Pitagora, il medico dell’anima

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Fëdor Bronnikov, Pitagorici celebrano il sorgere del sole

Pitagora: il medico dell’anima

(Estratto dalle dispense per “Dialoghi sopra i massimi sistemi” Percorsi di letture filosofiche di Nicola Zuin e Alessandro Genovese)

 

L’anima dei numeri e i numeri dell’anima

Scrive Porfirio:

“Ciò che Pitagora diceva a quanti giungevano per ascoltarlo, non può essere formulato con certezza: in effetti, regnava tra loro un silenzio eccezionale. Tuttavia, i punti ammessi sono i seguenti: prima di tutto, che l’anima è immortale; inoltre, che essa trasmigra in altre specie di animali; inoltre, che in periodi determinati, ciò che è stato rinasce, che nulla è assolutamente nuovo; e che bisogna riconoscere la stessa specie a tutti gli esseri che ricevono la vita”.

Porfirio

La visione del mondo elaborata dai pitagorici è irrimediabilmente segnata dalla contrapposizione fondamentale (ma non certo l’unica) tra corpo e anima.

Secondo la dottrina pitagorica della metempsicosi, l’anima, psyché, che è in sé divina, pura ed eterna, vive “prigioniera” del corpo, soma, che invece è impuro e mortale: alla morte del corpo, l’anima “trasmigra” in un altro corpo, di un animale o di un uomo (a seconda della bontà della vita che quell’anima aveva condotto), in un ciclo che trova termine soltanto nella definitiva purificazione (catarsi).

La dottrina della trasmigrazione delle anime è di derivazione orfica, ma la fondamentale novità del pensiero di Pitagora rispetto all’orfismo tradizionale, è il ruolo attribuito alla conoscenza come via di purificazione e dunque l’identificazione della colpa originaria nell’ignoranza.

“Si dice che Pitagora fu il primo a chiamarsi “filosofo”, non soltanto inaugurando un nuovo nome, ma anche insegnandone anticipatamente e utilmente il relativo significato. (…) il modo più puro di essere uomo è quello che ammette la contemplazione delle cose più belle, ed è questo l’uomo che Pitagora denomina “filosofo”.

Giamblico, Summa pitagorica

Non è facile, tuttavia, capire a cosa si riferisce Pitagora, parlando delle “cose più belle” che devono essere contemplate dal filosofo: serve cercare tra silenzi e segreti, lasciandosi guidare da testimoni furtivi, sospesi sul filo invisibile che unisce e separa l’anima e il corpo, per scoprire infine che è proprio la loro evidenza a nascondere le cose.

Racconta Aristotele, che

“pareva loro che tutte le cose modellassero sui numeri la loro intera natura e che i numeri fossero l’essenza primordiale di tutto l’universo fisico: e per queste ragioni essi concepirono gli elementi come elementi di tutta a realtà e l’intero cielo come armonia e numero”.

“Sembra dunque che questi filosofi, nel considerare il numero come principio delle cose esistenti, ne facciano una causa materiale come proprietà e come modo. Come elementi del numero fissano il pari e il dispari, il primo infinito, l’altro finito. L’uno partecipa di ambedue questi caratteri (essendo insieme pari e dispari). Ogni numero proviene dall’uno e l’intero universo, come già ho detto, è numeri. Altri fra di loro dicono che i principi sono dieci […] »

Aristotele, Metafisica

Anima e corpo sono diversi e opposti: secondo i pitagorici sono tuttavia entrambi numero. Il numero è anzi l’arché di tutte le cose.

Come spiega Aristotele, per i pitagorici, i numeri possiedono una dimensione spaziale,  hanno estensione e forma e sono perciò da intendere come composti da atomi fìsici, minime quantità indivisibili di materia, che si uniscono in ordine a formare tutte le cose.

Questa natura atomica del numero potrebbe suggerire subito un primo – immediato – livello di comunicazione con il pensiero di Democrito, tuttavia, per comprendere a fondo la visione del mondo dei pitagorici, è necessario collocare questa fisicità dei numeri all’interno di una struttura più complessa.

I numeri erano infatti rappresentati geometricamente e spazialmente (l’uno come il punto, il due la linea, il tre la superficie, il quattro il solido.) Un numero del tutto particolare e ritenuto dai pitagorici il numero perfetto è la Tetraktys (numero triangolare): viene rappresentata come un triangolo la cui base è formata da quattro punti; in tutto sono 10 punti, il numero perfetto, composto dalla somma dei primi 4 numeri (1+2+3+4=10), la combinazione perfetta delle quattro specie di enti geometrici: il punto, la linea, la superficie, il solido. Per queste ragioni, la tetraktys aveva un carattere sacro e rappresentava modello teorico della loro visione dell’universo, cioè un mondo non dominato dal Kaos delle forze oscure, ma da numeri, armonia, rapporti numerici.

