Gadamer sulla filosofia da Eraclito a Socrate

Da Eraclito a Socrate

da Hans-Georg Gadamer Il cammino della filosofia

Il fulmine governa ogni cosa
I confini dell’anima
Le contaminazioni della Chiesa
L’autenticità dei testi
Il logos dell’unità
Empedocle e Zenone
Socrate, il sofista
Socrate l’educatore
La realizzazione di un ideale

È davvero una cosa insolita ripercorrere le fasi iniziali del pensiero greco (la “filosofia dei Presocratici”, come si dice comunemente), evitando di adottare i criteri e i punti di vista della tradizione successiva, vale a dire quelli dell’Accademia platonica e della scuola aristotelica, in particolare. In queste interpretazioni si riassume l’intero destino che la storia ha assegnato a due imponenti figure, quali furono Parmenide ed Eraclito. Costoro, infatti, non rappresentano,
in verità, dei semplici  elementi  di  un edificio della storia del pensiero, che Aristotele stesso cercò di progettare e costruire; e che, naturalmente, era architettato secondo una ben precisa intenzione filosofica. Vedremo in seguito che Aristotele – nel tentativo di prendere le distanze dall’infinita superiorità e anche dal carisma del suo grande maestro, Platone, e di reperire una via autonoma – fu costretto a muoversi fra la tradizione da cui proveniva e la sua predilezione per la natura vivente, senza indirizzarsi al mistero dei numeri e dei loro rapporti. Per Aristotele questa fu, per così dire, una attrazione impellente, che lo spinse a interpretare tutti i pensatori precedenti come una propedeutica alla sua stessa fisica e alla sua filosofia della natura. Perciò, già parlando di Talete, ho voluto mostrare che in realtà vi si nasconde ben altro che il solo elemento – acqua. In età moderna questa filosofia è stata persino chiamata ilozoìsmo, intendendo con ciò l’ipotesi di una materia piena di vita; ma il termine hyle, “materia”, è appunto una categoria aristotelica e non coglie affatto ciò che si aveva di mira fin dal principio, cioè il mistero della totalità dell’essere, (dove sia, come si regga, quale ordine abbia, come diventicosmo). Ne abbiamo già trattato, e abbiamo visto che fu Parmenide a sollevare una prima obiezione nei confronti di questo modo di pensare, e la sua critica fu ripresa, in seguito, più da Platone che da Aristotele.
Ma lo stesso Eraclito non può essere a sua volta inquadrato in queste categorie. Ho riportato solo un paio dei suoi enunciati più avvincenti, poiché nel suo caso la citazione è, per così dire, quasi la forma più adeguata per avvicinarsi a questo pensatore. Eraclito non fu una figura di maestro, quale magari si può supporre, e in parte anche ritrovare, in altre tradizioni; già nell’antichità ebbe fama di essere l’oscuro, cioè colui che pronuncia massime misteriose e profonde. Un aneddoto che ci è stato tramandato racconta che a Socrate fu sottoposto il libro delle massime di Eraclito, perché lo leggesse; di esso Socrate avrebbe detto:
“Quello che ho capito è eccellente; sono convinto che quello che non ho capito sia altrettanto eccellente. Ma ci vorrebbe un bravissimo pescatore per riportare alla luce tali prelibatezze dal fondo del mare”.
Fu dunque un certo misterioso modello stilistico di Eraclito ad attirare fin da principio l’attenzione, grazie al paradosso, alla formulazione sorprendente, con cui viene detto: La via in salita e in discesa è una e medesima.
Le quotidiane aspettative di tutti vanno in frantumi, e si dischiudono così nuovi orizzonti di pensiero. Si tratta, in realtà, di quello che nel linguaggio attuale chiamiamo lo “speculativo”, e tale uso linguistico – lo speculativo – è quello proposto da Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Quest’ultimo grande – “greco”, starei per dire (sebbene Hegel fosse uno svevo che consolidò a Berlino la sua fama mondiale) disse, in effetti, dei frammenti di Eraclito:

“Non conosco alcuna proposizione di Eraclito che non avrei potuto accogliere nella mia logica, nel testo fondamentale in cui espongo le mie dottrine filosofiche”.
Fino a tal punto l’elemento speculativo (questa segreta contraddizione tra l’asserzione contraddittoria e la convincente unità di senso che vi si esprime) rappresenta un tratto comune che unisce il brillante fabbro di aforismi, Eraclito, con il dialettico, Hegel, il cui metodo, anch’esso sovente misterioso, è universalmente noto.
Comunque sia, neanche Eraclito si inserisce adeguatamente nello schema col quale Aristotele ha voluto reperire i passaggi che hanno preceduto e preparato il suo proprio pensiero.

