Il vero -et- l’intero

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Il vero –e l’intero:
Appunti sulla concezione hegeliana di realtà, filosofia, storia e scuola 
(1)

di Nicola Zuin

I.Che cos’è la Filosofia

I.1 “Svolgimento”

1.2 “Concreto”

1.3 Filosofia

II. Filosofia e storia della filosofia

III. Filosofia e storia

IV. Filosofia e scuola

I. Che cos’è la Filosofia

Innanzitutto – afferma Hegel nell’introduzione alle sue Lezioni sulla storia della filosofia – è necessario intendersi su che cosa una storia della filosofia debba aver per oggetto, perché molti dei fraintendimenti di cui questa disciplina è vittima nascono proprio da una errata concezione di cosa sia ciò di cui si vuol studiare la storia. Ma in realtà, specifica subito l’autore, questa definizione dell’oggetto della ricerca – che è necessaria all’inizio della ricerca – è un’operazione che è resa possibile solamente dal compimento di questa stessa ricerca, in quanto “soltanto la totale trattazione di questa scienza ci mostra la prova, o meglio, la stessa scoperta del suo concetto: ed esso è sostanzialmente il risultato di questa trattazione” 2.

L’apparente contraddizione hegeliana è presto risolta: con queste poche righe, infatti, Hegel ci pone già nella dimensione della sua concezione della filosofia, una filosofia che fin da subito si mostra essere una scienza “peculiare” e che “non ha il vantaggio di cui godono le altre scienze di poter presupporre i suoi oggetti come  immediatamente dati”3. In filosofia, come si tenterà di dimostrare, il principio è soltanto l’inizio dell’indagine, non un assioma che si possa presupporre e dar per fondamento certo: soltanto alla fine sarà chiaro il suo concetto. Di qui la necessità di una introduzione, che indichi preliminarmente il senso, le linee conduttrici e la struttura della storia della filosofia, ma che in pari tempo mostri la propria immanenza a quella stessa filosofia di cui Hegel vuol raccontare la storia, sottolineando conseguentemente la propria totale estraneità a qualsivoglia pretesa di  costituire un discorso sul metodo.

Che cosè dunque la filosofia?

Nella successione dei suoi scritti Hegel ci fornisce diverse definizioni della filosofia, tuttavia una delle più interessanti ai fini della nostra ricerca è quella che troviamo proprio all’inizio della Vorrede alla Fenomenologia dello spirito, secondo cui, “ … per tacer d’altro, la filosofia è essenzialmente nell’elemento dell’universalità, la quale racchiude in sé il particolare”.

Una definizione in apparenza soltanto formale e ben poco chiarificatrice, ma che riacquista significato non appena venga ricordato lo specifico contesto in cui essa è inserita: proprio scrivendo quella che può sicuramente essere considerata la prefazione più celebre di tutta la letteratura filosofica moderna, Hegel contesta l’utilità e l’adeguatezza di una prefazione ad un testo filosofico.

La critica è rivolta in realtà contro quella concezione secondo la quale la verità di una filosofia sarebbe semplicemente contenuta nei risultati a cui tale riflessione è approdata. A chi la pensa così, Hegel risponde che avvallare una simile prospettiva significa innanzitutto far decadere lo sviluppo dell’indagine filosofica a momento “inessenziale” per la verità, vale a dire escludere dalla verità stessa il processo attraverso cui ad essa si è giunti. La polemica è quindi indirizzata contro coloro i quali, pur sapendo che la filosofia si occupa dell’universale – ed anzi proprio per questo – ritengono che di essa sia sufficiente ricercare e possedere una conoscenza “universale”, ossia limitata ai cosiddetti principi filosofici, intendendo questi come i risultati ultimi di una filosofia. Esattamente quei risultati che tradizionalmente vengono esposti in una prefazione.

