questa collana con testo originale a fronte). Gadamer ha dimostrato che il «circolo ermeneutico» costituisce una spiegazione positiva della maniera in cui si attua la comprensione interpretativa. Ogni interpretazione di un testo non può se non iniziare da «pre- concetti», «pre-conoscenze», che devono essere via via rielaborati e riformulati a confronto con il testo. E il testo viene sempre meglio compreso nella misura in cui i pre-concetti e le pre-conoscenze si dimostrano non inconsistenti e le nostre aspettative si adeguano vieppiù alla cosa. Senza «pre-conoscenze», una comprensione del testo non risulta possibile.

Leggiamo i due passi del Fedro in cui Platone presenta la più sorprendente anticipazione del «circolo ermeneutico», e in cui sostiene la tesi che la comprensione degli scritti (si intende: l’adeguata comprensione degli scritti) può essere attuata solamente da chi ha «preconoscenze» di quelle cose di cui parla lo scritto.

In primo luogo scrive: «Chi ritenesse di poter tramandare un’arte con la scrittura, e chi la ricevesse convinto che da quei segni scritti potrà trarre qualcosa di chiaro e di saldo, dovreb- be essere colmo di grande ingenuità, e dovrebbe ignorare veramente il vaticinio di Ammone [scil. che la scrittura non dà memoria ma solo capacità di richiamare alla memoria, né sa- pienza ma solo opinione], se ritiene che i discorsi messi per iscritto siano qualcosa di più di un mezzo per richiamare alla memoria di chi sa le cose su cui verte lo scritto» (275 C-D). E in modo marcato ribadisce: «veramente i migliori degli scritti non sono altro che mezzi per aiutare la memoria di coloro che sanno» (278 A). […]

La scrittura ha bisogno, per comunicare i suoi messaggi, del «soccorso» dell’autore, dice Platone. Szlezák ha dimostrato che l’impianto di tutti quanti i dialoghi è imperniato proprio sulla dinamica della «struttura-di-soccorso», ossia sul soccorso che il dialettico porta via via nel corso del discorso, superando le difficoltà che emergono, in funzione della dialettica della domanda e risposta, il che corrisponde perfettamente – a nostro giudizio – alla dinamica che comporta il «circolo ermeneutico».

In effetti, questa «struttura-di-soccorso» costituisce una messa in atto proprio del «circolo ermeneutico», in vari sensi. In primo luogo, si mostra nello scritto stesso ciò di cui l’inter- pretazione dell’oggetto in discussione ha bisogno per essere sempre meglio inteso, ossia una determinata «pre-conoscenza». In secondo luogo si fa rimando ad un ulteriore soccorso, che verrà fatto altra volta: talora in altri dialoghi, ma per quelle cose che per il filosofo sono di «maggior valore» nella dimensione dell’oralità dialettica.

I cosiddetti «passi di omissione», ossia quei passi in cui Platone si astiene dal dire proprio ciò che risulterebbe risolutivo della questione trattata e che quindi ci aspetteremmo, sono un punto-chiave del platonico «circolo ermeneutico», come dimostreremo nell’analisi dei vari dialoghi e dei passi più significativi al riguardo.

Allora è chiaro in che cosa consista il «circolo ermeneutico» in cui è necessario entrare per intendere Platone: la lettura degli scritti richiede quei «pre-giudizi» e quelle «pre-conoscen- ze» che ci vengono fortunatamente offerti dalla tradizione indiretta.

Ma la dinamica di questo «circolo ermeneutico» non si ferma con il soccorso che l’oralità che è conservata – sia pure solo in parte – dalla tradizione indiretta rende più chiaro lo scritto; ma gli stessi scritti portano soccorso alla tradizione indiretta. Come lo scritto tramandatoci dalla tradizione indiretta «soccorre» gli scritti platonici, per converso a loro volta gli scritti rendono comprensibili le dottrine non scritte. Quelle pre-conoscenze devono essere continua- mente rivedute sulla base di ciò che risulta dall’impatto con i testi.

Non poche volte accade che certe scarne notizie tramandate dalla tradizione indiretta e che non offrono più che lo scheletro delle dottrine orali, riacquistano straordinaria vitalità proprio in conseguenza di questo impatto con i dialoghi, con la feconda dinamica circolare che ne consegue (lo scritto, soccorso dal non scritto, soccorre a sua volta la tradizione indiretta sul non-scritto).

Platone, in quel momento della svolta epocale della cultura che passava dal predominio dell’oralità a quello della scrittura, aveva ben compreso che la scrittura, come mezzo di co- municazione dei messaggi filosofici, ha bisogno di un soccorso strutturale che è proprio di quella «oralità dialettica» da cui era nata, secondo quel «circolo ermeneutico» di cui abbiamo detto. Si tratta dunque di una oralità che è ben diversa da quella «poetico-mimetica» dell’e- pos, e anche di quella oralità messa in atto dai retori e dai sofisti, ed è appunto quella «oralità dialettica», con la dinamica dell’arte del domandare e del mettere alla prova, ossia dell’arte di chi sa scrivere le cose che per il filosofo sono di maggior valore non nei rotoli di carta, ma nelle anime degli uomini.

Si può, ovviamente, rimproverare a Platone di aver spinto troppo innanzi questo criterio dell’«aiuto» o «soccorso», addirittura con la decisione di non voler mettere in modo adeguato per iscritto quelle «cose di maggior valore», che sono proprio quelle cose che danno il senso ultimativo a ciò che ha affidato ai suoi dialoghi, anche se, peraltro, queste cose sarebbero riassumibili «in pochissime parole». E, certamente, se i discepoli non lo avessero contrastato in questo, noi non avremmo a disposizione proprio il «soccorso» ultimativo, e quindi non avremmo a disposizione la giusta chiave per intendere i passi-di-omissione di molti dialoghi […].

Va in ogni caso tenuto ben presente che è solo la svolta culturale epocale in atto a quel tem- po – con il decisivo passaggio alla civiltà della scrittura – e inoltre il rapporto con il maestro Socrate – che fu l’eroe per eccellenza dell’oralità dialettica –, che ci fanno ben comprendere l’atteggiamento assunto da Platone nei confronti dell’oralità e della scrittura, che costituisce, di fatto, un unicum nella storia della cultura occidentale.

 

Vedi anche l’interpretazione di Trabattoni

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