IL FULMINE GOVERNA OGNI COSA

Se ci chiediamo quale elemento giochi in Eraclito un ruolo decisivo al fine di rendere comprensibile l’ordine del mondo, la risposta che ne deriva è certamente singolare: è il fuoco. Davvero il fuoco spiega l’ordine del mondo? Ciò sarebbe del tutto incomprensibile, se già non sapessimo che per i Greci, nel pensiero degli albori, calore e fuoco erano strettamente connessi tra loro. Egli non ha in mente tanto il fuoco che consuma, divora e tutto distrugge quanto piuttosto un altro fuoco, un’altra sostanza. Che cos’è propriamente il fuoco per il pensiero greco? È qualcosa che appartiene a tutti noi esseri viventi, in quanto siamo animali a sangue caldo: una specie di materia prima del calore. Così possiamo avere una prima spiegazione del perché il fuoco debba essere un elemento. Ma questo, in che relazione sta, a sua volta, con i fuochi lassù in cielo, il sole e le stelle? Dobbiamo pensare a combinazioni molto azzardate; dovremmo supporre, che se Eraclito ha davvero parlato del fuoco con questa particolare enfasi che sappiamo, doveva trattarsi piuttosto di qualcosa di simile al fulmine altrettanto improvviso. C’e un detto di Eraclito, inciso sopra la soglia della celebre baita di Martin Heidegger nella Selva Nera; questo frammento dice: Il fulmine governa ogni cosa. Bisogna ascoltarlo attentamente, per cogliere anche qui, di nuovo, questa contraddittorietà carica di tensione. Non significa affatto – come potrebbe credere il banale pensiero mitico – il fulmine di Giove, che scaglia i suoi dardi, e così domina gli eventi del mondo. Ciò è del tutto estraneo a Eraclito, e anche alla filosofia. La nostra vita è già in cammino verso il lògos. Ma che cosa significa questo? Già, che cosa significa? Pensiamo all’esperienza del fulmine! Soprattutto, là dove essa appare in tutta la sua potenza, nella notte. Nel giro di un istante tutto si fa visibile nella luce più abbagliante, per inabissarsi, un attimo dopo, in una notte ancora più profonda. Questo è evidentemente il tratto più interessante del fuoco: la sua forza improvvisa, illuminante.

I CONFINI DELL’ANIMA

Abbiamo già visto, dagli esempi acuti e profondi di Eraclito, che queste cose c’erano davvero, nascoste nello sfondo, e all’improvviso tutto si capovolge nel suo contrario. Ho parlato di sonno e veglia, ma possiamo sostituirli con: vita e morte. Diciamo infatti che qualcuno dorme come un morto, eppure all’improvviso si risveglia. “Il fulmine governa ogni cosa”. Siamo quindi al cospetto di un modo di pensare radicalmente diverso da quello che ha in mente Aristotele; e anche il linguaggio è del tutto differente. È quel modo di pensare in cui si staglia nettamente qualcosa che non è affatto pensabile con categorie quali la mescolanza di elementi e la compresenza di sostanze diverse, bensì che è misterioso come il risveglio, il “tornare in sé”, e come il prender sonno, l’assenza di sé. Che cosa accade in questi frangenti?
Eraclito fu il primo a compiere il passo da gigante di separare il concetto di anima, di psychè, dall’intimo legame con la vitalità in quanto tale. La potenza vitale è in effetti qualcosa che ha a che fare con il calore e con la vita, ma tutti questi enunciati che Eraclito ripetutamente azzarda, laddove hanno di mira l’anima non si riferiscono alla vitalità, quanto piuttosto a ciò che noi chiameremmo “coscienza”. Che cosa intendiamo, infatti, dicendo “non è più in sé” oppure “è di nuovo in sé”, o, di chi si risveglia: “ha ripreso coscienza”? È grosso modo in questi termini che Eraclito pensa l’autentico mistero. L’anima non è soltanto il respiro del vivente, bensì è proprio l’elemento pensante, che nella sua ampiezza porta già in sé tanti enigmi e tante verità. C’è un bellissimo detto di Eraclito che recita: Mai raggiungerai i confini dell’anima, per quanto lontano tu possa andare.
Questo è il nuovo universo. Si può immaginare che, stando così le cose, si possa spiccare il salto, assai rapidamente, fino magari all’idealismo tedesco, per il quale l’autocoscienza, con la sua estensione, con la sua portata universale, è al tempo stesso fondamento di ogni verità, della realtà e del mondo. Però, in realtà, si proietterebbe troppo falso modernismo nel pensiero di Eraclito, se davvero lo si mettesse in relazione con l’autocoscienza del pensiero moderno. Si potrebbe anche mostrare – e credo che nel corso di questa panoramica sulla storia della filosofia ciò apparirà abbastanza chiaramente – che questo concetto moderno di autocoscienza è inseparabile dal pensiero del metodo della scienza moderna.
In fin dei conti questi scritti di Eraclito pongono compiti del tutto diversi al pensiero filosofico e all’esame scientifico della tradizione.