Il nodo della questione è evidentemente da individuarsi nel concetto di “universale” e nel rapporto che lo lega a quello di “particolare”. La possibilità che questo rapporto si possa semplicemente configurare come opposizione reciproca dei due concetti viene esclusa immediatamente dalla precisazione hegeliana per cui l’universale “racchiude in sé il particolare”. Con questo stesso, d’altro canto, viene altresì affermata una maggiore estensione del primo termine, il quale racchiude, ovvero “comprende” in sé il secondo.  Una tale maggiore estensione, infine, non può essere concepita come semplice “generalità” di contro e al di sopra della “particolarità”, tanto che è proprio questo l’errore che Hegel rimprovera a quei sedicenti filosofi: “se io dico le parole “tutti gli animali”, queste parole non potranno mai valere come una zoologia. Con altrettanta evidenza balza agli occhi che le parole: “divino”, “assoluto”, “eterno”, ecc. non esprimono ciò che quivi è contenuto”4.

In che modo, allora, l’universale comprende il particolare? Hegel individua nella comprensione dei concetti di “svolgimento” e di “concreto” la condizione irrinunciabile per poter rispondere a questa domanda: essi sono l’accesso alla conoscenza della verità.

I.1. “Svolgimento” 

“Il concetto di svolgimento è ben noto, ma è proprio una caratteristica della filosofia di investigare ciò che il senso comune ritiene noto”.

Distinti quelli che chiama i due stati dell’ “essere in sé” (an sich sein), inteso come potenza, e  dell'”essere per sé” (für sich sein), come attualità, Hegel mostra la necessaria pulsione interna alle cose naturali che le costringe a passare dalla potenza all’atto: celebre l’esempio del seme che contiene già in sé l’albero e il frutto, i quali, però, potranno essere per sé soltanto grazie all’estrinsecazione del seme stesso, all’interno di un processo che ha in pari tempo lo scopo di ritornare in sé, ovvero di produrre nuovamente un seme. Ma il nuovo seme è un altro da quello che ha germinato l’albero, proprio come il padre e il figlio, pur della stessa natura, sono individui diversi. Nella vita dello spirito, continua Hegel, questo processo presenta una differenza fondamentale, in quanto, essendo lo spirito uno, “in lui coincidono il principio e la fine”5. Lo spirito che torna in sé è infatti lo stesso spirito che si è oggettivato, diventando per sé, e proprio questo riconciliarsi con se stesso è lo scopo supremo dello spirito, perché solo in questo modo lo spirito si sa libero, ovvero indipendente da ogni altra cosa.

Come fa, però, lo spirito ad estrinsecarsi, ad oggettivarsi per poi potersi riconoscere?

La risposta di Hegel è spaventosamente drastica: “Tutto ciò che avviene, che avviene eternamente in cielo e sulla terra, la vita di dio e tutto ciò che si compie nel tempo, tende soltanto allo scopo che lo spirito conosca se stesso”6.

I.2. “Concreto”

Il terzo momento di questo movimento di estrinsecazione e ritorno in sé dello spirito è il risultato di questo sviluppo, ma, in pari tempo, è l’inizio del processo di un altro grado di sviluppo. Allo stesso modo il seme contenuto nel frutto può germinare un nuovo albero. Il “concreto” è questa vitalità, questo eterno movimento dello spirito che riconosce se stesso. Il “concreto” è perciò l’unità di questi due momenti dell’in sé e del  per sé. Hegel afferma che esso è “l’idea”.

L’idea, proprio in quanto unità dei distinti è concreta nel suo contenuto, ovvero è concreta in sé, e questo la spinge ad essere anche per sé: “Questa sua contraddizione interiore è proprio ciò che la stimola allo svolgimento”7 e quindi nuovamente ad oggettivarsi e a ritornare in sé. Lo svolgimento assume in questo modo un andamento circolare che continuamente ritorna a sé e che è costituito “alla sua periferia” da un’infinità di circoli simili ad esso. L’idea, allora, non è un ente immobile ed immutabile, ma un sistema organico che sempre si sviluppa: essa è una totalità concreta. Essa è il vero: “il vero è l’intero”8.

I.3. Filosofia

“La filosofia è la conoscenza di questo svolgimento e, in quanto è pensiero concettuale, è essa stessa questo svolgimento pensante”9 ovvero, come Hegel scriverà più tardi, nell’Enciclopedia“la filosofia è l’idea che pensa se stessa”.

