Clausewitz: la politica e la guerra

Clausewitz : Il rapporto tra la politica e la guerra ed i concetti militari principali

Una ricerca di Donato Anchora (IV Liceo Montana, 2001/2002)

Introduzione

Quante volte nella nostra quotidianità abbiamo affrontato il tema della guerra intavolando discussioni interessanti? Certamente spesso. Ma quante di queste volte i nostri commenti si sono avvalsi di una conoscenza scientifica della guerra. Sicuramente quasi mai. Oggi, piuttosto di addentrarsi in difficoltose analisi critiche, ci si limita a segnalare con “Pathos” l’apparenza della guerra: sangue, morte, distruzione, disperazione, e via dicendo. In base a questi criteri si pretende di giudicare ogni conflitto. Qualsiasi questione si giudica correttamente se si colgono i tre passaggi principali: cause, svolgimento della vicenda, conseguenze. Colui che rifiuta questi parametri di valutazione compie indubbiamente un’analisi superficiale, semplicistica, incompleta e fuorviante. Questa non può che dirigere l’uomo ad emettere pregiudizi, dottrine. Hegel afferma chiaramente che sarebbe grave errore studiare un particolare estraendolo dal contesto in cui vive. Così vale anche per la guerra. Il lato violento della guerra non e che una parte di essa e si trova davanti ai nostri occhi. Vi e nascosto qualcosa dietro? Chi può dirlo senza indagare? Forse nulla e più importante, in guerra, del lato violento. Ma sarà mai attendibile un giudizio che si ferma all’apparenza? No, anzi, e da rifiutare a priori. Cosa dovrebbe fare, a questo punto, chi volesse approfondire quest’argomento tanto da potersi permettere di giudicare le vicissitudini di guerra senza rischiare di farsi portavoce di dottrine che hanno fatto breccia nella massa, o società che dir si voglia, presuntuosa? Lenin direbbe: studiare, studiare, studiare.

Il testo dal quale ho voluto cominciare questo studio si intitola “Della guerra”. Questo e il libro oggetto della presente tesina. » stato scritto tra il 1818 ed il 1830 da un generale prussiano vissuto durante le guerre napoleoniche: Karl von Clausewitz (1780-1831). egli, sin da bambino affascinato dall’arte della guerra, partecipò attivamente al conflitto scatenato da Bonaparte. Solo dopo essersi arricchito di decenni di esperienza, altro punto chiave per poter interpretare i fatti correttamente, redasse la sua opera più importante. Ma quali intenzioni si era preposto l’autore inoltrandosi in questo progetto letterario?

Il concetto di teoria della guerra

Obiettivo del generale prussiano era di redigere una teoria che spiegasse il funzionamento della guerra. Chiunque, sia figure militari sia qualsiasi altra persona sia interessata all’argomento può utilizzare questa teoria come guida. Per Clausewitz due sono i requisiti che devono principalmente rispettare le teorie di guerra: non contraddire mai la realtà dei fatti ed evitare di divenire una dottrina. egli, infatti critica aspramente i comandanti che sul campo di battaglia si comportano copiando a pennello le mosse di altri comandanti solo perché si sono rivelate esatte. Bisogna che non si abbia un’idea standardizzata della guerra perché ognuna e differente dall’altra. Quest’idea scaturisce senz’altro dalla situazione militare nella quale viene a trovarsi l’europa intera con lo scompiglio generale provocato dal modo di condurre la guerra da parte di un altro generale: Napoleone Bonaparte. Prima della sua entrata in scena le guerre venivano combattute tra piccoli feudatari che si prefiggevano come obiettivo massimo la conquista di qualche provincia poco importante o alcune piazzeforti nemiche. Si trattava di lotte tra eserciti poco numerosi, che coinvolgeva solo le zone di frontiera e interessi di portata quasi ininfluente. Napoleone e la rivoluzione francese introducono u n nuovo elemento in guerra: il popolo. Questo, che fino ad allora  rimaneva escluso dalla guerra gioca, d’ora in poi un ruolo fondamentale nelle guerre napoleoniche e in quelle successive. Gli eserciti del “vecchio regime”  non disponevano ne di quest’arma ne di un generale che sapesse guidare grandi masse in guerra. Questa nuova tipologia di lotta accentua la violenza in guerra e la rende “assoluta” per la prima volta. Ogni elemento, ogni mezzo di cui gli stati belligeranti disponessero, ogni capacità, venivano sfruttati al massimo. Questo perché la nobiltà per la prima volta rischiava il tracollo totale. Si trattava di vita o di morte. Gli stati come la Prussia, l’ Austria e la Russia riformarono i loro eserciti adeguandolo (per quanto potessero) al nuovo corso dei tempi. Il popolo spagnolo reagì all’invasione francese organizzando una tenace resistenza. Tutti gli stati, insomma, furono costretti a dare il meglio di loro stessi per non soccombere al “Liberatore”.

