Gadamer sulle origini della filosofia

Il cammino della filosofia: Il mistero delle origini

di Hans-Georg Gadamer

 

“Filosofia” è una parola greca. Perciò ha senso chiedersi perché ciò che anche noi oggi chiamiamo “filosofia” sia venuto alla luce in un determinato momento della storia dell’umanità. Bisogna dire, infatti, che in molte culture (sotto forma, certo, di tradizioni religiose, di cicli leggendari e altro ancora) si trovano risposte alle questioni ultime della vita umana: il mistero della morte, il miracolo della nascita, infinite forme di organizzazione religiosa della vita, di inserimento degli adolescenti, ormai maturi, nel gruppo e nella società – tutte queste cose rappresentano ovviamente un patrimonio culturale comune.

Però è soltanto in un’unica cultura antica europea, anzi, quasi ai margini dell’Europa, che nasce la “filosofia” – come parola e come problema.

 

IL PRODIGIO DEL LINGUAGGIO

Che cos’ha di peculiare questo interesse che ci lega alla filosofia? Certamente… questa è una domanda alla quale possiamo dare qualche risposta solo per grandi linee, offrendo magari un’idea di che cosa fosse la Grecia in quei secoli passati, in cui si fecero i primi passi verso la fondazione di quell’insieme di questioni e dottrine filosofiche dell’Occidente (e ormai dell’intero pianeta) che rappresentano per noi oggi la filosofia nel suo complesso.

Se vogliamo farci un’immagine di tutto ciò, questa è la prima cosa da considerare, tanto più al giorno d’oggi, visto che abbiamo cominciato a tener conto degli immensi intervalli di tempo della storia della Terra o addirittura della storia dell’universo. Da quando, insomma, la fisica ha cominciato a presentarci il Big bang come vero inizio di strutturazione del sistema cosmico di cui fa parte il nostro pianeta, sorge spontanea una domanda: se alle nostre spalle c’è l’intera storia dell’evoluzione di questi sistemi di corpi celesti, e infine la nascita stessa della vita sul nostro pianeta, … se questo è il metro con cui misuriamo le nostre origini, allora è davvero sorprendente che la tradizione del pensiero umano abbia potuto produrre in pochi secoli l’intero complesso di ciò che chiamiamo filosofia. Non c’è dubbio che fu innanzitutto il linguaggio il primo grande prodigio nell’evoluzione dell’umanità. Noi naturalmente non sappiamo quando sia nato, ma la scrittura… – di questa e della capacità figurativa possiamo fissare un inizio: di tali segni e tracce rimane infatti testimonianza. Abbiamo scoperto pitture rupestri, abbiamo trovato iscrizioni, forme di scrittura del testo parlato anche agli albori della grecità, ma ciò che chiamiamo filosofia, e che ha rappresentato l’evoluzione del pensiero occidentale nel flusso ininterrotto della tradizione, ha certo invece una storia relativamente recente.

Questa storia comincia a un certo punto…. Sappiamo naturalmente che la Grecia, così come gli altri Paesi europei, è stata colonizzata dal movimento migratorio e culturale dei popoli indoeuropei. È nota pure la preesistenza in quelle regioni di altre grandi culture, più prossime alle origini anche agli occhi degli stessi Greci. C’è un passo stupendo nel Timeo di Platone in cui Solone, uno dei più grandi statisti ateniesi, giunto in Egitto vede qualcosa che lo interessa, al punto tale da chiedere: “Ah, fanno anche qui come noi?” E allora il sacerdote del posto gli risponde: “Voi Greci siete sempre rimasti fanciulli! Non riuscite a capire quanto tardi siate arrivati nella storia della nostra vita culturale”.

