La paura dell’inferno

La cristianità è definitivamente spaccata in due dalla Protesta luterana. Lungo la faglia si scontrano gli eserciti, papi e imperatori massacrano principi e contadini. Bruciano sulla legna verde gli eretici e le streghe e in quelle fiamme si forgiano nuove spade e nuove corone. Teologi e filosofi si contendono le ragioni e i torti. Tutti assieme accomunati dalla paura delle fiamme eterne di Satana.

 

tratto da La paura e la meraviglia: percorsi di letture filosofiche

di Nicola Zuin e Alessandro Genovese

 

La paura dell’inferno corre sull’esile filo che separa la vita dalla morte: la paura dell’aldilà proietta la sua ombra sull’al-di-qua, marcando la linea che segna la finitudine dell’uomo.
Cinquecento anni fa, su quella stessa linea si aprì la frattura che, sovrapponendosi al confine settentrionale dell’antico Impero Romano, lungo i corsi del Reno e del Danubio, col fragore di almeno due secoli di guerre, massacri e persecuzioni, spaccò l’Europa cristiana tra la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica.

Davanti alla morte, l’uomo cristiano moderno si sente massimamente solo: solo e finito di fronte all’infinita potenza di Dio che lo giudicherà. Il rischio è l’eterna dannazione, la speranza è la salvezza: il problema della giustificazione si condensa nell’interrogativo circa le possibilità dell’uomo di influire sulla decisione del Signore.

Se Lutero nega categoricamente questa eventualità, affidandosi ciecamente alla volontà imperscrutabile del giudice supremo, Roma continuerà a sostenere invece che l’operare del cristiano può pesare sulla bilancia della giustizia divina.

Riforma e Controriforma mantengono fisso lo sguardo sulla porta dell’Ade, in forme diverse subordinando la vita dell’uomo al giudizio di Dio, ma ribadendo e anzi dipingendo di colori più intensi la minaccia delle eterne fiamme dell’inferno. La minaccia della dannazione terrorizza il cristiano e condiziona le scelte che determinano la sua vita terrena: la storia della Riforma è la storia dell’azione che da quelle scelte deriva. E’ anche la storia di una rivoluzione.

La disputa sulla giustificazione

Lutero è un uomo del Rinascimento: come prima di lui aveva sostenuto Erasmo da Rotterdam, nel ritorno alle fonti del cristianesimo – che è assieme negazione del valore della tradizione ecclesiastica e quindi della Chiesa stessa – intravede l’unica via per un rinnovamento della corrotta coscienza religiosa del suo tempo.

“Io grido: Vangelo, Vangelo! ed essi rispondono: tradizione, tradizione! L’accordo è impossibile”

Ritorno alle fonti del cristianesimo significa per Lutero dare a ciascuno la possibilità di leggere la Bibbia: di qui l’urgenza di tradurla in Tedesco. Ma una volta tradotta, la Scrittura dev’essere compresa nel suo messaggio più profondo. La chiave per comprendere l’intera scrittura si presenta a Lutero in un passo della Lettera di San Paolo ai Romani :

“l’uomo giusto vivrà della fede”

Per Lutero, questo poteva significare soltanto l’impossibilità per l’uomo di guadagnarsi la salvezza: l’uomo può solo aver fede nell’infinita misericordia e giustizia con cui Dio può concedergli la grazia della salvezza.
In questo Lutero è quanto mai distante dallo spirito rinascimentale dell’”homo faber ipsius fortunae” ed è proprio attorno al problema della libertà umana che ruota la nota disputa con Erasmo da Rotterdam.

Su Pressione di ben tre papi (Leone X, Adriano VI e Clemente VII) che lo esortano a prendere posizione a difesa della Chiesa cattolica, nel 1524 Erasmo finalmente scriverà il De libero arbitrio, nel quale, contro la dottrina luterana, sostiene il ruolo secondario ma essenziale della libertà umana.

“Quella forza dell’anima mediante la quale noi giudichiamo, e non importa che tu la preferisca chiamare nous, cioè mente o intelletto, oppure logos, il peccato l’ha oscurata, certo, ma non l’ha spenta. … Tuttavia, essendole stato il suo peccato perdonato per la grazia di Dio, essa volontà è ritornata libera. … Con il soccorso della grazia divina, che si accompagna sempre allo sforzo umano, è possibile proseguire nel dritto cammino, il che non esclude una tendenza al male, rivelatrice del peccato originale”

“Ciò che l’occhio è per il corpo, la ragione lo è per l’anima”

“La scrittura non fa che risuonare di parole come queste: conversione, impegno e sforzo verso il meglio! Ora, tutti questi passi delle scritture non han più alcun senso se si ammette che non siamo liberi di agire bene o male.