Tuttavia Clausewitz ritiene che esistano dei principi fondamentali insiti nella natura della guerra e che non muteranno mai, qualsiasi arma sia introdotta nei conflitti, come, ad esempio, l’aereo, inconcepibile all’epoca del Congresso di Vienna anche se menti geniali quali Leonardo lo aveva idealizzato già quattro secoli prima. Il primo principio che l’autore vuole mettere in luce riguarda il rapporto tra la politica e la guerra.

“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”

Questa e la formula che racchiude in se il senso della guerra ed il punto di vista principale dal quale bisogna osservare ogni vicenda militare. La guerra e un atto politico prima che violenza. La decisione di entrare in guerra o di uscirne, il momento in cui farla, la meta che s’intende raggiungere attraverso la lotta armata, la quantità di denaro che lo stato e disposto ad investire in rapporto all’entità dei guadagni ai quali la vittoria porterebbe, i rischi che sono ritenuti ragionevoli in relazione al valore degli obiettivi, eccetera, sono tutte valutazioni che spettano solo ai politici. » la loro classe lavorativa che, valutando la capacità dei mezzi militari di entrambe le parti in conflitto, designano lo scopo finale di una guerra che, altro aspetto immutabile nel tempo segnalato da Clausewitz, punta sempre ad una pace vantaggiosa per il vincitore. » da notare che sono i politici a partecipare attivamente alla stesura dei trattati di pace, anziché i generali che hanno guidato gli eserciti in guerra. In quest’ottica i generali non diventano altro che dei funzionari di stato, con alte responsabilità, certo, ma pur sempre dei dipendenti ai servizi dei politici, che gestiscono grossi interessi nazionali. Un ottimo esercito, quindi, e prerogativa di un ottima nazione e di un governo capace. Sun Tzu, stratega cinese vissuto durante l’epoca definita “primavere e autunni”(722-481 a.C.) afferma che uno stato che dispone di un esercito debole e spacciato. I politici oltre ad utilizzare la macchina militare, ne sono i principali organizzatori. A loro maggiormente vanno meriti e colpe dei risultati militari ottenuti dai propri eserciti. Questo perché i politici prendono decisioni importanti sia in materia economica che culturale, piani tra di loro strettamente connessi. Uno stato che e intenzionato a combattere una guerra deve poter far fronte alle spese necessarie. Perciò l’economia dello stato dev’essere sana. Un paese in gravi condizioni finanziare non dovrebbe mai arrischiarsi a tal punto da entrare in guerra, rischierà, però, di essere costantemente preso di mira dalle ambizioni espansionistiche di altri paesi. Senza dubbio, ad un’economia fiorente corrisponde un sistema scolastico efficiente e, quindi, efficace. L’esercito ha bisogno di affidarsi a comandanti ed ingegneri militari bene istruiti. Garantire un’ottima istruzione e compito del governo. Se questa fosse qualitativamente scarsa si andrebbe incontro a numerose disfatte in campo militare (oltre che commerciali) le quali vengono mascherate dai politici presentandole come logica conseguenza di una situazione che, però, non corrisponde a realtà. Tutto ciò avviene in quanto l’esercito e una loro “creatura” . Che dire di un esercito che utilizza carri con torrette non girevoli, caschi più piccoli delle teste dei soldati, scarpe progettate in modo tale da slacciarsi non appena chi le indossa corre? Certamente una nazione che disponesse di un tale esercito sarebbe in deprimenti condizioni culturali ed economiche, nonché in balia dei potenti della terra, vale a dire dei politici che dispongono di un braccio forte attraverso il quale applicare le proprie idee che altrimenti rimarrebbero allo stato embrionale. » interesse dei politici stessi impostare correttamente l’istruzione e, quindi, l’economia e l’esercito di una nazione onde evitare di farsi schiacciare dai nemici o dai propri alleati, interni od esterni che siano. Ma il rischio di un colpo di stato aumenta considerevolmente nel momento in cui un generale ambizioso che viene posto a capo di un esercito potente vuole utilizzare quest’ultimo per rovesciare il governo del paese e porsene a capo. L’unico modo per evitare che ciò avvenga e, al contempo, potenziare la nazione senza che tale possibilità si realizzi,  risiede in una dittatura militare, dove, cioè, la figura politica e militare preminenti nei loro rispettivi ambiti, strettamente connessi tra di loro, risiedono in unico uomo. Cesare e Napoleone rispondono perfettamente a questa definizione. Questi personaggi affiancano il lavoro mentale a quello fisico, suggellandone l’indivisibilità. Non e un caso che chi comandi oggi, esattamente com’era ieri e come sarà domani, disponga dell’esercito più potente del mondo.