LA DIFFUSIONE DELL’ALFABETO

Dunque, è vero che la tradizione scritta comincia assai tardi, ma l’autentico passo avanti è segnato piuttosto da qualcos’altro, cioè dalla particolare forma in cui si sviluppò in Europa – in questo caso in Grecia – l’alfabeto, ovvero la nuova scrittura alfabetica. Si tratta di un processo che ci lascia davvero con il fiato sospeso, se pensiamo, oggi, che nel giro di pochi decenni l’alfabeto creato in Asia minore – con poche correzioni e modifiche – è diventato quell’ABC di cui tutti conosciamo almeno la prima e l’ultima lettera: l’alfa e l’omèga. Questa evoluzione dell’alfabeto ha portato in brevissimo tempo a una trasformazione della tradizione orale relativa a leggende,… miti,… storie di dèi e di eroi, memorie di grandi eventi come per esempio la guerra di Troia, testimonianze esistenti già prima che ci fosse la possibilità di una registrazione scritta. Lo stesso si può dire, ovviamente, anche per quanto concerne la storia ebraica delle origini, ovvero tutto ciò che conosciamo dall’Antico Testamento. Quando io ero giovane, la storiografia collocava ancora la preistoria del popolo ebraico (e quindi anche della coscienza storica occidentale) subito dopo le dinastie regnanti egizie. Oggi sono al centro della nostra attenzione ipotesi di un inizio ancora più remoto; ma un fatto è tangibile: l’alfabeto; grazie al quale anche il racconto di Omero (il grande epos della guerra di Troia e del ritorno di Ulisse) è diventato uno dei testi fondamentali della letteratura universale. Dopo di lui, Esiodo attinge la storia della tradizione religiosa ancora più indietro nel tempo, agli albori della leggenda. Si tratta di memorie già esistenti, evidentemente. In che tipo di cultura, in quale ambiente, è maturato tutto ciò? La provenienza dell’alfabeto dal Vicino Oriente ci offre già una risposta: la navigazione, il commercio. Anche da un punto di vista geografico, è nel mare Egeo, in questo lembo più orientale del Mediterraneo, che si trovano i luoghi in cui la filosofia conobbe le sue prime testimonianze. Ciò accade in un momento della storia greca che chiamiamo epoca delle colonie.

L’EPOCA DELLE COLONIE

Oggi l’espressione “età coloniale” ha assunto ormai un sapore politicamente negativo: siamo consapevoli dei limiti della cosiddetta “civilizzazione”, che l’Europa ha preteso offrire nell’età moderna. Ma il tempo delle colonie greche fu in realtà assai diverso. In quell’epoca si era già largamente profilata la differenza tra aristocrazia di campagna e artigianato in città, e fu proprio in questo periodo che i Greci avviarono un’ampia politica di colonizzazione, di fondazione di nuove città; in questo arco di tempo essi distribuirono per tutto l’ambito del Mediterraneo una moltitudine di giovani, imbarcati su navi greche. È noto che sulle coste dell’Asia minore si trovavano grandi città come Mileto ed Efeso – di cui torneremo a parlare – e lo stesso vale per la cosiddetta Magna Grecia, e cioè la Sicilia, il Meridione italiano, il Sud della Spagna, il Nord dell’Africa… la Francia meridionale. Dovunque troviamo colonie greche: questo è il nome dato a insediamenti che divennero vere e proprie città greche, caratterizzate dalla laboriosità artigianale greca, dall’arte della navigazione e dalla cultura dei Greci, secondo il modello delle pòleis di provenienza che avevano ispirato queste nuove fondazioni,… come per esempio le grandi e fiorenti città commerciali, quali appunto Mileto ed Efeso, sulle coste dell’Asia minore.