In De servo arbitrio Lutero rispose che non è pensabile alcuna libertà dell’uomo, perché la prescienza e l’onnipotenza di Dio la escludono.

“Tu riconosci al libero arbitrio una sia pur modesta forza, ma tale da riuscire del tutto inefficace senza la grazia di Dio. … Ne consegue che il libero arbitrio, senza la grazia di Dio, non è affatto libero, ma è immutabilmente prigioniero e schiavo del male, non potendo da solo rivolgersi al bene. Ne segue che il libero arbitrio è un titolo divino, che a nessuno compete se non alla divina maestà, la quale può e fa tutto ciò che vuole in cielo e in terra. E, se lo si attribuisse agli uomini, sarebbe come attribuire agli uomini la stessa divinità, ciò che costituirebbe il più grave sacrilegio possibile”

“E se non vogliamo eliminare del tutto l’espressione Libero arbitrio, che sarebbe il provvedimento più sicuro e religioso, insegniamo coscienziosamente ad usarlo non rispetto a quanto ci è superiore, ma rispetto a quanto ci è inferiore, e cioè di usare, fare o tralasciare nel campo delle sue facoltà e dei suoi possessi… Ma per il resto la libertà umana non ha libertà per quanto riguarda Dio o le cose pertinenti alla salvezza o la dannazione. L’uomo è prigioniero, soggetto e schiavo o della volontà di Dio o della volontà di Satana”.

Azione e predestinazione

Se la salvezza dipende unicamente dalla Grazia divina, in cui l’uomo può solo avere fede, allora perdono ogni valore le cosiddette opere meritorie. Esse tuttavia non vengono escluse da Lutero, che inverte l’ordine causale del rapporto opera-salvezza e le identifica non più con il seme, bensì con il frutto della salvezza, ovvero con il segno della predestinazione dell’individuo.

“come gli alberi sono prima dei frutti e non i frutti fanno gli alberi buoni o cattivi, così l’uomo deve essere nella sua persona pio o malvagio, prima che possa fare opere buone o cattive” (Lutero, Libertà cristiana, 1520)

Essendo Dio eterno, infatti, la sua volontà si esplica fuori dal tempo e il giudizio che l’uomo attende alla fine della sua vita è in realtà già formulato dall’eternità. Per questo, la fede genuina non può che essere operosa: l’uomo nel mondo deve adattarsi alla pratica del bene, non per acquistare merito, ma per contribuire al perfezionamento della vita associata, in quanto il ruolo che ognuno esercita nella vita sociale (Beruf) è l’unica forma possibile di servizio divino, l’unica opera in cui il cristiano può testimoniare la propria fede e veder testimoniata la propria salvezza.

Erasmo esprime forti dubbi sull’efficacia di un tale ribaltamento:

“quale malvagio si impegnerebbe per correggere la propria vita? Chi potrebbe arrivare ad amare di tutto il suo cuore un Dio che avesse creato l’inferno ed il suo fuoco eterno solo per farvi scontare dentro a dei disgraziati le sue personali colpe, quasi prendesse piacere alle sofferenze umane?” (Erasmo, De libero arbitrio)

Ma Lutero risponde a tono:

“Rispondo: nessuno lo può; infatti, coloro che pretendono di farlo senza l’aiuto dello Spirito sono degli ipocriti che Dio abbandona alla loro sorte. Gli eletti e gli spiriti eletti saranno corretti e migliorati grazie allo Spirito Santo. Gli altri periranno senza esser stati corretti” (Lutero, De servo arbitrio)

Giustificazione e rivoluzione

A guardare in controluce la disputa sul libero arbitrio appare evidente che, al di sotto del dibattito teologico e filologico, il vero tema in questione è quello dell’azione: non solo, come si è visto, sul piano dell’agire dell’individuo in vista della salvezza eterna, bensì, soprattutto sul piano dell’agire politico.