Il rapporto hegeliano fra strategia e tattica

Clausewitz afferma che “la natura del soggetto esige in questo caso, più che in ogni altro, di tenere conto contemporaneamente sia delle parti, sia del complesso”. Per questo motivo la sua analisi e cominciata dal rapporto intrinseca tra la politica, come il complesso, e la guerra, come una parte del complesso. Ma all’interno delle vicende militari vige lo stesso tipo di relazione tra la tattica e la strategia. La prima definisce lo schema di ogni combattimento. La strategia e l’arte di utilizzare i risultati delle battaglie per procurarsi un vantaggio. Da qui si evince che i combattimenti hanno significato solo se osservati in relazione alla strategia che ne impiega i risultati. Allo stesso modo la guerra non avrebbe senso, considerata come un mezzo che si impiega senza uno scopo, il quale e definito dalla politica. Il piano di guerra e la massima visione d’insieme dal punto di vista militare.

Chi volesse dare un valore d’importanza riguardo l’andamento di una guerra ad un combattimento senza inquadrarlo nella strategia cadrà certamente in errore. esiste una strategia militare difensiva che può essere di particolare aiuto per comprendere questo concetto basilare: la ritirata all’interno del proprio paese. Quando il nemico e troppo forte per essere battuto in campo c’e la necessità di indebolirlo fino ad un livello sufficiente. Per raggiungere tale scopo si può effettuare una ritirata premeditata nell’entroterra interrotta periodicamente da una resistenza misurata, atta ad indebolire il nemico. Questi combattimenti devono essere di durata breve e vanno cercati in modo tale che l’attaccante non abbia mai il tempo di riposarsi e che sia costretto a predisporsi sempre come se stesse per affondare una battaglia, il che costa sforzi maggiori rispetto al semplice avanzamento. L’attaccante, più entra in profondità più rischia di vedersi tagliata la linea della propria ritirata a causa del suo costante allungamento. Ciò comporta che una parte dell’esercito deve essere posto a difesa della linea di ritirata. Inoltre, mentre chi si ritira dopo aver utilizzato ponti e strade distrugge le medesime, utilizza le risorse alimentari e degli armamenti delle zone che attraversa necessarie al suo sostentamento, l’avanzante si ritrova a dover ricostruire ponti e strade, e a  dover far fronte a una grave carenza alimentare. Tutto ciò, associato ad una resistenza a singhiozzo, termina con lo sfinire l’attaccante al punto tale che verso la fine sarebbe addirittura nociva una vittoria perché sarebbe inutilizzabile visto i pochi uomini rimasti in vita e costerebbe altre perdite. Nonostante ciò potrebbe apparire che il nemico stia avanzando verso il suo obbiettivo sconfiggendo ogni resistenza che incontra sulla propria strada. La questione sta nel dare la giusta importanza ad ogni combattimento. La battaglia decisiva, in questo caso, si verifica quando il difensore, dopo aver ritenuto il nemico sufficientemente indebolito, oppone una resistenza seria, atta a respingere il nemico e nella quale si impiegano, fino a quando la speranza di vincere lo permette, tutte le forze sfruttabili. Solo l’esito di questa battaglia e determinante e, dato che si scontra un esercito provato contro uno non ancora realmente sconfitto, e molto probabile che vinca il difensore. Se ciò accadesse il nemico si troverebbe a dover fronteggiare una situazione esplicabile a pieno attraverso una frase di Clausewitz: “Quale differenza fra i risultati di una battaglia perduta dall’attaccante sulla frontiera od al centro di un paese ostile!”. Sun Tzu, da parte sua afferma che non va mai inseguita una ritirata simulata. Il problema dei generali, sta, però, nel capire se ritratti di una ritirata simulata o reale. Per effettuare una difesa del genere bisogna che sia rispettato un rapporto vantaggioso tra la vastità dell’entroterra e le forze in campo. Questa valutazione va effettuata dal generale in capo il quale, nel compiere tale analisi, tiene conto dei vantaggi profferti da una forma di guerra più forte rispetto a quella utilizzata dall’attaccante: la forma difensiva.