L’inizio della filosofia non ebbe luogo nel nucleo originario della terra natìa, in quella che chiamiamo la patria greca. Atene è certamente il punto culminante in cui si concentrò la cultura greca con le sue arti e scienze, ma ciò avvenne relativamente tardi. L’inizio del pensiero greco ebbe luogo invece nelle città portuali dell’Egeo, in un periodo nel quale erano ormai evidentemente in declino i precedenti dominatori di questi porti commerciali e navali, vale a dire i Fenici, probabilmente i responsabili della diffusione dell’alfabeto in Grecia. Essi si ritirarono, attestandosi sulla costa settentrionale dell’Africa, dove sopravvissero molto a lungo nella storia di Cartagine. Adesso dunque ci è noto, approssimativamente, dove il primo filosofo sollevò il capo – per usare un linguaggio figurato… anche un po’ poetico. Ma non sappiamo affatto in che modo ciò sia avvenuto. Tutto quello che conosciamo dei primi pensatori deriva da una ricostruzione appositamente creata, escogitata, ad Atene, trasmessa poi nei suoi tratti fondamentali da Platone e Aristotele, e che in seguito ha subìto ulteriori integrazioni da parte dei loro commentatori eruditi.

LA SCUOLA DI MILETO

Ho già menzionato Mileto: uno dei grandi porti sulla costa dell’Asia minore. Queste città esistono ancora oggi, anche se solo in forma di ruderi, tanto più che i porti sono già da tempo insabbiati e non possono più avere l’importanza di un tempo. Anche la scoperta di Troia, nella stessa area, a Nord, nel punto di transito per il Mar Nero, fa parte ormai del patrimonio culturale di tutti. È noto che ci fu una guerra tra Greci e Troiani per motivi mitici, leggendari – del resto, le ragioni delle guerre rimangono per lo più ignote! Ebbene, Mileto è la prima di queste città della quale sappiamo qualcosa di più preciso, si parla, infatti, persino di una “scuola di Mileto”. Quali fonti ci parlano di questa scuola di Mileto? Aristotele innanzitutto: pensatore tardo… dell’epoca classica,… la cui vasta erudizione era rivolta anche alla tradizione greca, e che, nel confrontarsi con il suo celebre maestro, Platone,… si è interessato particolarmente agli inizi del pensiero greco. È naturale però, che quando qualcuno si occupa di qualcosa, finisca per ritrovarvi quello che gli interessa. Ed è proprio questo che accade ad Aristotele. In sèguito avremo modo di dire perché Aristotele sia stato attirato proprio dai primi pensatori greci che – come Talete – avevano individuato nell’acqua l’elemento primo che tutto regge, tutto copre e tutto vivifica.… Sappiamo anche di altri uomini di pensiero, che hanno considerato l’aria come il primo elemento sostanziale; è quello che si dice di Anassimene. Ma perché proprio l’acqua e l’aria? Questo è facile da capire: è evidente che la vita dipende dall’acqua, soprattutto nei Paesi meridionali è impossibile dimenticarlo, anche solo per un momento. Allo stesso modo si dovrà pensare che la vita dipende dall’aria. Così si genera una sorta di circolazione: dall’acqua all’aria, il vapore; dal ghiaccio e dalla neve alle forme più aeree, come l’alito di brezza o il vento di burrasca. Si comprende allora, come sia stato possibile dire: “questo è stato l’inizio!”, oppure: “questo è il tutto!”. In origine c’era l’acqua o l’aria, e in seguito, grazie alla loro evoluzione, in una sorta di cosmogonia, si è giunti al nostro mondo ordinato.

“Cosmogonia” è di nuovo un’espressione greca; mi dispiace dover citare così tanti termini greci, ma è appunto la Grecia ad aver maturato il linguaggio della filosofia, trasmettendocelo in eredità. “Cosmogonia” significa nascita del cosmo, genesi dell’ordine del mondo.… Tutto ciò ricorda molto ciò che interessava Aristotele, e avremo ancora occasione di mostrare come, in effetti, tale tradizione sia stata ordinata e presentata in base a determinati concetti nei quali, con buona approssimazione, riconosciamo più che altro Aristotele, e non tanto ciò che egli intende descrivere con essi.…

