Martin Heidegger

“Solo un dio ci può salvare”

Tradizionalmente la filosofia ha cercato la verità delle cose in quella dimensione delle cose che non varia, che sta, nella loro sostanza. Questa idea dell’essere è quella che produce, secondo Heidegger, la società dell’organizzazione totale del lavoro: la società che tende a somigliare il più possibile all’oggettività.

L’Esistenzialismo (che si diffuse in Europa tra gli anni Venti e i Cinquanta) è anche il rifiuto di questa prospettiva sociale e dunque di questa concezione dell’essere: cerca i caratteri specifici dell’esistenza umana, i suoi limiti e le sue possibilità, l’insicurezza, la dimensione particolare, individuale, impossibile da pensare come pura oggettività, misurabile e permanente. Heidegger, Jaspers, Sartre, Camus ne rappresentano le figure più importanti.

Martin Heidegger (1889 – 1976) di famiglia cattolica è mosso da profondo interesse per la dimensione religiosa. Partecipe della cultura avanguardista di inizio secolo, rifiuta la cultura tomistica (e il suo legame con la metafisica dell’essere, da Parmenide in avanti) allora dominante.

Nel 1916, a Friburgo, Heidegger diventa assistente di Edmond Husserl: la sua fenomenologia si sforza di riconoscere l’oggettività dei nostri giudizi, riconducendoli alle cose e alla loro realtà.

La filosofia di Heidegger muove dall’intreccio di queste due prospettive, tra loro per molti versi opposte.

Sein und Zeit (1927) è un’opera incompleta. Si può anzi considerare l’intera evoluzione del pensiero di Heidegger come lo sforzo di completare Essere e Tempo. La domanda sull’Essere nasce dall’insufficienza di qualsiasi risposta già data, in particolare della sua concezione oggettivistica. Al centro della riflessione di Heidegger è il tentativo di porre il problema dell’essere a partire da quell’ente che pone il problema.

L’essere di questo ente è innanzitutto il fatto che esistere come “progetto gettato”: l’uomo è un progetto che guarda al mondo come una totalità di strumenti, interessato a usarli per un certo fine. L’essere (dell’uomo) nel mondo  è un essere interessato. Il progetto è in buona parte ereditato dalla cultura a cui ognuno appartiene: è questa dimensione in-decisa del progetto che lo definisce come “gettato”.

E’ solo in relazione a questo esserci dell’ente che si costituiscono le cose: il mondo non è dato ordinatamente a prescindere dall’esistenza dell’ente che lo ordina in funzione del suo progetto. Se per Kant questa operazione ordinante è uguale per tutti, per Heidegger è impossibile dire che la mente sia sempre la stessa.

Su questa base Heidegger si oppone a quella che chiama tradizione metafisica, all’idea di una realtà data che il soggetto deve limitarsi a rispecchiare, sforzandosi di essere sempre più puro. La critica ha nello stesso tempo un fondamento etico, perchè in un mondo oggettivo, immobile e meccanico, un soggetto neutro non può trovare spazio per la libertà.

Se dunque l’essere non è questa oggettività, allora cos’è? L’essere è il tempo, la temporalità storica dentro cui l’uomo esiste. L’esserci non è un oggetto. Come coglierne l’essere autentico? Cosa è più proprio all’esserci dell’uomo? La mia morte è quanto di più proprio possa identificare. Secondo Heidegger la propria autenticità (eigene Eigentlickheit) si ottiene solo assumendo radicalmente e totalmente la propria storicità, cessando di concepirsi come un oggetto stabilmente dato, ovvero riconoscendosi come essere per la morte, superando il modo di pensarsi che ha ereditato dalla metafisica. La metafisica è insomma a sua volta un fatto storico, un modo storicamente divenuto di concepire la realtà e il soggetto: l’esito di questa tradizione è la società totalmente organizzata che ha alla base la filosofia positivistica e contro cui le avanguardie si scagliano.

Infatti, questa idea dell’essere (che non è oggettività, bensì progettualità gettata) non è più descrizione, non esibisce oggettività (chè sarebbe una contraddizione), non pretende di dire una verità immobile: essa è piuttosto la risposta ad una esigenza, un appello pratico, etico, religioso. Questa risposta all’appello è ciò che Heidegger già in Essere e Tempo, ma soprattutto dopo la svolta degli anni Trenta) chiama Interpretazione. (L’ermeneutica è proprio la filosofia che tenta di costruirsi come interpretazioe). Nel senso dell’interpretazione e del dialogo deve essere superata la metafisica. Ma verso dove? Posto che Heidegger è consapevole che se, da un lato, superare la metafisica si deve, dall’altro, superarla davvero è impossibile.

Il tentativo di rispondere a questa domanda costituisce il senso della ricerca del cosiddetto “secondo Heidegger”. All’interno di questo tentativo si deve leggere il rapporto tra Heidegger e il nazismo: la Germania nazista era innanzitutto la possibilità di combattere il capitalismo anglosassone e il comunismo sovietico, entrambi prodotti della cultura oggettivistica-metafisica-positivistica. Inoltre, contraddicendo in parte la sua filosofia, Heidegger immagina (secondo un mito tipico degli intellettuali tedeschi di fine Settecento) che la Germania possa essere (in quanto più arretrata, meno industrializzata, meno scientifica e positivistica) più umanamente autentica e quindi una sorta di nuova Grecia preclassica. Si accorgerà che la Germania nazista è – a maggior ragione – il risultato del medesimo oggettivismo positivismo.

La svolta di cui parlerà più tardi, nella Lettera sull’Umanismo (1946), consiste proprio nell’acquisizione dell’idea che non si possa parlare dell’esistenza del singolo esserci fuori dalla storia in cui è gettato. Negli ultimi anni si dedica alla critica della società contemporanea, affermando che non si può  la propria autenticità se non trasformando la società in cui si è, se non assumendosi la responsabilità storica del proprio essere. Dove l’Essere è sempre più inteso come insieme degli esseri, cioè essenzialmente società. L’essere come progettualità umana che diviene nel dialogo tra gli umani. Wir, ein Gesprach sind.

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