 

LE CONTAMINAZIONI DELLA CHIESA

Eraclito, nonostante la sua oscurità, fu un autore enormemente apprezzato, e, anche se i tempi cambiano, proprio in certe asserzioni molto oscure c’è sempre modo di riconoscere se stessi. Questo fa parte di quelle misteriose forme di cui l’incomprensibile si veste per continuare ad essere. Così è stato anche per Eraclito. Egli fu l’autore prediletto della prima età ellenistica, quando la Stoà, la filosofia stoica, prese a trarre conseguenze morali e psicologiche dalle dottrine della filosofia classica greca. A quel tempo molti temi stoici venivano riconosciuti nei detti di Eraclito. Poi arrivarono i Padri della Chiesa, nel tentativo di confrontarsi con la tradizione umanistica, se posso esprimermi in questo modo, che si ereditava dalla cultura greca, nella tarda antichità. Ed essi provarono a riformulare il pensiero greco in modo da trovarvi, per così dire, anticipato, un senso cristiano. In questo senso, per esempio, il fuoco si prestava benissimo a tradurre visivamente le fiamme dell’inferno. Inoltre c’era questa frase di Eraclito: Alla fine il fuoco divorerà e distruggerà tutto. E poi naturalmente si trova detto in Clemente (Alessandrino): “… e così le anime dei peccatori impenitenti saranno ridotte in cenere”, o qualcosa di simile. In breve, nel corso dei secoli antichi, proprio nel caso di Eraclito, si esercita una vera e propria “tecnica di sovrapposizione”: si interpretano i frammenti cercandovi anticipazioni di ciò che è già noto. Io stesso ho ricostruito un frammento di Eraclito, liberando da queste stratificazioni di concetti cristiani – persino quello di resurrezione – uno scritto che ho trovato. Sono asserzioni enigmatiche, per noi al limite dell’incomprensibile; nelle quali però, certamente, il culto dei morti e la glorificazione degli eroi (consuetudini tanto comuni nella grecità guerriera, da cui traevano origine) appaiono poi al Cristianesimo come un’anticipazione della resurrezione dei morti. In breve, il compito impostoci dai detti di Eraclito, non è solo quello di capirli, ma anche proprio di scoprirli. Molto probabilmente continueremo sempre a trovare negli scritti dei Padri della Chiesa una gran quantità di frasi di Eraclito, che, così stratificate, non sono ancora state scoperte. Il frammento che io ho identificato suona, nella mia ricostruzione: Il padre è figlio di se stesso. Evidentemente ciò significa che quando il padre genera un figlio, è allora che diventa padre; qui si esprime un’unità paradossale. È facile immaginare che questa frase si prestasse a meraviglia per spiegare la trinità, almeno nel suo primo momento, e naturalmente è proprio con questa intenzione che la ritroviamo nella Chiesa paleocristiana e nei suoi scritti. Insomma, per molto tempo (poi è diventato ancora più difficile) l’ambizione di un buon filologo era quella di trovare un detto di Eraclito, quasi ripescandolo, liberandolo dalle stratificazioni con cui la tradizione cristiana o tardo – antica aveva subordinato le parole eraclitee alle proprie intenzioni.