Ritornando alla questione dell’universale lasciata sopra in sospeso,  ora possiamo ben capire in che modo, secondo Hegel, esso possa essere “principio” o “fondamento”, soltanto nel senso del “cominciamento”10, dell’inizio del sapere.

L’universale “comprende in sé il particolare” secondo il movimento dell’idea, per il quale la verità di esso si scopre soltanto nel momento in cui esso ritorna in sé dopo essersi oggettivato nel particolare, ma riconoscendosi esso raggiunge un’unità superiore, un grado superiore del suo sviluppo, il quale, “comprende in sé” i momenti che in pari tempo ha superati in tale unità: E’ compito della filosofia dimostrare contro l’intelletto, che il vero e l’idea non consistono in vuote generalità, bensì in un universale che è in sé stesso il particolare, il determinato”11. In altri termini, la verità dell’universale è l’unità di universale e particolare che solo alla fine del processo possiamo conoscere: questa conoscenza non è riducibile al solo risultato del movimento bensì coincide con il movimento stesso.

Ecco allora perché Hegel potrà dire che l’unica forma in cui la verità può trovare adeguata espressione è il sistema della filosofia e quindi, con meravigliosa metafora, che “Il vero è il trionfo bacchico dove non cè membro che non sia ebbro”12.

II. Filosofia e storia della filosofia 

“Il pensiero, in quanto è essenzialmente tale, è in sé e per sé, è eterno. Ciò che è vero è contenuto soltanto nel pensiero ed è vero non solo oggi e domani, ma al di sopra di ogni tempo… . Come accade allora che questo mondo intellettuale possa avere una storia?” 

Se dunque è questa la filosofia, se la filosofia è la manifestazione della verità assoluta, se è il vero che pensa sé stesso, se accettiamo tutto questo, allora appare del tutto giustificata la perplessità di coloro che chiedono perché, se la verità è una sola e se la filosofia è l’unica forma in cui la verità può venir espressa, perché, allora, le filosofie sono molte?

Guardando alla storia della filosofia, questa è senz’altro “la domanda del buon senso”13 la quale pone una pesante ipoteca sul valore scientifico della filosofia stessa: “proprio dalla storia della filosofia si suol trarre la prova della nullità di questa scienza”14. Hegel fa propria questa domanda riconoscendo che la contraddizione è già intrinseca allo stesso concetto di “storia della filosofia”, in quanto, mentre lo scopo della filosofia è la verità, ossia ciò che è eterno, immutabile, in sé e per sé, la storia, al contrario, si occupa di ciò che è nel tempo ed è quindi finito e relativo. In queste pagine ci offre la sua risposta, caratterizzata dal tentativo di confutare la conclusione scettica che ad una prima analisi sembra l’unica soluzione che possa derivarne e che ci pone di fronte ad una tragica alternativa: da un lato la rassegnata constatazione di un insieme di filosofie “tutte false” e dall’altro l’insolubile rebus di un’unica filosofia vera che – forse – si cela tra le altre in quell’insieme.

Nell’introduzione alle sue lezioni sulla storia della filosofia, Hegel si propone il fine di chiarire il rapporto che lega la filosofia – intesa come autentica scienza, organica e sistematica – al suo divenire storico attraverso una pluralità di posizioni apparentemente incongruenti, giungendo infine a sostenere che la molteplicità delle filosofie e la loro reciproca “contraddizione” non soltanto non sono in contrasto con l’idea di una filosofia universale e assoluta che abbiamo sopra delineato, bensì ne costituiscono addirittura il necessario presupposto e la condizione essenziale: “la filosofia è sistema in svolgimento e altrettanto la storia della filosofia”.