Per i pitagorici, infatti, il numero è innanzitutto il kosmos: l’ordine dell’uni-verso, la  sua essenza misurabile, la numerabilità di ogni cosa e in particolare di ogni relazione tra le cose. Infatti, il movimento degli astri, la successione dei giorni e delle stagioni, così come i suoni e la musica, le dimensioni e le distanze, lo scorrere del tempo, fino alle relazioni sociali e le virtù politiche… tutte le cose del mondo si costituiscono come rapporti… e i rapporti sono numeri.

Si narra che l’intuizione fondamentale che sta alla base di questa teoria sia giunta a Pitagora per caso: passando davanti all’officina di un fabbro, egli sarebbe rimasto colpito dal modo in cui i martelli dell’artigiano, battendo il ferro sull’incudine, riuscivano a produrre echi in accordo tra loro. E soprattutto fu sorpreso della corrispondenza tra rapporti numerici semplici (grandezza e peso del martello, per esempio) e consonanze sonore. A questo si lega anche l’attribuzione a Pitagora dell’invenzione della scala musicale.

Secondo i pitagorici i numeri scaturiscono tutti dall’azione di due principi opposti – l’Uno, che è il principio limitante e la Diade, che è il principio di illimitazione – e per questo si dividono in due categorie a loro volta opposte: i numeri dispari, che i pitagorici considerano limitati (e quindi perfetti) e i numeri pari, considerati illimitati (dunque imperfetti). I pitagorici rappresentano questa natura dei numeri disegnandoli come puntini (atomi) ordinati a formare una sorta di corridoio aperto (pari) o chiuso (dispari):

Pari e dispari diventano in questo modo il criterio simbolico per una più generale classificazione di tutte le cose del mondo, che vengono pensate come coppie di contrari. In particolare, identificano dieci coppie: dispari e pari, limite ed illimite, bene e male, rettangolo e quadrangolo, retta e curva, luce e tenebre, maschio e femmina, uno e molteplice, movimento e stasi, destra e sinistra.

Dal punto di vista dei pitagorici, insomma, nessun elemento del mondo è eliminabile: la contraddizione (tra le stesse coppie di contrari che Anassimandro diceva generarsi e morire nell’Apeiron e di cui Eraclito canterà il Polemos, la guerra) e l’armonia dell’universo (il kosmos) sono due aspetti parziali e coessenziali della stessa realtà, la quale viene quindi concepita e descritta – ancora una volta – come armonia di contrari.

Il numero costituisce la struttura di questa realtà dialettica e ne rappresenta per questo l’espressione più efficace, nonché l’unica chiave possibile per la sua comprensione.

E’ decisivo notare, infine, che ciò che noi intendiamo col termine “rapporto”, e che in latino (e ancora in inglese) viene espresso col concetto di “ratio” – il quale si riferisce esplicitamente anche alla ragione e al pensiero – è indicato in greco (e in particolare dai pitagorici) con “Logos” che, come sappiamo, raccoglie in sé un universo di significati tra cui, appunto, ragione, pensiero, parola, discorso.

Il rapporto numerico, costituendo assieme la struttura del mondo e quella del linguaggio e del discorso, rappresenterebbe insomma la conditio sine qua non dell’essere della realtà e assieme della possibilità e di pensarla.

Nella straordinaria intuizione di Pitagora si fondono allora passato e futuro: se da un lato, infatti, non si possono non ritrovare in questa filosofia, tutti quanti gli elementi che costellano dalla notte dei tempi il cielo occidentale del racconto religioso, magico e mitologico del mondo, dall’altro lato è difficile sfuggire alla suggestione di un pensiero pitagorico che parrebbe anticipare di quasi duemila anni quel paradigma matematico che Galileo Galilei trasformerà nel manifesto della scienza moderna.

Il pensiero di Pitagora – e in particolare l’idea della matematica come linguaggio per descrivere il mondo – viene infatti esplicitamente ripreso da Platone, il quale, pur mantenendolo nell’ambito metafisico, lo libera dagli aspetti più mistici e magici, per assorbirlo in una visione più propriamente dialettica e filosofica, che condizionerà gli sviluppi successivi  dell’astronomia, ma anche della teologia, della logica e della scienza in generale.