L’AUTENTICITÀ DEI TESTI

Si può ben capire: è tutt’altra cosa che leggere le citazioni o i frammenti che si tramandano di Parmenide, al di là del suo scritto che ci è pervenuto. Quel testo sembra quasi integralmente di mano di Parmenide, almeno nella sua prima parte, ma naturalmente anche in questo caso ci sono molti particolari, per esempio singoli versi, dei quali è possibile pensare che siano stati inseriti successivamente in un contesto che, come abbiamo visto, costituisce la parte dell’argomentazione dedicata all’unità dell’essere.
Comunque stiano le cose, è sorprendente il fatto che, stando alle interpretazioni correnti, si dica questo: Parmenide ha pensato l’essere statico, immutabile, mentre Eraclito ha avuto di mira il flusso sempre mutevole delle cose, e perciò avrebbe preparato il campo, per così dire, alla scepsi. Penso che gli esempi qui proposti di frasi eraclitee insegnino una cosa migliore: questi paradossi sono appunto paradossi: non vogliono dire che non si possa conoscere la verità. Al contrario! Essa è solo nascosta, e nella forma del paradosso viene allo scoperto, come quando si dice che il passaggio dalla fame alla sazietà è, appunto, un attimo improvviso. E allora si riconosce che in realtà entrambe testimoniano la stessa cosa, cioè il bisogno dell’organismo di nutrirsi. E così, naturalmente, Eraclito può essere per molti aspetti considerato in modo assai diverso da come è stato finora. Ma egli fu anche un incomparabile stilista: ancora oggi ritengo che il sistema migliore per scovare autentici detti di Eraclito, o anche solo per interpretarli, sia il metodo che io stesso ho usato: fare analisi stilistiche, cercare una sorta di morfologia delle proposizioni paradossali. Se si procede così, si può essere abbastanza certi nel dire: questo è un autentico Eraclito. Ma, quanto al significato, occorre liberare queste frasi dalle incrostazioni sovrapposte da tradizioni successive. Ogni citazione è in realtà una forma di appropriazione di qualcos’altro. Anche quando noi stessi ci serviamo di citazioni, vogliamo dire qualcosa che valga per questo momento preciso, ma con l’aiuto di versi preconfezionati, di proverbi, di affermazioni o di altro ancora.

IL LOGOS DELL’UNITÀ

Ecco dunque la straordinaria difficoltà di fronte alla quale stanno questi due pensatori, e la cosa che stupisce in loro è questa: nella totale diversità sono profondamente concordi, unanimi nel parlare entrambi dell’Uno. Eraclito dice: hén tò sophòn, uno è il saggio, e con ciò egli intende l’unità dietro le differenze e fra gli opposti, cioè questa unità speculativa. E, analogamente, Parmenide afferma: l’essere è l’Uno e non i molti. Ebbene, si può immaginare: se questa dottrina è da un lato l’insegnamento, il lògos della dea ispiratrice del poema didascalico di Parmenide, e se d’altro canto è la verità provocatoria della profonda meditazione di Eraclito, allora verrà naturale chiedersi: Ma come è possibile parlare di questo Uno, avere un lògos, formulare un discorso che sappia cogliere ciò che l’Uno dice di se stesso? È chiaro che questo sarà appunto il problema – e doveva essere il problema – che emerge dalla critica profonda rivolta alla curiosità del mondo e alle arditezze di pensiero dei filosofi di Mileto.

Possiamo dire senz’altro, che questi due pensatori furono più o meno contemporanei.  L’uno visse a Efeso e, con intuizione profetica, colse il pericolo di un predominio straniero (da parte del regno persiano) su queste città portuali, e ammonì i suoi concittadini più volte in tal senso. L’altro visse ad Elea (Velia), a sud di Napoli. Erano dunque separati da distanze enormi. Si è cercato di trovare nell’uno allusioni all’altro: certo si può giocare con queste fantasie, quando le testimonianze sono così poche da non poter confutare tali finzioni. Ma io ne sono convinto: è probabile che non si conobbero affatto. Hanno avuto entrambi lo stesso retroterra. Il loro background comune fu appunto questa insorgenza di un pensiero razionale orientato al lògos, di fronte alla nuova apertura al mondo maturata dalla “Scuola di Mileto” – dai filosofi di Mileto – nel corso di varie generazioni di filosofi importanti.