TALETE IL SAGGIO

Di Talete sappiamo in realtà qualcosa. Ci è noto, innanzitutto, che era un eminente cittadino di Mileto, grazie ai suoi grandi meriti: si dice che egli seppe prevedere un periodo di siccità, oppure un raccolto abbondante, e in questi casi consigliava di immagazzinare i prodotti, in modo da evitare il pericolo di carestie. Uno come lui era considerato saggio agli occhi della sapienza greca, più ancora che a quelli della filosofia. Di lui sappiamo anche un’altra cosa: elaborò un teorema matematico sull’angolo retto e il triangolo. Questo è già un primo segnale di allarme: qui comincia qualcosa di nuovo.

Nella storia dell’umanità, almeno in quella del nostro mondo occidentale, ivi compreso il Vicino Oriente, troviamo indubbiamente che l’osservazione delle stelle fu decisamente precoce: possediamo antichissimi inventari delle eclissi solari, giacché una delle grandi esperienze di terrore dell’umanità primitiva era la visione del sole che si oscura. Vi si riconoscevano segni premonitori per il futuro e perciò, per esempio a Babilonia, esisteva una casta sacerdotale che nelle sue tabelle aveva già registrato una sorta di ricorrenza ritmica di queste eclissi solari (e ciò non è privo di importanza per le ingegnose previsioni della siccità attribuite a Talete). Un altro aspetto importante era l’alto grado di perfezionamento pratico raggiunto in Egitto dall’agrimensura, e quindi dalla geometria, in quanto il faraone aveva bisogno di riscuotere tasse, e queste erano legate alla misurazione del terreno agricolo fertile. Per poter effettivamente calcolare l’estensione di terreno agricolo fertile, i geometri egiziani, i “misuratori della terra” – questo significa letteralmente la parola “geometra” – conoscevano il sistema più semplice: suddividere il terreno in tanti triangoli. Da qui si è sviluppata la trigonometria, con tutto il complesso di nozioni che conosciamo come geometria euclidea, la scienza fondamentale dei Greci.

Ora, per tornare a Talete, si racconta che egli avrebbe enunciato una determinata verità geometrica, che non è necessario spiegare in questa sede. Di essa si disse, con ragione: “È una banalità! Gli egiziani lo sapevano già da tempo!”. Un matematico olandese, un mio caro amico, van der Warden, ne ha tratto la giusta conclusione, che cioè Talete non avrebbe scoperto questo principio, bensì avrebbe cercato, per primo, una dimostrazione in grado di fondarlo. Ecco, questa è, per così dire, la prima espressione che contraddistingue lo spirito greco e – in realtà – lo spirito scientifico dell’Occidente.

L’ENIGMA DEI NUMERI

La geometria e il prodigio dei numeri… sono davvero questioni che esercitano grande fascino su tutti i pensatori. Ancora oggi è difficile sottrarsi alla riflessione di fronte all’enigma del numero. Si pensi ad esempio ai numeri primi, a questa singolare particolarità, di cui abbiamo anche una prova certa (come ha dimostrato la matematica moderna), che cioè i numeri proseguono all’infinito: infatti esiste sempre un numero maggiore – e sembrerebbe che ciò non dipenda da nient’altro se non dal fatto che noi seguitiamo ad aggiungere! Esatto! Eppure ci sono certamente… numeri primi, che cioè non sono divisibili per due. Perché mai esistono questi numeri, se in fondo noi non facciamo nient’altro che contare, aggiungendo, da uno a due, a tre, a quattro, e così via all’infinito?