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La preponderanza della difensiva rispetto all’offensiva e le sue due fasi principali

Esistono, in sostanza, due forme di guerra: la difensiva e l’offensiva. Secondo Clausewitz la prima forma e intrinsecamente più forte dell’offensiva. Questo perché chi si pone in difesa gode di numerosi vantaggi rispetto all’attaccante. Primo fra tutti e l’esatta conoscenza del territorio in cui avviene la battaglia da parte del difensore, che, insediandosi molto prima che l’attacco venga sferrato, utilizza al meglio il tempo che gli rimane per poter sfruttare ogni minimo particolare del terreno a proprio vantaggio. Si tratta, quindi di una difesa ponderata con calma e astuzia che si differenzia completamente dall’inerzia alla quale spesso viene associata la forma difensiva. Chi conosce bene il terreno di battaglia può sorprendere il nemico in ogni momento modificando continuamente la tattica secondo il quale il suo esercito e schierato. Inoltre il difensore si avvale di una vera e propria copertura del terreno contro il fuoco nemico. Questo può, altresì, trasformarsi in un comportamento inerziale qualora il difensore si lasciarsi andare ad esso spinto dalla sua semplicità applicativa esattamente come, dall’altra parte, l’attaccante rischia di lasciarsi trasportare dall’impeto conquistando terreni che dopo non e in grado di difendere, come nel caso del sistema difensivo che comporta una ritirata all’interno del paese. Clausewitz afferma che “e più facile conservare che guadagnare”. Ritengo, però, che l’unico modo per conservare bene sia guadagnare, vale a dire che non bisogna fermarsi mai. Certo, delle pause vanno esatte, ma questo concetto mira a diffondere l’idea che sarebbe un grave errore abbassare la guardia una volta che ci si sentisse al sicuro (e questo non vale solo in guerra).

La difensiva, dunque, e la forma di guerra grazie alla quale chi la utilizza in modo ponderato può logorare le forze nemiche. Farlo e necessario dal momento che colui il quale attacca e il più forte (a meno che non si tratti di un’azione dimostrativa). Le forze, quindi, vengono ristabilite grazie a questa capacità logorativa che la difesa o possiede intrinsecamente. Del resto “se la forma offensiva fosse la più forte, non esisterebbe più alcun motivo di scegliere comunque la difensiva”. Una volta che il rapporto numerico tra gli eserciti contrapposti si volge a vantaggio del difensore, e arrivato il momento che il difensore abbandoni la sua forma di guerra e passi all’attacco. Questo e un passaggio altrettanto intrinseco, per Clausewitz, della difesa assoluta, quella, cioè che implica un “risarcimento danni”. L’altro tipo di difesa e quella relativa. In questa, il successivo attacco non e concepito, bensì si tratta unicamente di parare i colpi. Il tipo di difesa che, però, Clausewitz contempla maggiormente e il primo. La questione riguardo alla difesa assoluta sta nel cambiare la forma di guerra al momento giusto. Sarebbe un grosso errore attaccare prima che il rapporto numerico fosse a vantaggio del difensore perché , questo, nell’attaccare abbandona una postazione favorevole ed utilizza una forma di guerra più debole a fronte di un esercito più forte. Altrettanto dannoso sarebbe un attacco tardivo perché questo permetterebbe all’attaccante di ricevere truppe di riserva o di ritirarsi senza correre grossi rischi nel proprio territorio e poter rimandare l’attacco ad un altro momento. La difensiva possiede un altro vantaggio esplicabile direttamente attraverso un’altra frase di Clausewitz: “Tutto il tempo non utilizzato dall’attaccante va a profitto del difensore”. Sun Tzu da parte sua afferma che e lecito, salvo casi particolari, riflettere più d’una volta se attaccare o meno il nemico, ma quantunque si arrivasse alla decisione di attaccare, ripensamenti dal punto di vista militare (e quindi politici) non sono concepibili. Anzi, e necessario attaccare con la massima velocità in modo da paralizzare la difesa. Questo tipo di attacco va sotto il nome di attacco lampo, una forma di guerra divenuta famosa tra le masse dopo essere stata applicata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale conferma la correttezza delle idee clausewitziane