 

 

EMPEDOCLE E ZENONE
Purtroppo non posso proporre, come vorrei, altri grandi nomi di esponenti del pensiero greco degli albori, chiamati solitamente presocratici, così come ho fatto con gli autori già trattati. Sono nomi certamente noti, il cui fascino non è minore. Uno di questi è Empedocle. Tutti lo conoscono dalla storia della letteratura, e in particolare i Tedeschi ricordano la ripresa dell’immagine esemplare di Empedocle nella poesia di Hölderlin. Si sa, comunque, che Empedocle fu una figura mitica, come lo fu la sua morte, che egli cercò nell’Etna (nel cratere dell’Etna, a quanto si dice) al pari di tutte le storie legate alla sua vita, ai suoi poteri prodigiosi e infine alla sua discesa nell’abisso. Ha lasciato una quantità di canti poetici di taglio filosofico, nei quali già si prepara e si sviluppa la teoria degli atomi e la dottrina dei quattro elementi, che appunto, secondo la tradizione greca, fu lui a proporre per la prima volta: acqua, aria, terra e fuoco. Potrei parlare anche – anzi devo certamente farlo – del rapporto davvero molto stretto che vi fu, a Elea, tra Parmenide e il suo allievo Zenone. Più avanti, trattando di Platone, torneremo a dire che Zenone e Parmenide sono considerati come un unico indirizzo o scuola di pensiero, e ciò è dovuto al fatto che Zenone fa proprio l’asserto: C’è soltanto l’Uno, l’essere è l’Uno, e intende corroborarlo – o, se si vuole, dimostrarlo – facendo vedere che l’ipotesi della molteplicità conduce a contraddizioni insolubili. Riteniamo che quest’arte della confutazione, introdotta da Zenone per rinvigorire la dottrina eleatica, sia proprio l’invenzione della dialettica. Perciò, anche da questo punto di vista, è evidente l’intima affinità tra Parmenide, da un lato, ed Eraclito dall’altro: Parmenide, il cui allievo ha operato questa confutazione indiretta evidenziando le contraddizioni; ed Eraclito, fra i cui seguaci nasce l’unificazione delle contraddizioni, quella dialettica speculativa che Hegel ha ravvisato nei suoi frammenti.

In effetti potrei fornire ancora un lungo elenco di pensatori successivi, per esempio potrei ricordare ancora una volta che la teoria atomistica di Democrito è stata sviluppata nella sua forma, non già matematica, ma fisica, con profonda radicalità. Quando si parla di teoria atomistica occorre guardarsi bene dal confonderla con il concetto di atomo, fondato matematicamente e fisicamente nella teoria atomica della scienza moderna. C’è un frammento di Democrito che descrive le forme degli atomi, grazie alle quali essi si aggregano l’uno all’altro, generando infine la materia coesa e compatta, il corpo solido; ma ci sono poi altre affermazioni, ne ricordo una solo per mostrare la differenza: L’atomo è ciò che non si può più suddividere ulteriormente; tutto qui! – non si dice “è la più piccola particella”. Democrito dice infatti: “Potrebbe esserci un atomo grande quanto l’universo”. A parte il fatto che anche Democrito muove da questa dottrina eleatica dell’essere-uno per giungere al pensiero degli atomi, non possiamo purtroppo aggiungere molto sul suo conto senza rifarci a Epicuro e a Lucrezio, cioè ai suoi seguaci della tarda antichità.

