La paura di non essere (se stesso): Hegel, la dialettica servo padrone

La paura e la meraviglia

La paura di non essere (se stesso): Hegel, la dialettica servo padrone

di Nicola Zuin e Alessandro Genovese

 

Se l’affermazione di sé passa per l’imposizione di sé stesso all’altro, chi è più forte vince la lotta e si afferma come signore di chi invece ha paura e, pur di aver salva la vita, accetta di servire.
Ma il signore, che vive del lavoro del servo, finisce col dipendere da lui, mentre il servo, nel lavoro, nella disciplina, nei prodotti della sua fatica, trova se stesso e si rende indipendente: il servo non ha più paura.

 

 

1. Piccolissima introduzione a Hegel:
il carro armato della filosofia: Aufhebung e dialettica.

il pensiero speculativo (vedi sotto)

2. Che cos’è la fenomenologia e dello spirito e cosa c’entrano il signore e il servo

La Fenomenologia dello spirito è la prima grande opera di Hegel (1806). In essa egli illustra le vicende del principio dell’infinito nel suo progressivo affermarsi e svilupparsi attraverso una serie di figure – alcune delle quali divenute celeberrime – relative ai più diversi aspetti della vita umana.

La Fenomenologia si può anche definire la “storia romanzata della coscienza”, che attraverso il suo errare tra contrasti e scissioni, infelicità e dolore, esce dalla propria individualità, raggiunge l’universalità e si riconosce come ragione che è realtà e realtà che è ragione.

Quest’opera, dunque, ha uno scopo dichiaratamente introduttivo e pedagogico: essa vuole preparare e introdurre il singolo alla filosofia, facendo in modo che egli si riconosca e si risolva nello Spirito universale.

La prima parte della Fenomenologia è divisa in tre momenti: Coscienza (in cui predomina l’attenzione verso il l’oggetto), Autocoscienza (in cui a prevalere è l’attenzione verso il soggetto) e Ragione (in cui si arriva a riconoscere – in una sintesi superiore – l’unità profonda di soggetto e oggetto, io e mondo).

a) Coscienza
È il primo stadio del cammino, la conoscenza del particolare sensibile, «del questo, del qui e dell’ora». La conoscenza della coscienza, apparentemente la più certa e chiara, si mostra in realtà superficiale, falsa e contraddittoria. In questa fase si vede nell’oggetto un semplice fenomeno, a cui si contrappone la sua essenza vera, che è ultrasensibile. Poiché, secondo Hegel, il fenomeno – l’oggetto – è soltanto nella coscienza e ciò che è al di là del fenomeno o è nulla o è qualcosa per la coscienza, a questo punto la coscienza risolve l’intero oggetto/mondo in se stessa, e diventa così coscienza di sé, «autocoscienza».

b) Autocoscienza

È questa la sezione che contiene le più celebri figure della Fenomenologia (tra cui quella della dialettica servo/padrone). Ora il centro dell’attenzione si sposta dall’oggetto al soggetto, ovvero all’attività concreta dell’io considerato nei suoi rapporti con gli altri.

c) Ragione
Una volta divenuta soggetto assoluto, l’autocoscienza diventerà poi ragione, ovvero raggiungerà la «certezza di essere ogni realtà»; la certezza, cioè, che l’uomo, il singolo, si trova in e fa parte di una totalità suprema.

Si approderà così al regno dello Spirito, che è analizzato nella seconda parte della Fenomenologia. Divisa in tre sezioni: Spirito, appunto, Religione e Sapere assoluto.

Signoria e servitù

Nella prospettiva “concreta” ricordata sopra, Hegel punta a mostrare come l’autocoscienza diventi tale, ossia come un soggetto prenda realmente coscienza di sé in relazione agli altri e al mondo. Come si vedrà dalla lettura e analisi della figura signoria/servitù, tale presa di coscienza non può essere indolore, ma deve passare necessariamente, secondo Hegel, per una dinamica di conflitto. La dialettica che si instaura tra il servo e il padrone – Karl Marx lo capirà meglio di chiunque – è l’emblema di questo conflitto, destinato a concludersi con il trionfo di uno dei due attori in gioco, a spese dell’altro.