Come si evince dal secondo capitolo di questa ricerca sopra riportato, ogni guerra dovrebbe poter  confermare la teoria di Clausewitz. Tuttavia ho scelto di leggere solo la seconda guerra mondiale alla luce dei concetti sopra esposti. Fino ad ora sono stati riportati i concetti più che altro dal punto di vista della difesa perché questo e il punto di vista che sceglie Clausewitz. Ma se le sue teorie sono esatte, e ovvio che sono dimostrabili anche dal lato dell’offensiva, grande protagonista in questa guerra grazie ai Tedeschi.

Cominciando dall’inizio, e facilmente dimostrabile come siano stati i politici vincitori della “Grande guerra” a provocarne la sua continuazione venti anni dopo il 1818. Questo fu l’anno in cui gli imperi centrali si arresero alla triplice intesa più l’Italia e gli Stati Uniti. Il trattato di pace venne stilato dai vincitori (com’e ovvio che sia) ed imponeva alla Germania di pagare una multa pari a 145 miliardi di dollari del valore di quell’epoca (assi maggiore rispetto ad oggi). I Tedeschi non potevano permettersi di pagare una somma tanto onerosa dopo una guerra assoluta, logarativa, e, dunque, altamente distruttiva. La loro economia era in ginocchio, tanto più che avevano perso il conflitto. Furono, quindi, in un modo o nell’altro, sempre i politici a porre le basi della seconda guerra mondiale.