SOCRATE, IL SOFISTA
Ci stiamo, infine, avvicinando al periodo di Socrate, all’epoca, cioè, in cui le arti della dialettica si diffusero come una sorta di epidemia fra i giovani di Atene. In realtà non si può trattare della filosofia senza considerare anche il concetto che le si oppone, la sofistica. “Sofistica” è, per così dire, far girare a vuoto l’arte della dialettica, evidenziare contraddizioni solo per il gusto di ottenere ragione. Lo slogan dei sofisti era: far sì che la cosa più debole, grazie a ingegnosissime argomentazioni, diventi la più forte, in tribunale e soprattutto nelle dispute. Questo aspetto della dialettica fu, ai tempi di Socrate, senza alcun dubbio il fenomeno dominante nella coscienza pubblica ateniese. E poiché così stavano le cose, Socrate (una figura decisamente singolare) divenne infine la vittima dell’indignazione popolare contro questi virtuosi dell’argomentazione e del discorso che erano i sofisti. Egli fu condannato appunto come sofista. Certo, sono tutte cose note. Ma per noi la figura di Socrate è un’altra, di nuovo una figura epocale, che indica una svolta. Qui forse si può ricordare quello che Cicerone disse, in seguito, di Socrate: Egli ha portato la filosofia giù dal cielo per farla abitare nelle strade di Atene. In altre parole, quelle discusse con i suoi concittadini, nei Ginnasi, nelle palestre, nelle riunioni politiche e nelle strade sono le questioni pratiche della vita, che egli ha portato con sé tra gli uomini. Socrate fu, per così dire, l’uomo scomodo che poteva fermare chiunque andasse per strada gonfio della propria boria, sottoponendogli questioni insidiose alle quali costui non sapeva rispondere. Pare che lo abbia fatto soprattutto con i grandi del suo tempo: lo fece con gli ammiragli e con gli strateghi, per sapere che cosa fosse il coraggio; lo fece con i giudici, per sapere che cosa fosse la giustizia; lo fece infine persino coi veggenti e gli indovini, per mostrare loro che di questioni divine, sacerdotali e religiose non sapevano proprio nulla.
Questa è la celebre figura di Socrate, ma da quali fonti la conosciamo? Certo egli ebbe tutta una serie di imitatori, ma tutti questi emuli impallidiscono al cospetto del solo Platone. E proprio a questo punto devo considerare, qui, lo specifico intervento di Platone, e precisamente, il compito che divenne per Platone la missione della sua vita, come gli fu presto chiaro. L’intenzione di Platone era quella di affrancare Socrate, da lui tanto ammirato, dall’errore giudiziario della democrazia ateniese, che lo aveva creduto un sofista, solo perché anch’egli sapeva argomentare in modo acuto, servendosi di ragionamenti dialettici.

 

SOCRATE, L’EDUCATORE
L’intera opera di Platone consta di due parti, ne conosciamo però soltanto una, non l’altra. Ciò che possediamo è la missione di tutta la sua vita di scrittore, con cui Platone si proponeva di mostrare che Socrate non era un sofista. È per questo motivo che scrisse i dialoghi socratici, nei quali l’ethos, per così dire, la potenza morale della dialettica di Socrate vengono messi in luce in maniera convincente, con il risultato che alla fine persino le figure importanti di quel tempo avevano dovuto dargli più o meno ragione, riconoscendo di non sapere nulla, e che pertanto Socrate era più saggio di tutti loro. Queste stesse cose valgono poi non solo per costoro: c’è infatti un altro arditissimo pensiero di Platone, vale a dire l’idea di un Socrate che discute con i sofisti, quelli con i quali fu sempre confuso. Un’invenzione: possiamo infatti dire, con una certa sicurezza, anche in base ad altre fonti, che egli non ha scambiato con nessuno di loro mai neanche una parola e che probabilmente non incontrò mai Protagora o Gorgia, o altri sofisti come loro. Piuttosto egli colse le conseguenze di questa dottrina sofistica sulla gioventù ateniese e sulla moralità pubblica, e ne fece oggetto della sua critica. Pertanto, se consideriamo l’opera dialogica di Platone, possiamo essere sicuri intanto che anche laddove Socrate vi compare come virtuoso della confutazione, Platone intenda dimostrare che non fu un sofista. Ed è per questo che lo pone in un confronto vincente con i sofisti: Protagora, Gorgia e gli altri.

Ma, oltre a questo, nell’evoluzione degli scritti platonici, troviamo qualcosa di assolutamente inconsueto: che cioè un pensatore di enorme potenza concettuale, capace di essere in campo matematico, se non proprio lo scienziato di punta, per lo meno l’ispiratore di nuove vie (a Platone risalgono certi problemi di astronomia matematica, da lui sottoposti ai suoi contemporanei, e altro ancora) – insomma che un uomo siffatto, che ha concepito calcoli astratti sulle variazioni e ha anticipato computazioni complicatissime sulla probabilità matematica e altri rompicapi del genere, al tempo stesso sia stato uno dei massimi talenti poetici della letteratura universale.