Credo che qui siamo di fronte a un primo problema scientifico, che ha certamente dato da pensare: Talete fornisce la prova di un principio geometrico di per sé evidente. Ma a questo si aggiunge un secondo aspetto, un’osservazione che io stesso ho fatto. Di Talete si tramanda che avrebbe dimostrato come determinate cose galleggino sull’acqua riaffiorando sempre, anche se spinte verso il fondo. Possiamo sperimentarlo in qualsiasi piscina: ad esempio, una trave riemerge ogni volta, e per quanto un giovane si sforzi di spingerla verso il fondo, la trave ritorna sempre a galla. – Che cosa succede? Qui si manifesta un principio, una questione che certamente ha impegnato l’umanità fin dall’inizio: come mai la Terra su cui abitiamo rimane in equilibrio? Che si tratti di un disco, o di una sfera, o comunque la si possa immaginare, il problema rimane. La mitologia racconta che un gigante, un certo Atlante, fosse stato condannato dal dio supremo a reggere la Terra, sostenendola sulle sue spalle da atleta. Gli indiani raccontano un’altra storia, … di un elefante… che sta su una tartaruga. Ma, comunque stiano le cose, è evidente che questa storia che si narra di Talete va intesa nel senso della enunciazione di un principio fondamentale: la terra è in equilibrio. E questo principio è stato tramandato: Anassimandro parla di un “disco terrestre”, e così via, fino a quando non si è riusciti a individuare finalmente la forma sferica della terra.

Qui prende il via per la prima volta la riflessione sull’ordine del mondo, una sorta di cosmogonia che non racconta più storie di dèi, né saghe leggendarie, bensì, in sostituzione di quelle tradizioni mitiche, osa proporre ipotesi audaci su come, a partire da fatti esistenti e osservabili, si sia progressivamente sviluppato e formato l’ordine del mondo che conosciamo, l’ordine celeste, i rapporti tra mare, aria e terraferma, e così via.

IL MISTERO DELL’INIZIO

Evidentemente la filosofia greca si è sviluppata da questo primo grande studio dell’ambiente, sempre più arricchito da molte osservazioni, fino a diventare una teoria cosmogonica. È naturale che ad una comunità di marinai facciano capo un’infinità di esperienze: si conoscono fossili, si incontrano strani animali o abitudini singolari – è una specie di immensa curiosità per il mondo, quella che sorge in queste antiche e audaci città marinare. Il termine greco per questo sapere è “historíe”, che non significa “storia”, quanto, piuttosto “sete di sapere”, cioè una curiosità che vuole assimilare tutto ciò… che è osservabile nel mondo.

A proposito di questi uomini di Mileto e delle località vicine si parla della cosiddetta “scuola di Mileto”. Questa è ovviamente la tipica proiezione all’indietro che fanno sempre i maestri di scuola, e così anche Aristotele, “il maestro di color che sanno”, come lo ha chiamato Dante. Aristotele ha anche retrodatato la nascita delle scuole di pensiero – di una delle quali egli stesso fu fondatore eminente – facendo di queste grandi figure di pensatori della tradizione, altrettanti iniziatori di scuole. Naturalmente non esisteva affatto una “scuola di Mileto”: poteva forse trattarsi di una tradizione di famiglia, o magari soltanto di un paio di personaggi di spicco che in seguito, usando retrospettivamente categorie successive, furono insigniti del titolo di capiscuola. Senza dubbio erano patrizi provenienti da famiglie agiate, che potevano effettivamente coltivare questo interesse del tutto teoretico, questa passione per la conoscenza del mondo. E in fin dei conti si vedrà che la cosiddetta “scuola di Mileto”, ovvero questo determinato modo di pensare, ha osato per la prima volta interrogarsi su qualcosa di affatto sorprendente: che cos’è il tutto? Come si è formato il tutto? Come è sorto quest’ordine cosmico? – Sono questioni che affondano nel mistero dell’inizio. C’è un celebre passo di Aristotele che afferma: “L’inizio è la metà del tutto”. Un proverbio tedesco dice: “Ogni inizio è difficile”. Comunque sia, possiamo osservare che furono posti questi interrogativi, caratterizzati da un originario interesse teoretico per l’ordine del mondo, vere e proprie questioni-limite. Come il problema-limite della morte, sospeso al di sopra di ogni vita umana, rappresenta per le religioni un punto di partenza imprescindibile che alimenta speranze e promesse, così vi sono altri problemi di questo tipo: che cosa c’era prima del “Big bang”, prima della grande esplosione? È una domanda che certo fa sorridere i fisici, eppure nessuno può fare a meno di porsela. I primi pensatori greci si sono occupati criticamente di tali questioni fondamentali, in alcuni testi che sono giunti fino a noi.