Lutero, sebbene adattando la sua posizione all’evoluzione del quadro politico europeo, è convinto che la vera fede debba imporsi sulla falsa coscienza e sulla corruzione dei costumi

“La vera natura della parola di Dio è di suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo. E’ ciò che afferma pubblicamente il Cristo dicendo: “non sono venuto a portar pace ma spada”. … Voler soffocare la rivoluzione è voler cacciare dal mondo la parola di Dio” (Lutero, De servo arbitrio)

Erasmo, più che di risolvere un problema metafisico e morale, sembra preoccupato di evitare che le dispute teologiche si trasformino in lotta aperta e – come invece accadrà – finiscano per suscitare guerre intestine alla cristianità. Egli ha a cuore soprattutto l’ideale umanistico della pace. Scrive infatti ancora nel De libero arbitrio:

“Ci sono certamente cose che Dio ha voluto ci restassero ignote… Altre cose Egli ha voluto che noi scrutassimo nel silenzio della meditazione mistica… Altre cose invece Dio ha voluto che ci fossero evidenti, particolarmente quelle destinate a regolare la nostra vita. (…) Ci son cose poi tra quelle di questo genere, che non conviene prostituire ad orecchie sprovvedute… mi sembra inutile discuterne davanti al popolo. (…) Ci sono infatti malattie corporali che val meglio sopportare piuttosto che guarire, come quella lebbra che non si può sanare se non tuffandosi in un bagno di sangue ancor caldo di bambini sgozzati. Parimenti è di certi errori che provocano meno danni a tenerli nascosti che a cercar di estirparli”

Omnia sunt communia

Fin dal 1519 Lutero aveva corteggiato Erasmo per associarlo alla causa della Riforma, ma l’umanista aveva declinato, giudicando inopportuno l’atteggiamento “poco moderato” del frate agostiniano, attirandosi così da parte quest’ultimo l’accusa di passivo “spettatore” della storia. Pochi anni più tardi, paradossalmente, Lutero si sentì muovere la stessa accusa da parte di altre voci della Riforma (Zwingli, Calvino) che ritennero inconcludente e sterile la posizione che egli era andato assumendo. La più radicale di queste critiche venne da Thomas Müntzer che, ponendosi a fianco delle rivendicazioni dei contadini tedeschi, accuserà i Luterani di predicare un «Cristo edulcorato» e di vendere «sotto costo la giustizia divina»,

Anche Müntzer concordava sulla necessità di tornare alle fonti del cristianesimo e quindi alla parola di Dio conservata nelle scritture. Ma per “il coniatore” leggere, conoscere e comprendere il vangelo non basta: è necessario viverlo e lottare per realizzare il regno di Dio sulla terra, in questa vita.

Secondo Müntzer, i luterani – come i cattolici – pretendono essere i mediatori fra Dio, la cui parola essi intendono cristallizzata una volta per sempre nelle Scritture, e il popolo: e per essi solo attraverso la lettura e la meditazione delle Scritture si può aver fede; invece, per Müntzer, il singolo, per acquisire la fede, deve essere in diretta comunicazione con Dio, che dunque si rivela e parla nel presente e indipendentemente dalle Scritture. La trasformazione avvenuta con una fede così realizzata comporta una trasformazione anche nei rapporti fra gli uomini, nella concreta realtà sociale nella quale essi necessariamente vivono:

«impossibile sopportare più a lungo che si attribuisca alle parole latine una forza particolare, come fanno gli stregoni, e che il popolo esca di chiesa più ignorante di quando vi è entrato»;

«non possono difendere la fede cristiana con una Bibbia che non sia stata messa in pratica, anche se cianciano tanto. … Sulla vera e vivente Parola di Dio non si è mai aperto bocca e non si è riflettuto».

“solo i profeti e poi Cristo e gli apostoli «piantarono nei cuori degli eletti» la vera Parola di Dio; ma la comunità non rimase «vergine oltre l’epoca della morte degli apostoli e subito dopo è divenuta adultera».

La Chiesa romana, «impotente nello Spirito, un miserabile sacco di letame, ha voluto possedere il mondo intero […] Hanno privato il gregge di Cristo della giusta voce e hanno fatto del vero Cristo crocefisso un idolo del tutto fantastico. Com’è accaduto ciò? Risposta: hanno rifiutato la pura scienza di Dio e hanno stabilito al suo posto un grazioso, fine, aureo Domeniddio che i poveri contadini sbaciucchiano»;

Cristo è stato schernito «con la diabolica celebrazione di messe, prediche, cerimonie e modi di vita idolatrici; dopo tutto questo, non resta che un ligneo Domeniddio, preti idolatri e lignei, un popolo rozzamente goffo e grossolano, incapace di comprendere la minima dichiarazione di Dio».