Dal punto di vista militare, i Francesi si attestavano sulla linea difensiva Maginot, la quale si trovava alla frontiera con la Germania ed era composta da cunicoli sotterranei che attraversavano tutta la linea. A questa, era contrapposta la linea Siegfried. I Tedeschi dovevano sferrare l’attacco, ma evitarono la linea Maginot. Questa e stata con ogni probabilità linea difensiva più potente in assoluto, o quasi, di tutti i tempi, tanto che nemmeno l’esercito tedesco, che si dimostrò capacissimo in guerra, osò attraversarla inizialmente. Non e un caso che anche chi non ha studiato a fondo questa guerra, conosce la linea Maginot, ed ignora completamente l’esistenza della Siegfried, anche se, va ammesso, quest’ultima era poco importante dato l’obbiettivo “positivo” che i Tedeschi si prefiggevano, e cioè, la conquista. I Francesi, invece, si prefiggevano un obiettivo “negativo”: parare i colpi. Perciò necessitavano di una difesa efficiente. era interesse dei Tedeschi non attaccare la Svizzera per cominciare l’invasione della Francia dal fronte svizzero sebbene il piano risultasse più facile rispetto a quello messo in pratica. La Svizzera riforniva la Germania di soldi ed armamenti. Invaderla avrebbe significato offrire agli Alleati la possibilità e la giustificazione per bombardare le industrie svizzere che invece furono risparmiate dai bombardamenti se non fosse per quello che gli Inglesi definiscono “un errore” della loro aviazione che, invece di bombardare Monaco, sgancio le bombe sulla città di Costanza. La Germania fu costretta ad attaccare la Francia da Nord e dovette, per far questo, invadere il Benelux.  Tutto ciò avrebbe implicato per l’esercito un arrivo tardivo in Francia, che avrebbe permesso al nemico di imbastire una difesa sul nuovo fronte. Inoltre il Benelux constava di zone particolarmente impervie. Sia per questo motivo che a causa della Maginot, i Tedeschi dovettero applicare l’attacco lampo. Questo presuppone due prerogative: la sorpresa e la velocità d’attacco, tra di loro strettamente connesse. L’obiettivo di questo tipo d’attacco e di rendere innocuo il sistema difensivo nemico. I Francesi furono attaccati da Nord, lì dove non se lo aspettavano. Lo dimostra il fatto che non esisteva traccia di sistemi difensivi su quel fronte. essi, attaccati all’improvviso in un punto vulnerabile, spostarono rocambolescamente le loro truppe dalla Maginot e le schierarono frettolosamente a Nord. Clausewitz asserisce che la difesa e preponderante rispetto all’attacco solo se ben preparata. Il motivo principale per cui la difesa francese era impreparata e da addebitare non tanto alla sorpresa, bensì alla sorprendente velocità con la quale i Tedeschi seppero attraversare il Benelux e arrivare in Francia. Senza quella velocità i Francesi avrebbe avuto il tempo di imbastire una difesa sufficiente a respingere i Tedeschi. A nulla, invece, sarebbe valsa una velocità anche maggiore contro la Maginot, una linea difensiva preparata in vent’anni di tempo. In una guerra lampo l’importante per l’attaccante e di attaccare il nemico dove la difesa e assente e con una velocità tale da apparire come un lampo, appunto, perché “Tutto il tempo non utilizzato dall’attaccante va a favore del difensore”. Clausewitz ha indirettamente sottoscritto la strategia offensiva tedesca nonostante la guerra lampo “dovrebbe essere una circostanza del tutto estranea alla guerra”. Questo perché, va ripetuto, egli osserva le vicende sotto il profilo difensivo e, per definizione, non c’e difesa che tenga alla guerra lampo. Salvo particolari condizioni, la difesa e preponderante solo nelle guerre di logoramento quali, ad esempio, la prima guerra mondiale. Sun Tzu, che invece studia i problemi militari da parte dell’offensiva, anche se in modo narrativo, si sofferma assai sulla trattazione di questa forma di guerra, la quale e sta il segreto dei migliori generali, come Cesare. L’unico per Sun Tzu modo di ribattere un attacco lampo e quello che  definisce della “precognizione”, ossia l’avvalersi dello spionaggio per conoscere i piani militari nemici prima che questi vengano applicati. Dall’altra parte, un esercito impreparato paga con la sconfitta il maldestro tentativo di condurre un attacco del genere perché in questo bisogna impegnare tutte le forze a disposizione, ed un fallimento non e ammissibile date le conseguenti perdite derivanti dal successivo inseguimento da parte del difensore (difesa assoluta) e lo scompiglio generale dell’attaccante. Innegabilmente, come Clausewitz affermerebbe, e merito delle politiche militari se l’esercito tedesco e stato in grado di mettere in pratica brillantemente la tipologia d’attacco più complicata da applicare, ma che allo stesso momento e da elevare alla migliore forma d’attacco e provoca il minor numero di morti. Anche il servizio di controspionaggio tedesco e da valutare in senso positivo, almeno per quel che concerne quest’operazione. Dall’altra parte, i motivi della disfatta francese, sia in campo militare che spionistico, vanno ricercati nella vita politica francese. Senz’altro, a tale scopo, bisognerebbe analizzare un aspetto importante della Francia dopo la prima guerra mondiale: l’aumento esponenziale dell’influenza dei movimenti socialisti, sicuramente indice di decadenza culturale ed economica. Dunque, per conoscere una guerra bisogna aver chiara la situazione politico, economico, culturale dei paesi in lotta. Clausewitz afferma che “ l’attacco di un campo trincerato sia un compito difficile, e forse inattuabile, per l’attaccante.”. egli parla di difese a cordone sulla frontiera francese spesso “mandate a rifascio” perché mal trincerate. Ma la Maginot era inespugnabile. “ Se la fronte di una posizione, mediante, mediante trinceramenti ed ostacoli, e tanto forte da renderne impossibile l’attacco, il nemico sarà costretto ad aggirarla per attaccarla su un fianco o da tergo.”  » così accadde nel 1871, nel 1914 e nel1940.