La forza del racconto hegeliano, però, sta tutta in quello che è poi il motore della sua intera filosofia: la dialettica. Quello che Hegel ci mostra non è un conflitto, uno scontro fine a se stesso, sterile e inutile, estetizzante, ma compreso invece all’interno del sistema dello Spirito, ovvero – per dirla con parole più semplici – del mondo, hegelianamente inteso come regno della Ragione. Una ragione e un mondo che, in quanto tali, vivono e prosperano – come insegnava Eraclito – soltanto delle e nelle opposizioni.

•conflitto = (garanzia/condizione di) armonia; in un continuo fronteggiarsi di elementi opposti che si autoalimentano nel loro perpetuo scontro

•esaltazione della “guerra” come “vitalità”, e parallela critica della pace come “stasi/ quiete” mortifera (acqua ferma dello stagno, in cui tutto imputridisce).

La dialettica dev’essere intesa in un duplice senso: ontologico (come struttura della realtà, legge del suo sviluppo) e logico/gnoseologico (come strumento di comprensione della realtà). Alla struttura dialettica della realtà – per Hegel indiscutibile e “ovvia” – deve corrispondere uno strumento dialettico per analizzarla e comprenderla (se il mondo è dialetticamente strutturato, per poterlo comprendere io devo analizzarlo, “leggerlo” e interpretarlo in forma dialettica).

Tale strumento è appunto la ragione, che proprio per la sua capacità di cogliere il divenire della realtà, il perpetuo scorrere e alternarsi di elementi opposti che la strutturano e la innervano, si differenzia dall’intelletto, che è un modo di pensare statico e astratto. L’intelletto, infatti, “vede”, coglie le opposizioni, ma si limita a considerarle nelle loro differenze reciproche; la ragione – dialettica – invece, non solo comprende che tutte le determinazioni opposte vanno messe in relazione tra loro (A implica NON-A), e dunque “messe in movimento”, ma coglie l’unità suprema delle relazioni opposte, unità che vive nella molteplicità (ragione come “organo dell’infinito”).
Ragionare significa dunque pensare dialetticamente, ovvero pensare la realtà come una totalità processuale
Per questo il trionfo di uno sull’altro non è né può essere perpetuo, ma solo momentaneo, e destinato a preparare un altro conflitto; soltanto la dinamica dello scontro – la dialettica – è “eterna” (così come per Eraclito era eterno il divenire, in quanto forma dell’essere).

3. Signoria e servitù: un racconto

(Leggi qui  il testo originale completo)