La critica di Müntzer a Lutero è perciò teologica, ma soprattutto politica: Lutero – che definì Müntzer il “Satana di Allstedt” – giunse a sostenere la necessaria alleanza della Riforma coi Principi, in funzione antipopolare:

“le riforme vanno fatte col consenso dei prìncipi, cui spetta garantire l’ordine, perché la massa, il Signor Tutti, è per natura ignorante e anarchica”.

Lutero, Fedele esortazione a tutti i cristiani a guardarsi dai tumulti e dalle rivolte 1522 Di tutt’altro avviso, Müntzer, nella Predica ai principi, sostiene che:

il nostro intelletto «non è in grado di intendere alcuna conoscenza, con buon fondamento nella sua coscienza, senza la rivelazione di Dio. Qui l’uomo scoprirà chiaramente che non può camminare con la testa in cielo, ma deve diventare innanzi tutto pazzo nell’intimo».

Lutero fa parte di quell’«empia razza di corruttori» che «si orna ampollosamente della sua fede letterale, negando la benigna potenza di Dio e così vuol rendere Dio muto, folle e fantastico con la sua trovata: parola e fede».

«i potenti, i superbi, gli increduli devono essere tirati giù dal trono perché impediscono a sé e al mondo intero la santa e vera fede cristiana». I potenti si sono intromessi fra Dio e il popolo «per essere i soli a eccellere nella fede e ottenere da tutti il timore, le offerte e la gloria […] essi non sono altro che carnefici e sbirri; questo è tutto il loro mestiere»

«Guarda, i signori e i prìncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra. E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente; ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca.»

(Thomas Müntzer, Confutazione ben fondata, 1524)

Le rivolte contadine si susseguono in molti distretti della Germania, senza tuttavia riuscire a unificarsi; Müntzer cercò in quel periodo di costituire forme di organizzazione e di collegamento fra le città insorte.

«I contadini di Klettgau e Hegau, nella Foresta Nera, sono insorti, forti di 3.000 uomini e più passa il tempo e più il gruppo diviene numeroso. La mia sola preoccupazione è che degli stolti acconsentano a un patto sbagliato, perché non conoscono l’inganno […] e ora su, su, su che è tempo, gli scellerati tremano come cani. Incitate i fratelli a far pace affinché il vostro movimento acquisti consistenza […] non guardate ai lamenti degli empi. Essi vi pregheranno gentilmente, piagnucoleranno e supplicheranno come i bambini […] non dormiamo più a lungo […] su, su, su finché il fuoco arde. Non lasciate raffreddare la vostra spada, non vi infiacchite! Battete, pink, pank, pink, pank sull’incudine di Nembrod, buttate giù la loro torre! Finché essi vivono, non è possibile che vi liberiate dal timore umano. Non vi si può parlare di Dio, finché essi signoreggiano su di voi».

((((Il 7 maggio 1525 la comunità di Frankenhausen rivolge un appello alla città di Mühlhausen perché la soccorra contro «i tiranni di Heldrungen e il duca Giorgio», appello che tuttavia non viene raccolto dalla maggior parte della popolazione, che sostiene Pfeiffer, contrario a impegnarsi

attivamente con le altre città ribelli; solo Müntzer, con 300 uomini, va a Frankenhausen. Un primo attacco dell’esercito dei nobili è respinto il 14 maggio; il 15 maggio 8.000 contadini, a piedi e male armati, mandano un messaggio dalla collina di Frankenhausen ai prìncipi, che hanno schierato, in ordine di battaglia, cannoni, 2.000 cavalieri e 5.000 lanzichenecchi: «Noi confessiamo Gesù Cristo. Non siamo qui per far male a nessuno ma per confermare la giustizia divina. Non siamo qui neanche per spargere sangue. Se anche voi volete questo, non vi faremo nulla».