Hegel sostiene che ogni diversa filosofia, ogni singola posizione filosofica è una realtà storica ben precisa. Essa va perciò considerata come tale, vale a dire all’interno delle sue determinazioni concettuali, senza sovrapporre elementi estranei propri di un’elaborazione successiva. Questo, però, non significa che ogni filosofia debba rimanere rinchiusa in se stessa e che perciò la storia della filosofia si risolva in una sterile successione di posizioni differenti e incompatibili, in una sorta di “filastrocca di opinioni”. Va infatti comunque ricordato che tutte le filosofie son pur sempre filosofia, ovvero pensiero speculativo, universale e necessario. In questo senso esse sono forme determinate, espressioni parziali ma necessarie di quell’unico concetto che storicamente si svolge in processo.

Ogni filosofia, dunque, in quanto è relativa alle esigenze ed alle peculiarità del suo tempo, non può avanzare la pretesa di valere assolutamente, per ogni tempo, e quindi di porsi in maniera definitiva. Se con ciò si riapre lo spazio per il ripresentarsi del fantasma dello scetticismo, Hegel ci invita a non dimenticare che, per quanto relativa, ogni filosofia è – nel suo tempo – la verità, quindi, ancora una volta, filosofia: “per quanto le filosofie siano così diverse, esse hanno pur sempre questo in comune, di esser filosofie”15. Questo sottolinea ulteriormente il carattere di necessità che appartiene tanto alla filosofia in generale quanto ad ognuna delle singole filosofie, così che, essendo ciascuna di esse necessaria, ciò che viene altrettanto necessariamente confutato dalla filosofia che la seguirà, non è il suo contenuto – che è verità – ma soltanto la sua pretesa di avere valore assoluto. La necessità è dunque il carattere di ogni singolo grado di sviluppo del pensiero e di ogni confutazione dialettica delle sue determinazioni particolari: ogni momento successivo è quello che necessariamente scaturisce dal momento che l’ha necessariamente preceduto.

Con tutto ciò Hegel spiega la sua teoria della coincidenza della filosofia con la storia della filosofia, ovvero della sostanziale unicità del pensiero e del suo manifestarsi storicamente e progressivamente in una necessaria molteplicità di forme determinate. La filosofia si presenta allora ogni volta come l’eredità di tutto il lavoro passato, la sintesi dialettica di tutte le filosofie: “come un fiume impetuoso che cresce man mano quanto più si allontana dalla sua sorgente”16. Si noti, però, che non siamo qui di fronte ad un mero infinito accumulo di materiale inerte, ad un semplice aumento di volume della filosofia, bensì alla continua rielaborazione dell’intero patrimonio acquisito, alla luce di ogni nuovo risultato ottenuto, svolgendolo e innalzandolo, con ciò stesso ad un grado superiore. La filosofia assoluta, se per un verso ha superato e quindi confutato tutte le determinazioni particolari che ha nel suo movimento attraversato,  per l’altro verso ne ha conservato il contenuto necessario, non soltanto come un’ormai inutilizzabile cimelio da museo, ma come parte organicamente necessaria e condizione essenziale del suo stesso essere assoluta. Spogliando i concetti fondamentali dei diversi sistemi filosofici da ogni accidentalità e da ogni elemento determinato dalla loro condizionatezza storica, otterremo perciò “i diversi gradi della determinazione dell’idea nel suo concetto logico”.  La filosofia è quindi l’essenziale inclusione del processo nel suo risultato.

“io affermo dunque che la serie dei sistemi filosofici, quale si presenta nella storia, è uguale alla successione che si presenta nella deduzione logica delle determinazioni concettuali dell’idea”17.

Nella Fenomenologia Hegel sovrappone e fa coincidere lo sviluppo graduale dello spirito alla storia del mondo e della civiltà nonché al percorso della filosofia nella storia. Nelle Lezioni sulla storia della filosofia lo ribadisce: “La filosofia è la conoscenza di questo svolgimento e, in quanto è pensiero concettuale, è essa stessa questo svolgimento pensante”18. Se dunque il processo con cui l’uomo giunge alla conoscenza della verità non è altro che il processo con cui la verità prende coscienza di sé, la storia della filosofia ripercorre allora le medesime tappe che segnano l’itinerario della verità verso la sua autocoscienza. Così, questo movimento “è l’attività del pensiero libero […] e la storia che stiamo per trattare è la storia del pensiero che trova sé stesso”19. Proprio per questo la successione delle filosofie è destinata necessariamente a finire, a raggiungere il suo compimento, esattamente come il sistema si presenta in forma compiuta e come la storia ha il suo fine che sarà necessariamente raggiunto: “questa conciliazione con sé dello spirito, questo suo tornare a se stesso può essere considerato come il suo scopo supremo e assoluto: ciò soltanto egli vuole e null’altro”20.