  1. “L’autocoscienza è in sé e per sé in quanto e perché essa è in sé e per sé per un altra: ossia essa è soltanto come qualcosa di riconosciuto”
  2. “Per l’autocoscienza c’è un altra autocoscienza; essa è uscita fuori di sè”.
  3. “essa deve togliere questo suo esser-altro”
  4. “L’operare non ha dunque un duplice senso solo in quanto esso è operare sia rispetto a sé, sia rispetto all’Altro; ma esso lo è anche perché inseparatamente l’operare tanto dell’Uno, quanto dell’Altro”
  5. “essi si riconoscono come reciprocamente riconoscentisi”
  6. “è ora di considerare … come il suo processo appaia per l’autocoscienza”
  7. “dapprima l’autocoscienza è semplice esser-per-sé, è eguale a se stessa, perché esclude ogni alterità; a lei sua essenza e suo assoluto oggetto è l’Io; ed essa in questa immediatezza…. è qualcosa di singolo. Ciò che per lei è un altro lo è come oggetto inessenziale. Ma l’altro è anch’esso autocoscienza. Un individuo sorge di fronte a un altro individuo”
  8. “Ciascuna è ben certa di se stessa, non però dell’altra.”
  9. “La relazione di ambedue le autocoscienze è dunque così costituita, che esse danno prova reciproca di se stesse attraverso la lotta per la vita e per la morte. – Esse debbono affrontare questa lotta perché debbono, nell’altro e in se stesse, elevare a verità la certezza loro di esser per sé. E soltanto mettendo in gioco la vita si conserva la libertà”
  10. “Ma questa prova attraverso la morte toglie e la verità che ne doveva scaturire, e, insieme, anche la certezza di se stesso in generale… negazione che che dunque rimane priva del richiesto significato del riconoscere. Mediante la morte si è bensì formata la certezza… ma tale certezza non si è formata per quelli che sostennero la lotta”
  11. “In questa esperienza si fa chiaro all’autocoscienza che a lei la vita è così essenziale come lo è l’autocoscienza pura”
  12. “Risultato di questa prima esperienza è la risoluzione di quell’unità semplice: mediante quell’esperienza son poste un’autocoscienza pura e una coscienza la quale non è pura per se stessa, ma per un altro”.
  13. “L’una è la coscienza indipendente alla quale è essenza l’esser per sé; l’altra è coscienza dipendente alla quale è essenza la vita o l’esser per un altro; l’uno è il signore, l’altro è il servo”
  14. “il signore si rapporta a questi due momenti: a una cosa come tale, a un oggetto, cioè, dell’appetito; e a una coscienza cui l’essenziale è la cosalità;
  15. “il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata, attraverso il servo; anche il servo, in quanto autocoscienza in genere, si riferisce negativamente alla cosa e la toglie; ma per lui la cosa è in pari tempo indipendente; epperò col suo negarla non potrà mai distruggerla completamente; ossia il servo con il suo lavoro non fa che trasformarla. Invece, per tale mediazione, il rapporto immediato diviene per il signore la pura negazione della cosa stessa, ossia il godimento”
  16. “in questi due momenti si attua per il signore il suo esser riconosciuto da un’altra coscienza”
  17. “quella coscienza (del servo) in entrambi i momenti (verso il padrone e verso la cosa) non può padroneggiare l’essere e arrivare alla negazione assoluta; qui è dunque presente il momento del riconoscere, per cui l’altra coscienza, togliendosi come esser per sè, fa ciò stesso che la prima fa verso di lei; ed è parimenti presente l’altro momento, … perchè ciò che fa il servo è propriamente il fare del padrone”
  18. “Ma al vero e proprio riconoscere manca il momento pel quale ciò che il signore fa verso l’altro individuo lo fa anche verso se stesso e pel quale ciò che il servo fa verso di sè lo fa anche verso l’altro. col che si è prodotto un riconoscre unilaterale e ineguale.
  19. “La coscienza inessenziale è quindi per il signore l’oggetto costituente la verità della certezza di se stesso… egli non è dunque certo dell’esse per sè come verità…. la verità della coscienza indipendente è perciò la coscienza servile…
  20. “Ma come la signoria mostrava che la propria essenza è l’inverso di ciò che la signoria stessa vuole essere, così la servitù nel proprio compimento diventerà piuttosto il contrario di ciò che essa è immediatamente”

dal punto di vista del servo: p.161 29 la paura, p.162: 30 il lavoro: il formare e coltivare

 

4. (La lettura di Marx)

Karl Marx rappresenta senza dubbio il pensatore che, meglio di ogni altro, ha saputo cogliere il “cuore” autentico dell’hegelismo, radicalizzandone i presupposti e, nello stesso tempo, capovolgendone – almeno nelle intenzioni – gli esiti.
Il rapporto tra Hegel e Marx è molto complesso, e oggetto di interpretazioni diverse quando non addirittura divergenti. Un dato, però, è innegabile: il fondamentale influsso esercitato su Marx da Hegel, tanto che nel marxismo rimarrà sempre uno sfondo hegeliano generale, in almeno due elementi di fondo: la concezione dialettica del mondo – e della storia – e l’incrollabile fiducia nel futuro, la convinzione che l’oggi sia per forza meglio dello ieri, e il domani dell’oggi.