L’AUDACIA DELLA DIMOSTRAZIONE

L’inizio di questa curiosità scientifica per il mondo affonda naturalmente le sue radici nelle altre grandi culture dell’Asia anteriore. Noi non pensiamo più che il mondo abbia avuto inizio con la creazione di cui riferisce l’Antico Testamento, come ancora si riteneva ai tempi dell’Umanesimo classico o dell’Umanesimo cristiano, all’inizio dell’età moderna. Nel racconto biblico riconosciamo una verità religiosa, non certo una conoscenza scientifica. E naturalmente oggi riusciamo a penetrare, per molti aspetti, anche in altri ambiti, grazie all’ampliamento che a poco a poco ha interessato la conoscenza storica del passato… e grazie alle attive ricerche di archeologia preistorica. Gli scavi archeologici sono stati un altro dei grandi eventi della storia e per la storia dell’umanità. Ovunque ci imbattiamo in tracce di vita vissuta e, un po’ alla volta,… questa tradizione, ricostruibile attraverso rovine e relitti, si mescola con il nostro orizzonte storico mediato dalla tradizione scritta, e quindi dall’alfabeto e dagli alfabeti. Se osserviamo le cose da questa prospettiva,…allora sì, [che] risulterà evidente la nuova conquista dei Greci. Essi appresero dagli Egiziani innumerevoli conoscenze, ereditarono dai matematici babilonesi tecniche importanti per le equazioni, per la teoria delle equazioni, quindi per l’algebra, come diremmo oggi.

Eppure soltanto i Greci raccolsero questi materiali, come nel caso di Talete, in un concetto del sapere e, per così dire, in un ideale di scienza, così formulabile: bisogna dimostrare ciò che si asserisce. Ed è noto a tutti che in effetti il grande, definitivo risultato di questo ideale di dimostrazione (che ha portato alla prima forma di scienza) ha conservato tutto il suo valore fino ai nostri giorni grazie alla logica di Aristotele, conoscendo negli ultimi due secoli un sorprendente processo di affinamento e differenziazione. In ogni caso, grazie a tutto ciò, oggi sappiamo che in quelle città commerciali (con i loro traffici mondiali, con quel miscuglio di conoscenze provenienti da tutto il mondo conosciuto) si è manifestata anche l’audacia dell’indagine scientifica.

 

IL POZZO DI TALETE

E qui posso ricordare un altro episodio a proposito di Talete. Certa manualistica ricorre spesso e volentieri a un aneddoto che si racconta di lui, quasi per riconoscervi con soddisfazione, già nell’antichità più remota, l’archetipo del professore distratto. Si dice che Talete sarebbe caduto in un pozzo e che una servetta tracia lo avrebbe aiutato a venirne fuori, visto che da solo non ci riusciva. Questa storia nasce nel contesto di una critica teoretica, rivolta all’assurdità di un’esistenza ingenuamente teoretica. Gli spiriti pratici raccontano sempre con piacere qualche strano aneddoto sugli uomini di pensiero, e, com’è noto, anche sui professori. Che cosa accadde, in realtà? Oggi lo sappiamo con una certa precisione. Naturalmente Talete non cadde nel pozzo, ma si calò in un pozzo asciutto, perché questo era il “cannocchiale” degli antichi. Grazie infatti alla schermatura offerta dalle pareti della cavità, si può registrare con grande precisione l’orbita delle stelle così inquadrate, riuscendo inoltre a vedere molto più che a occhio nudo: una sorta di vero e proprio cannocchiale greco. Quindi non siamo affatto di fronte a uno sbadato che cade in una buca. La verità è un’altra, e in realtà questo aneddoto rende onore all’audacia del pensiero, costretto prima a servirsi di uno scomodo azzardo, come quello di calarsi in un pozzo, e poi a rimettersi all’aiuto di qualcun altro per uscirne.