Le singole filosofie che si succedono nella storia, vengono così ad assumere un triplice statuto: esse sono in pari tempo gradi del processo attraverso cui la verità acquista coscienza di sé, momenti della storia della filosofia, parti della filosofia superate ed in pari tempo conservate in essa.

III. Filosofia e storia

Conseguentemente a quanto detto, viene evidentemente ad assumere grande importanza anche il rapporto che unisce lo sviluppo di un sistema filosofico alle particolari condizioni storiche in cui questa filosofia si manifesta, vale a dire il rapporto tra filosofia  e storia. Secondo Hegel, infatti, ogni filosofia è storicamente condizionata.

Dire che la filosofia è condizionata dalla storia significa affermare che essa è strettamente vincolata alla situazione politica, economica sociale e cultuale dell’epoca a cui appartiene. Questo vincolo, tuttavia, non va concepito come un rapporto di causa ed effetto:  secondo Hegel né la storia è causa della filosofia, né, al contrario è la filosofia a causare gli eventi storici. Esso è piuttosto un rapporto di unità: la filosofia, assieme all’arte, alla religione, alla politica e quant’altro, costituisce una delle forme in cui si manifesta lo spirito del suo tempo, lo spirito secondo il grado di sviluppo raggiunto in quel preciso momento storico. E, in verità, la filosofia è la forma più alta e compiuta della sua manifestazione, in quanto di questo spirito essa costituisce l’autocoscienza.

Conseguentemente, le opere di un filosofo saranno tanto più “pregevoli, quanto meno la responsabilità e il merito spettano all’individuo particolare”21. Quanto più insomma il filosofo riesce ad esprimere non il suo particolare pensiero, bensì lo spirito dell’epoca in cui è immerso, tanto più la sua filosofia è la filosofia.

In virtù di questo, che la filosofia è il sapere sé stesso dello spirito del tempo, la filosofia si pone già oltre quello stesso tempo. L’aver coscienza di sé è infatti il risultato dello sdoppiarsi dello spirito, dell’oggettivare sé a sé stesso, quindi, il separarsi e differenziarsi da se stesso per ritornarvi accedendo ad un grado superiore di conoscenza: la filosofia di ciascuna epoca è in questo senso la culla del nuovo tempo e la premessa dell’epoca che è in procinto di nascere, la condizione necessaria per l’elevarsi dello spirito al gradino successivo del suo sviluppo.

IV. Filosofia e scuola 

“Che cosa vi può essere di più inutile che apprendere una serie di semplici opinioni? Che cosa di più noioso?”

Pensando ad una didattica della filosofia, al problema quindi di come si possa “insegnare” una scienza così diversa dalle altre come l’abbiamo vista delinearsi in questa lettura hegeliana, ci torna alla mente innanzitutto la domanda di Kant: insegnare la filosofia o insegnare a filosofare? La risposta di Hegel alla preferenza notoriamente accordata da Kant alla seconda alternativa consiste, – “molto hegelianamente!” si potrebbe a questo punto commentare – nel superamento dialettico dell’alternativa stessa. Scrive infatti Hegel a Niethammer a questo proposito: “l’infelice prurito di educare a pensare da sé e alla produzione autonoma, ha messo nell’ombra questa verità; – come se, quando io imparo ciò che è sostanza, causa o checchessia, – non pensassi io stesso, come se  io stesso non producessi queste determinazioni nel mio pensiero”22. E ancora : “In quanto lo studio filosofico è un fare spontaneo ed originario, esso è un apprendere; l’apprendere una scienza già esistente, formata”23.