Ma perché, allora, i tedeschi persero?. Due sono i motivi principali. Il primo e stato quello di non attaccare la fonte delle riserve degli Alleati, e cioè, gli Stati Uniti. L’attacco giapponese sferrato di sorpresa a Perl Harbour, distrusse gran parte delle navi militari americane, ma non danneggiò minimamente le industrie belliche. La flotta poteva tranquillamente essere ricostruita come avvenne di fatto, tanto più che all’attacco aereo non seguì quello terrestre. L’introduzione dell’aereo come arma non modifica le regole militari della guerra perché quest’arma  può, al massimo, coadiuvare un attacco. I Tedeschi facevano intervenire l’aviazione militare quando non riuscivano a sfondare un fronte. Al vasto attacco aereo che l’Inghilterra affrontò, certamente doveva seguire un attacco terrestre via mare. evidentemente le truppe tedesche non sono riuscite ad imbastire l’operazione di sbarco senza che gli inglesi, mediante il servizio spionistico, ne venissero a conoscenza. Se solo l’attacco fosse stato celato meglio, i Tedeschi sarebbero riusciti ad invadere l’inghilterra, il quale esercito non era sicuramente forte come quello avversario. Il loro esercito arrivò a soli 50 chilometri da Mosca, quando i Russi opposero loro resistenza e tennero sotto assedio Pietroburgo (che allora si chiamava Stalingrad) per più di tre anni. Il territorio era troppo vasto ed un attacco che si protrae nel tempo si logora sempre, anche perché il nemico viene a sapere in tempo dell’invasione e prepara una difesa sufficiente “a parare il colpo”. Ora, i Tedeschi erano riusciti ad invadere quasi completamente la l’europa, e, dove non sono riusciti nel loro intento (vale a dire in Russia e in Inghilterra), e accaduto perché non hanno applicato correttamente la forma dell’attacco lampo. Il secondo motivo per cui hanno perso la guerra e che hanno superato quello che Clausewitz chiama “punto culminante dell’offensiva”. I Tedeschi, trasportati dall’impeto di chi termina sempre vittoriosamente gli attacchi, invasero più territori di quanti ne potessero difendere (anche considerando l’entrata in guerra degli Stati Uniti). Persino le vittoria sarebbero state dannose superato quel punto, esattamente come nella situazione dell’attaccante che segue una ritirata simulata. Beninteso, i Tedeschi, se Americani non fossero intervenuti in guerra con il loro esercito, dopo averlo fatto con aiuti di tutti i tipi elargiti agli Alleati, sarebbero certamente riusciti a mantenere il controllo delle aree invase. Il problema maggiore nelle guerre nel momento in cui queste sono di tipo logorativo o lo diventano a causa del fallimento della guerra lampo, e di disporre di riserve sufficienti, sia umane, che, soprattutto armamentari quando la guerra e di carattere nazionale, o, detto in modo migliore, assoluta. In una guerra lampo le riserve non sono altrettanto importanti. Ma se le zone nemiche le quali riforniscono di riserve tutto il loro esercito non rientrano nelle negli obiettivi che vanno conquistati attraverso una guerra lampo o logorativa che sia, non si speri in una vittoria. Clausewitz pone molte volte l’accento sull’importanza che le riserve ricoprono in guerra soprattutto a causa del modo in egli concepisce i combattimenti, mentre Scipione insegna che quando esiste un problema bisogna sempre  risolverlo alla fonte. Questo fu l’errore madornale dei Tedeschi. Fino a quando hanno seguito l’ideologia di Clausewitz, hanno conseguito innumerevoli successi. Ma hanno fatalmente dimenticato l’importanza del rapporto delle riserve fra i diversi eserciti contrapposti in guerra.

Un altro fatto di questa guerra può essere spiegato attraverso Clausewitz: l’armistizio tra l’Italia e gli Stati Uniti. Il generale prussiano afferma che “Questi cambiamenti politici, prodotti dalla vittoria, se sono di natura tale da divenire svantaggiosi per il vittorioso, saranno probabilmente in ragione diretta dei suoi progressi, non diversamente da quanto avviene quando essi gli sono vantaggiosi. [Ö] “quando un grande stato e vinto, i suoi piccoli alleati si lasciano ben presto trascinare ad un distacco generale, sì che il vincitore si rafforza, da questo punto di vista, ad ogni colpo che vibra.”  In queste frasi, e vero, Clausewitz intende per piccolo uno stato di superficie discreta. Ma e facile che, per un generale, quel “piccolo” possa avere una valenza anche militare. Questo a prescindere dal fatto che, salvo alcune eccezioni, un paese piccolo dispone di poche forze, data che conta la qualità, più che la quantità di queste ultime. Ora, nel momento in cui viene firmato il suddetto armistizio, vale a dire l’8 settembre 1943, era lampante agli occhi dei generali, che la guerra si sarebbe conclusa a favore degli Americani nel giro di poco tempo. La Germania, alleato potente dell’Italia, combatte fino all’ultimo nonostante sapesse già da più di due anni che avrebbe perso la guerra. L’Italia, invece, si arrese subito dopo l’invasione della Sicilia.