Scrive a tal proposito Bertrand Russell:

«È solo in tempi molto recenti che è stato possibile dire chiaramente in che cosa Pitagora avesse torto. Non so di nessun altro uomo che abbia avuto altrettanta influenza nella sfera del pensiero. Lo dico, perché ciò che appare come il platonismo, si trova già, analizzandolo, nell’essenza del pitagorismo. L’intera concezione di un mondo eterno rivelato all’intelletto, ma non ai sensi, deriva da lui. Se non fosse per lui, i Cristiani non avrebbero pensato a Cristo come al Verbo; se non fosse per lui i teologi non avrebbero cercato prove logiche di Dio e dell’immortalità. Ma in lui tutto ciò è ancora implicito»

Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale

La scuola pitagorica: etica, est-etica e diet-etica

Le notizie sull’insegnamento di Pitagora e sulla vita nella sua scuola di Crotone, sono avvolte da un fitto alone di mistero, dovuto innanzitutto al segreto che Pitagora – pare – imponesse ai suoi discepoli. La stessa figura di Pitagora sfuma nella leggenda, descritto a volte come un filosofo-scienziato, altre come una specie di sprezzante santone che si attribuiva natura divina, altre ancora come un saggio schivo e riservato. Alcuni dubitano addirittura della sua stessa esistenza. Per questo – e per la difficoltà di attribuire ai singoli pensatori le diverse teorie e riflessioni – più propriamente si parla di “pitagorici” o di “pensiero pitagorico”.

Quel che si sa, è che la scuola pitagorica – alla quale partecipavano anche le donne – non era soltanto una comunità scientifica: era anche una setta mistica e religiosa, ed un partito politico aristocratico (che governò alcune città della Magna Grecia). In essa si svolgevano due tipi di lezione ai quali corrispondono due tipi di uditori.

Agli acusmatici (akusmatikoi) era consentito solo di ascoltare in silenzio il maestro che comunicava loro, nascosto da un telo, precetti e sentenze. Solo i matematici (mathematikoi) erano ammessi direttamente alle lezioni di Pitagora (con cui potevano interloquire) e potevano seguire la ricerca del maestro e condividerne i contenuti più scientifici. Ad essi era imposto l’obbligo del segreto, in modo che gli insegnamenti impartiti all’interno della scuola non giungessero ad orecchie inadatte. I matematici vivevano all’interno della scuola, si erano spogliati di ogni ricchezza e seguivano le regole della comunità. Pitagora richiedeva infatti di svolgere delle pratiche ascetiche, sia spirituali che fisiche, tra cui passeggiate in solitudine mattina e sera, cura del corpo, corsa, lotta, ginnastica. Inoltre la vita a scuola prevedeva di seguire una dieta costituita da cibi semplici.

Diels, indica un elenco di quindici divieti imposti da Pitagora ai membri della comunità: Astieniti dalle fave, Non raccogliere ciò che è caduto, Non toccare un gallo bianco, Non spezzare il pane, Non scavalcare le travi, Non attizzare il fuoco con il ferro, Non addentare una pagnotta intera, Non strappare le ghirlande, Non sederti su di un boccale, Non mangiare il cuore, Non camminare sulle strade maestre, Non permettere alle rondini di dividersi il tuo tetto, Quando togli dal fuoco la pignatta non lasciare la sua traccia nelle ceneri, ma rimescolale, Non guardare in uno specchio accanto ad un lume, Quando ti sfili dalle coperte, arrotolale e spiana l’impronta del corpo.

L’idiosincrasia di Pitagora per le fave è divenuta proverbiale: alcuni sostengono che potrebbe trattarsi semplicemente di una misura igienica contro il “favismo” (una specifica carenza enzimatica piuttosto diffusa nella zona del crotonese); altri invece riferimento a credenze antiche (riportate anche da Claude Lévi-Strauss), secondo cui le fave erano connesse al mondo dei morti, della decomposizione e dell’impurità.

Ma, fave o no, l’attenzione per l’alimentazione è sicuramente uno degli elementi più interessanti della scuola pitagorica, tanto da consentirci di aprire un varco attraverso cui penetrarne il segreto più profondo. Pitagora è considerato l’iniziatore del vegetarianismo in Occidente da quando Ovidio, ne Le metamorfosi, ha scritto che Pitagora “Per primo si scagliò contro l’abitudine di cibarsi di animali”, argomentando che la terra offre piante e frutti sufficienti a nutrirsi senza spargimenti di sangue.