Per quanto riguarda le critiche che Marx muove a Hegel, ci limiteremo qui a segnalare a quella più decisiva, anche in relazione al tema della dialettica servo/padrone: l’accusa, mossa da Marx a Hegel e all’idealismo, di aver “capovolto” il mondo, di aver usato un metodo “mistico” per spiegare e interpretare la realtà, facendo del concreto una manifestazione dell’astratto cfr. esempio nella Sacra famiglia: uomo comune e filosofo realista pensano che esistano prima le mele e le pere, e poi il concetto di “frutto”, l’idealista parte dal concetto di frutto, per poi dire che si specifica nelle mele, nelle pere ecc.

A questo metodo “mistico” Marx contrappone il metodo «trasformativo», che consiste nel ri-capovolgere ciò che l’idealismo ha rovesciato, ossia nel riconoscere di nuovo l’uomo come soggetto concreto della storia, fatto di carne e di sangue (debito con Feuerbach). Questo metodo è trasformativo perché, appunto, si propone di trasformare la realtà – criticandola, per cambiarla in meglio – anziché limitarsi – come secondo fa faceva Hegel – ad analizzarla, considerandola come un qualcosa di immodificabile e, dunque, di per sé giusto, e quindi “santificandola” in quanto manifestazione razionale e necessaria dello Spirito (hegelismo conservatore e reazionario sul piano politico)

All’ingresso dell’università Von Humbolt di Berlino, in grossi caratteri dorati è scritto: “finora i filosofi si sono limitati a interpretare il mondo, ora è venuto il momento di cambiarlo”. (Marx, Tesi su Feuerbach)

In questo senso Marx, pur riconoscendo a Hegel il merito di aver interpretato la realtà dialetticamente, come realtà storico-processuale, lo accusa di aver insistito troppo sulle opposizioni concettuali, anziché concentrarsi su quelle reali, e di aver insistito troppo nel voler trovare una sintesi fra gli opposti, quando invece – nella realtà – gli opposti stanno uno di fronte all’altro «come due armi nemiche», fra cui non c’è possibilità di sintesi e di conciliazione, ma soltanto lotta ed esclusione. Ed è proprio su questo che si concentra la nuova, autenticamente rivoluzionaria interpretazione data da Marx alla figura hegeliana signoria/servitù.

Tale interpretazione si trova, come è noto, nel Manifesto del partito comunista (1848), e si puù facilmente riassumere come segue: Marx non fa altro che riprendere l’opposizione, analizzata da Hegel, tra servo e padrone, calandola però nella realtà concreta e attualizzandola: ora il padrone è i il capitalista, e il servo l’operaio.

Tale lettura consente a Marx innanzitutto di togliere all’opposizione signore/servo quel carattere astratto che aveva in Hegel, dando ai protagonisti i volti concreti di un capitalista e di un operaio; ma gli permette anche – ed è questo l’aspetto più importante – di fare dello scontro capitalista/operaio il paradigma della storia come eterna «lotta di classe», come dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione.

Da qui Marx potrà poi introdurre il suo concetto, decisivo, di «coscienza di classe», anche qui restando fedele alla tradizione hegeliana, ancora una volta però calata nella realtà produttiva e industriale del XIX secolo: la coscienza che prende coscienza di sé nel conflitto, infatti, non è una coscienza “qualunque”, bensì quella del proletario che – guidato dall’«avanguardia organizzata» costituita dai comunisti – si rende conto della propria condizione di sfruttato, ne prende atto e si ribella, votandosi alla rivoluzione e alla lotta contro il capitale. “In palio” ci sarà la definitiva vittoria del servo sul padrone.

5. Uno sguardo d’insieme al percorso e riferimenti al reale e all’attualità:

la natura dell’uomo,
il ruolo della politica,
la questione della legge,

lettura economica, rapporto materiale-ideale, ragione filosofica,
spazio per la meraviglia…

 

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