Secondo quale criterio prendere posizione nei confronti della guerra?

La guerra e l’arte senz’altro più complessa, suggestiva ed importante che l’uomo abbia mai praticato. Ma in questa rientra anche la violenza, il sangue, la morte. e questo la rende oggetto di numerose critiche da parte dei pacifisti, dei Verdi, dei socialisti, della società “per bene”. Ma la guerra e giusta o no? Per rispondere a questa domanda bisogna comprendere i motivi che spingono i politici a portare le loro nazioni in guerra. Dal punto di vista militare e l’attaccante che viene preso di mira da queste critiche. Ma dal punto vista politico, culturale ed economico, non e affatto detto che sia l’attaccante ad aver recato per primo danni al difensore. Perciò, in tale trattazione, non sono mai state utilizzate parole come aggressore, aggredito, vittima, o verbi come subire e rispondere. Ora, in tale ottica, l’invasore, quando sferra un attacco, va giustificato solo nel momento in cui risponde all’aggressione che subisce, dal paese che attacca, sul piano politico, culturale ed economico come dimostra la seconda guerra mondiale. Altro punto fondamentale per giustificare un attacco e che la guerra diventi necessaria. Ma quando questa lo diventa? Ad esempio, non e giustificabile l’attacco di un paese verso un altro solo perché ci sono state delle piccole incomprensioni diplomatiche, a meno che queste non celino una situazione problematica seria. Decidere se una guerra, date le circostanze nella quale scoppia, sia necessaria, in quanto non si ritiene ammissibile vivere in tale situazione, o meno, e una decisione esecutiva che spetta a chi possiede le redini del paese. Ma anche noi, per emanare un giudizio che ci consenta di schierarsi dalla parte giusta, dobbiamo valutare se la situazione sia ammissibile o meno. Tutte le valutazioni sono arbitrarie, comprese quelle delle istituzioni internazionali.

Ma cosa fare in tempo di pace, quando, però, una guerra e potenzialmente alle porte? Tutti noi vorremmo vivere nella pace, ma la natura del mondo in cui viviamo e la nostra stessa, non c’e lo permettono. Mai negare la realtà, se si vuole evitare di entrare nel campo della metafisica e comportarsi come la colomba nel famoso esempio di Kant.

Ci sarà sempre il popolo che si porrà l’obiettivo di creare un impero, vale a dire un sistema in cui esiste un centro ed una periferia, prima conquistata, poi sfruttata anziché fatta sviluppare. Ci sarà sempre, di conseguenza, una periferia che coverà giusti odi e che esploderà in una giusta guerra. Per evitare di diventare vittime dell’impero o per ribellarsene una volta diventatane una sua periferia, e necessario, e questo e certo, prepararsi alla guerra. I Romani dicevano: “Se vuoi la pace, preparati alla guerra”. Detto in altre parole, l’unico modo per assicurare la pace nel mondo e che tutti gli stati siano talmente preparati alla guerra, che nessuno oserà attaccare l’altro. » la tecnica della dissuasione, e, paradossalmente, e il solo modo per garantire la pace. Nemico della pace, e lo stato che non si prepara alla guerra e lascia all’avversario, che questo sia imperialista o meno, la possibilità di scatenare una guerra. esistono nazioni in cui i giovani arruolati entrano nelle caserme. Ma, invece di prepararsi alla guerra, come ci si attenderebbe, fanno la spola tutto il giorno tra la sala giochi, l’onnipresente televisione, e il bar, dove parlano del calcio visto in tv (anche quello, onnipresente) e dove tre bibite (naturalmente porcherie che mettono a repentaglio la loro salute) vengono pagate al prezzo di una (fonte di indebitamento per lo stato). Tutto ciò significa, o mandare l’esercito dritto verso una carneficina (la propria!), oppure, onde evitare questo crudele scenario, piegarsi al volere di un probabile nemico senza il bisogno di una guerra. eppure, i governi di queste nazioni sono a conoscenza di tale situazione. Chi, dopo aver preteso il comando del paese, non interviene per modificare una situazione pessima o per mantenerne una fiorente, e giudicabile, a buon diritto, criminale a tutti gli effetti.

Donato Anchora, 2002

copyleft nicola zuin 2011

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