Audacia teoretica e passione per il sapere vengono espresse in questo aneddoto quasi con la stessa efficacia con cui esso comunica anche il desiderio della tarda antichità di farsi beffe della stravaganza dei sapienti.

Vedremo però che questa vasta conoscenza del mondo, conservata in innumerevoli testimonianze, e poi sviluppata da Anassimandro ed Anassimene (cioè dalla “scuola di Mileto”, come è stato detto) divenne certamente il presupposto primario affinché le questioni fondamentali, da sempre un rompicapo per la riflessione umana, venissero affidate a vie di soluzione razionale, sempre più di competenza del pensiero, del pensiero concettuale.

GLI ALBORI DELL’OCCIDENTE

La tradizione scritta dei Greci fu senza dubbio segnata dalle epopee di Omero e di Esiodo. È certo, però, che fin dagli albori ebbe inizio anche la trattatistica, anche se Talete, come ci viene riferito, non avrebbe lasciato alcuno scritto, il che nel suo caso è molto probabile.

Ma sorprendentemente abbiamo un testo antico che, per così dire, demarca l’inizio di tutti i testi di filosofia. Altrimenti, infatti, ci sarebbero note solo singole proposizioni filosofiche. Invece, appunto, possediamo anche un testo antico, ed è il caso di presentarne brevemente la storia. Si tratta del cosiddetto Poema di Parmenide. Su Parmenide dovremo render conto in dettaglio, perché qui abbiamo un testo vero e proprio – e un testo è altra cosa rispetto a una semplice frase. Una frase non è un testo. “Testo” significa, come dice la parola stessa, “ciò che è intessuto in un intero”, l’intreccio di un intero, un ampio percorso di pensiero. Si tratta di un testo che troviamo all’interno di un commento ad Aristotele, ricopiato dall’ultimo erudito dell’Accademia platonica nel periodo bizantino, nel sesto secolo, allorché l’Accademia fu sciolta per decreto di Giustiniano. Dai tempi di Platone, nel quarto secolo avanti Cristo, fino al sesto secolo dell’era cristiana, operò ad Atene l’Accademia, nella quale avevano studiato, è inutile dirlo, anche molti Romani. L’erudito si chiamava Simplìcius, e il nome di questo dotto aristotelico fu in seguito usato con derisione da Galilei: Simplìcius significa infatti “sempliciotto”: in latino simplex vuol dire semplice. Ma questo “sempliciotto” era un uomo assai colto, e in occasione della chiusura dell’Accademia aveva trovato il manoscritto che riportava il Poema di Parmenide. Egli ebbe cura allora di ricopiarne un brano – un passo significativo, sul quale torneremo. Dunque, possediamo un unico scritto in sé concluso della filosofia greca anteriore a Platone o a Socrate. Esso ci darà modo di osservare i primi passi della filosofia in senso proprio.

Siamo di fronte a un sentiero particolare, a un cammino: qui infatti la conoscenza del mondo – quella curiosità onnivora che abbiamo osservato nei Greci, e che procede in tutte le direzioni per superare ogni frontiera – si avvia in un percorso in cui trovano espressione quei problemi-limite, quella conoscenza del mondo alla quale nessuna esperienza può condurci. Il Poema di Parmenide deve quindi essere il primo oggetto di un approfondimento più preciso, insieme con un contemporaneo di Parmenide, Eraclito, che, in un contesto analogo, dovremo considerare come uno dei padri del concetto occidentale di filosofia.

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