…ma pretendono la consegna di Müntzer. Respinta la richiesta, le truppe mercenarie attaccano, aggirando la collina dove erano riparati i contadini e travolgendoli facilmente: 5.000 contadini muoiono in battaglia e la strage prosegue nella città. Müntzer, nascosto in una casa, viene riconosciuto da un soldato andato a saccheggiarla; consegnato al conte Ernst von Mansfeld, viene trasferito a Heldrungen e torturato. Il 17 maggio scrive una lettera ai cittadini di Mühlhausen, dove si sta dirigendo l’esercito dei nobili, invitandoli a deporre le armi per evitare un’ulteriore inutile strage, ma ribadendo la giustezza di tutte le scelte, politiche e teologiche, fin lì compiute. La città si arrende il 25 maggio.)))))

Il 27 maggio 1525 Müntzer è decapitato insieme con Pfeiffer e gli altri capi della rivolta. Prima di morire disse:

“tutte le cose appartengono a tutti”

Etica protestante e spirito capitalistico

Weber guarda il capitalismo per come gli appare all’inizio del Novecento e prende le mosse da una constatazione: se si guarda alle confessioni religiose professate dai membri più notevoli della classe capitalistica e delle stesse “aristocrazie operaie” in un paese come la Germania, per esempio, dove esistono più confessioni religiose, si può notare che i capitalisti e gli operai di mentalità più moderna sono, in grande maggioranza, protestanti. Sarebbe facile rispondere che ciò avviene perché la Riforma incontrò il proprio successo soprattutto nelle zone più moderne e più ricche d’Europa. In realtà, ritiene Weber, il rapporto tra confessione religiosa e mentalità capitalistica va rovesciato: fu la prima a dare origine alla seconda, e non viceversa.

Bisogna innanzitutto definire ciò che si intende per “spirito capitalistico”: rileggendo alcune pagine scritte da Benjamin Franklin, questo spirito gli appare come la tendenza a organizzare la propria vita e il proprio tempo in funzione del lavoro e del guadagno. Lo spirito capitalistico insomma, non si identifica nella brama di denaro, che tutte le epoche hanno conosciuto, ma piuttosto nella volontà di orientare ogni atto verso una progressiva accumulazione della ricchezza. Lo spirito capitalistico così definito è una caratteristica peculiare dell’Europa moderna e costituisce uno degli elementi che fissano la superiorità del modello occidentale di sviluppo. Ma in che modo questo spirito può essere ricondotto al protestantesimo?

Occorre distinguere, secondo Weber, tra teologia protestante e la pratica di vita che ne discende. In generale si può dire che il tema centrale della teologia protestante è la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio dalla volontà imperscrutabile domina il destino dell’uomo, senza che quest’ultimo possa in nessun modo influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione.

Di fronte a questa situazione l’uomo protestante non ha altra via, per verificare di far parte del numero degli eletti, che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile: nella costanza del lavoro, nella metodicità, nella ferrea organizzazione del tempo, nella fedeltà a una propria “vocazione” in senso laico (Beruf, in tedesco, significa “professione”, ma anche “chiamata”) egli trova modo di lenire il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. L’etica ferrea cui il protestante si attiene gli impedisce, d’altra parte, di dissipare il denaro

La Paura e la Meraviglia II,1 6

guadagnato in divertimenti futili o in lussi, così che i guadagni sono costantemente reinvestiti a determinare quella accumulazione che è una caratteristica fondamentale
dell’economia capitalistica.

Serio, metodico, ordinato, il protestante mette in atto un tipo di condotta eminentemente razionale, le cui radici affondano, tuttavia, in qualche cosa che si distacca dalla sfera propriamente razionale, cioè in una morale religiosa che nulla concede all’edonismo e alla soddisfazione delle gioie della vita. Questo “tipo ideale” di credente è riconducibile soprattutto al calvinista e, in misura minore, al pietista tedesco e al quacchero americano, mentre nessun elemento protocapitalista Weber riscontra nell’etica luterana. Esso ha un precedente notevole, nella storia dell’occidente cristiano, nella figura del monaco, con la differenza, però, che mentre il monaco viveva la propria esperienza di lavoro e di preghiera nel chiuso del convento, il moderno “asceta” protestante la vive nel mondo, con tutte le conseguenze che questa secolarizzazione dell’ascetismo ha per l’evoluzione del sistema produttivo. L’origine profonda dell’etica protestante è veterotestamentaria: secondo Weber la figura del protestante è per certi versi analoga, a quella dell’ebreo, il cui dinamismo economico è effettivamente altrettanto noto.

Paura e meraviglia – II.1 Lutero

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...