Credo sia un evento unico e forse irripetibile nella storia della filosofia, che uno dei massimi pensatori sia stato al tempo stesso anche un grande scrittore. E del resto è cosa nota, grazie anche all’incredibile spessore di cui Platone ha dotato la figura di Socrate nelle diverse circostanze di vita, molto al di là della semplice arte confutatoria, dotandolo delle capacità di un visionario.

E poi c’è, come tutti sanno, questo Stato ideale l’idea di una città ideale organizzata in modo tale che in essa vi sia solo la giustizia e nessuna iniquità, che vi sia fatto soltanto il bene e mai niente di male, e questo viene presentato come un ideale, che naturalmente possiamo qualificare solo col concetto di utopia. Credo che però dovremmo seguire l’esempio di Aristotele, che per primo si divertì a criticare chiunque prendesse sul serio, anzi troppo sul serio questa utopia platonica.

LA REALIZZAZIONE DI UN IDEALE
Tutti conoscono le singolari proposte che Platone avanza per la realizzazione di questa città ideale: la promiscuità delle donne, la comunanza dei figli e cose simili, per poi discutere in tutta serietà, se sia anche possibile realizzare effettivamente tutto ciò. E allora si dice: “Ah, questa non è certo una difficoltà; basta prendere tutti quelli che hanno più di dieci anni, allontanarli dalla città e tenere solo i bambini per costruire questo nuovo tipo di comunità”. Ebbene! Bisogna davvero essere degli eruditi accecati da troppa erudizione per prendere sul serio una proposta del genere! Qui però bisogna vedere che si tratta di una considerazione critica, concernente i pericoli dei legami familiari per la sussistenza dello Stato, le insidie del nepotismo e della protezione che deriva dall’appartenenza a certi gruppi familiari o clan di affiliati, tutte cose che per la sana vita comune, per il sano senso dello Stato, rappresentano una minaccia. Perciò si può leggere in realtà la Repubblica di Platone piuttosto come uno scritto critico, pensato per una opinione pubblica alquanto estesa, e volto a mostrare quanto sia assurda, in fin dei conti, quella “cosa pubblica” di cui, fra gli altri, anche il venerato maestro Socrate fu a suo tempo vittima. Dunque, non c’è da stupirsi che ciò avvenga anche in altri dialoghi, nel celebre Simposio, oppure nel Fedro, nei quali Platone ci mostra un Socrate che addirittura si delizia di grandi fantasie mitiche, mentre con tutta la maestria di un artista rende anche credibile questo mondo di miti come una fantastica trasvolata al di sopra di una ben più modesta verità logica. Ebbene, tutto questo c’è senza dubbio nell’opera platonica, ma quello che più di tutto ci deve interessare è il modo in cui, in Platone, prende forma una sintesi filosofica del pensiero greco che lo ha preceduto. Sarà poi Aristotele a richiamarvisi, e su ciò dovremo soffermarci, poiché si tratta di uno dei capitoli più controversi della filosofia greca.

L’iniziatore della dottrina delle idee sarà criticato dal suo allievo più importante, Aristotele (se consideriamo a fondo i dialoghi platonici, ne troviamo già qualche traccia), giacché Platone avrebbe formulato una teoria dualistica in cui due mondi non potrebbero però coesistere, e perciò dovrebbe essere considerata, per così dire, come una deviazione del pensiero. E per la verità tutto ciò è già presente nel Parmenide di Platone – dove si critica il pensiero dualistico. Questa è la più grande di tutte le difficoltà nella teoria delle idee: pensare che le idee siano per gli dèi e che il nostro sapere empirico sia per noi, uomini mortali. È Parmenide a dirlo, di fronte al giovane Socrate, affermando che questa è l’aporia più seria, il più grave errore nella comprensione delle idee.

Sono problemi che dovremo affrontare: che cosa ha affermato Platone, in realtà, a proposito delle idee? E perché Aristotele ha operato un tale rovesciamento, tanto da essere considerato da tutta la storia della filosofia come un critico esasperato di Platone? Naturalmente le cose non stanno proprio in questi termini. C’è infatti un celebre passo di Aristotele che dice: “Sono amico di Platone, ma più ancora amo la verità”. Quindi la sua critica, le sue modifiche, si legano sempre a ininterrotta amicizia e ammirazione per Platone. Sono tutte questioni alle quali ci dedicheremo nei prossimi incontri.

Strumenti

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