Se da un lato, quindi, Hegel sembra concordare con Kant sul fatto che imparare a pensare speculativamente debba costituire un fine necessario dello studio della filosofia, dall’altro lato, ed è questo che deve essere qui sottolineato, Hegel afferma con estrema forza l’impossibilità di tener separati il proponimento ed il perseguimento di questo fine dallo studio dei pensieri già formulati dai filosofi, vale a dire l’inseparabilità del filosofare dall’apprendimento della filosofia, intendendo quest’ultima come storia della filosofia. “Se ben si comprende questo rapporto, si può capire come lo scopo soggettivo d’esser iniziati alla conoscenza della scienza si attui attraverso lo studio della storia della scienza stessa”24.  Lo studio della storia della filosofia, allora, deve fornire allo studente il metodo e gli strumenti necessari per poter pensare autonomamente ed in modo scientifico, ma tale acquisizione, seppur preliminare, non si configura semplicemente come mera propedeutica al filosofare, come una dottrina del metodo che rimane estrinseca ed esterna ai contenuti scientifici, bensì costituisce parte integrante della scienza stessa, è già filosofare, è filosofia tout – court.

In questo modo risulta evidente pure che cosa intenda Hegel per “studio filosofico”: senza nulla togliere allimportanza rivestita dall’esercizio della memoria nello sviluppo complessivo delle facoltà intellettive dell’individuo, lo studio della storia della filosofia, proprio in quanto filosofare, non può essere limitato ad una mera acquisizione mnemonica di un insieme di nozioni più o meno complesse, ad un generico e sterile “imparare” le diverse filosofie nel loro susseguirsi storico. Esso devessere bensì un ri- pensare il pensiero già pensato, un com-prendere nel senso etimologico del “far proprio” l’oggetto studiato: ”comprendere significa qualcosa del tutto diverso dall’intendere il puro significato grammaticale delle parole”25.

Lo studente deve insomma farsi carico personalmente del problema filosofico, prender parte attiva al processo attraverso cui la verità si manifesta a lui nelle parole del filosofo, nelle pagine dei classici, e in quelle parole e in quelle pagine egli deve in prima persona ri-cercare la verità. Con le parole di Hegel: “Lo studio della scienza tutto sta quindi nel prender su di se la fatica del concetto”26.  Esattamente in questa “fatica del pensiero”27 si differenzia il sapere scientifico della filosofia dalla semplice erudizione e dal pensiero formale, il quale, “raziocinando, farfalleggia intorno a pensamenti irreali”28.

____________________________________________________

1  Estratto da: Filosofia Come Storia Della Filosofia. Note sulla concezione hegeliana della didattica “filosofica”, Nicola Zuin, Padova, Zug, 1998

2 HEGEL, G.W.F., Introduzione alla storia della filosofia, trad. it. a cura di A. Plebe, Bari, 1956, p. 30.

3 HEGEL, G.W.F., Enciclopedia, § 1. (citazione indiretta ricavata da HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit. p.28).

4 HEGEL, G.W.F., Fenomenologia dello Spirito, trad. it. di E. De Negri, Firenze 1973, p. 1.

5 Ivi, p. 15.

6 HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 59.

7 Ivi.

8 Ivi, p. 62.

9 HEGEL, Fenomenologia, cit. p. 15.

10 HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 64.

11 HEGEL, Fenomenologia, cit. p. 19.

12 HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 61.

13 HEGEL, Fenomenologia, cit. p. 38.

14 PAREYSON, L., Prefazione, in HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit. p. 5.

15 HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 27.

16 Ivi, p. 53.

17 Ivi, p. 33.

18 Ivi, p. 67.

19 Ivi, p. 64.

20  Ivi, p. 35.

21 Ivi, p. 59.

22 Ivi, p. 32.

23 HEGEL, Briefe, trad. it. cit., p. 257.

24  Ivi.

25  HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 35.

26  Ivi, p. 28.

27  HEGEL, Fenomenologia, trad. it. cit., p. 48.

28  HEGEL, Introduzione alla storia della filosofia, cit., p. 50.

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