Come Ovidio, anche Cicerone lega il vegetarianismo di Pitagora alla credenza nella metempsicosi, sottolineando l’aspetto per cui negli animali non vi sarebbe un’anima diversa da quella degli esseri umani:

“Fintanto che l’uomo continuerà a distruggere gli esseri viventi inferiori, non conoscerà mai né la salute né la pace. Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia”.

“Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente”

Cicerone

Quella di Pitagora, quindi, non è una posizione ideologica o una prescrizione insensata, tantomeno è una ritualità dogmatica o misterica: Pitagora propone invece, in modo assolutamente razionale e lucido, un atteggiamento verso il mondo che deriva dalla scoperta che il mondo è sostanzialmente un ordine unitario e interconnesso: la trasmigrazione delle anime, l’essenza numerabile di tutte le cose e la natura dialettica dei numeri stessi sono il fondamento metafisico della proposta etica pitagorica. E infatti il medesimo atteggiamento si riproduce anche nel rapporto con gli uomini, il cosmo (e gli dei):

Diogene Laerzio attribuisce ai pitagorici anche queste sentenze:

“Degli umani contratti altri s’incidono in tavole, ed altri in colonne, ma il coniugale contratto si sanziona nei figli”.

“Porgi aiuto alla legge, fa’ guerra alla illegalità; non rovinare né danneggiare la pianta coltivata, né l’animale che non arrechi danno all’uomo”.

“Non comportarti impudentemente con nessuno”. 

“Non bisogna giurare per gli dèi; bisogna, infatti, cercare di rendere se stessi degni di fede”.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi

La dimensione ascetica, le regole e il mistero che caratterizzano la scuola pitagorica non vanno perciò derubricati a capricci, vezzi e stranezze ma, al contrario, devono essere riconosciuti come intrinsecamente coerenti al contenuto e al metodo della ricerca del sapere, la quale ricerca – ricordiamolo – svolge a sua volta una funzione fondamentale nella concezione etica e religiosa dei pitagorici.

“Dinanzi agli estranei, ai profani, per così dire, quegli uomini parlavano tra loro, se mai dovesse capitare, enigmaticamente per simboli […] quali ad esempio: “Non attizzare il fuoco con il coltello” […] che somigliano – nella loro pura espressione letterale – a delle regole da vecchietta, ma che, una volta spiegate, forniscono una straordinaria e venerabile utilità a coloro che le comprendono. Ma il precetto più grande di tutti in rapporto al coraggio è quello di proporre come scopo più importante di preservare e liberare l’intelletto […]. “L’intelletto” infatti – a loro parere – “vede tutto e intende tutto, e tutto il resto è sordo e cieco”.” 

Secondo Giamblico, Pitagora ribadiva spesso che:

“La virtù, la sanità fisica, ogni bene e la divinità sono armonia: perciò anche l’universo è costituito secondo armonia. Anche l’amicizia è uguaglianza armonica”.

Letta in questo modo, perciò, la filosofia pitagorica, più che religione è medicina, più che una teoria è una proposta pratica in cui etica, est-etica e diet-etica si intrecciano attorno al fine  di ristabilire l’armonia nel proprio corpo e tra il corpo e l’anima e tra gli uomini e tra gli uomini e l’universo.

“Bisogna allontanare con ogni mezzo e sradicare col ferro e col fuoco e con vari espedienti, dal corpo la malattia, dall’anima l’ignoranza, dal ventre la ghiottoneria, dalla città la ribellione, dalla casa il dissenso e al tempo stesso la sproporzione in ogni cosa”.

Giamblico, Summa pitagorica

Proporzione, armonia, misura, ordine, rapporto, sono dunque le cifre del mondo di Pitagora. Un mondo perfettamente misurabile e assieme radicalmente contraddittorio e conflittuale, del quale possiamo giungere a conoscere, noi filosofi, il principio unico e immutabile, purificandoci da opinioni e superstizioni ma soprattutto con-dividendo un salutare rispetto di noi stessi e di ciò che ci circonda, sollevandoci così al livello degli dei, immortali a nostra volta quando finalmente osserveremo “le cose più belle” l’eterno determinarsi dell’illimitato, :

“Assumi come auriga l’ottima intelligenza, che è quella che viene dall’alto, e se dopo avere abbandonato il corpo giungerai al libero etere, sarai immortale come un dio, non più un uomo mortale”.

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