l’immensità del mondo

  1. L’immensità del mondo
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Il “lungo secolo XVI”, quello che Braudel racchiude tra la metà del ‘400 e il 1650, è la scoperta dell’immensità del mondo: la modernità è anche questa prima unità del globo terrestre, coinvolto in una avventura che accomunerà tutti gli uomini. Solo l’Islam e la Cina, alla fine del XV secolo,  potevano – secondo lo storico francese – contendere all’Europa la vittoria nella sfida che stava per aprirsi. 

L’Islam, tuttavia, è probabilmente penalizzato proprio dai suoi passati successi: da secoli è la potenza economica dominante del vecchio mondo. Perché varcarne i confini? Ma questo ne segnerà il destino. I Turchi, pur conquistando nel1453 Costantinopoli e con essa l’Impero Bizantino, finiranno per rimanervi imprigionati.

La Cina, dal canto suo, è concentrata su una rete di relazioni a breve distanza: alla rivoluzione nazionale dei Ming del 1368 era seguito un periodo di espansione sui mari che aveva condotto le grandi giunche cinesi fino alle coste africane, nei primi decenni del ‘400, ma questa fase si arrestò bruscamente per la necessità dei Ming di contrastare l’avanzata dei Mongoli da nord.

In Europa, dalla fine del XIII secolo una serie di collegamenti regolari univano Genova (e poi Venezia, Ragusa, Marsiglia, Barcellona) al mare del Nord. Braudel parla di un capitalismo mercantile, “di circolazione”: prodotti pregiati (spezie, sete) verso nord, tessuti, lane e frumento verso sud. Culture e tecniche si scambiano in entrambe le direzioni. E’ l’inizio di una nuova epoca. Si rendono necessari grandi investimenti e una solida organizzazione, che saranno la base per la fase successiva: la conquista del mondo.

La vera scoperta del sedicesimo secolo, sostiene Braudel, sono le rotte oceaniche. Il sistema dei venti è perfetto: gli alisei spingono dritti verso le Antille e la corrente del golfo offre il passaggio di ritorno fino alle Azzorre. La diffusione del timone dritto di poppa consente di affrontare l’Atlantico con precisione e sicurezza. Ma a far salpare l’Europa sono soprattutto le città e le modernità che già contengono: l’economia monetaria, il nazionalismo locale, la ragion di stato, l’egoismo, la crudeltà.

In Asia gli europei giocheranno in posizione di inferiorità fino alla guerra dell’oppio (1839-1842). La Cina e l’India, nella loro immensa estensione territoriale, quasi non si accorgono dell’arrivo degli europei: essi non portano nulla di superiore o comunque di nuovo rispetto a ciò che le loro civiltà producono da secoli, l’argento sembra essere l’unica merce interessante. Per l’Europa, invece, è un affare colossale.

Se l’Asia vende a caro prezzo i suoi tesori e l’Africa resiste con l’inerzia, con la durezza del territorio e con le malattie all’invasione europea, l’America è colta impreparata e le sue grandi civiltà soccombono senza difendersi: condizioni di lavoro massacranti e malattie di importazione finiranno di decimare la popolazione in un momento in cui invece si assiste a un aumento  demografico su scala mondiale.

I prezzi dello sviluppo 

In Europa, dopo la crisi del ‘300 e la peste nera, la popolazione raddoppia: Istanbul, con 700mila abitanti, è la città più grande d’Europa: Parigi ne conta 300mila, Napoli 200mila, Londra 100mila. Anche questo è rinascimento! Milioni di uomini che si traducono in fonte di ricchezze per i prìncipi e per l’economia: le città, assoggettando sempre più la campagna (si moltiplicano le industrie rurali), producono un nuovo slancio verso  un sistema di segno capitalistico.  Fino a tutto il XVIII secolo, le macchine sono eccezioni ininfluenti e ogni progresso si produce col lavoro umano, ma “se il progresso tecnico non muta le condizioni di vita, qualsiasi aumento demografico, benefico all’inizio, è destinato a mutarsi in una realtà malefica”: la disponibilità di manodopera riduce i salari e l’Europa si popola di poveri, mendicanti, briganti6.

A differenza di Asia e Africa, ben prima delle scoperte geografiche, l’economia europea è permeata dalle realtà e dai simboli dell’economia monetaria. L’America vi accede in modo imperfetto: sarà piuttosto fornitrice dei metalli preziosi e della manodopera a basso costo di cui l’Europa ha tanto bisogno.  Dal 1475 si assiste in Europa una forte tendenza al rialzo dei prezzi che si protrae fino al 1650. L’andamento dei prezzi, prima della rivoluzione industriale, è determinato dai cereali: “l’Europa è una civiltà di mangiatori di pane”, scrive Braudel.

Quel che accade nel XVI secolo non è perciò soltanto l’effetto dell’arrivo dell’argento americano, ma il risultato di una complessa interazione tra   andamento demografico, svalutazioni monetarie, curve di produzione, allargamento dei traffici. E’, in fondo, l’altra faccia dello stesso slancio economico. In una tale temperie, solo gli stati solidi, compatti e ricchi possono resistere: soccombono gli stati arcaici, piccoli, le signorie, le città. Dal 1610, il flusso dell’argento americano comincia a calare, determinando le premesse di una crisi che da Siviglia (dal 1503 monopolista dei traffici transatlantici) si allargherà a tutto il mondo.

Capitalismi e capitalisti. 

“Capitalismo“ è una parola oscura e ambigua, per di più coniata intorno al 1900 negli ambienti del socialismo tedesco. Per capire di cosa si tratta, meglio partire, suggerisce Braudel, dai capitalisti. I capitalisti sono all’inizio i mercanti più ricchi. Di solito non si specializzano: ben prima del XVI secolo operano contemporaneamente in molti settori, lane, grani, sete, metalli, chiedono e prestano denaro, trattano coi prìncipi, sono mercanti puri (compro-vendo) oppure operano in verticale (compro, trasformo, immagazzino, trasporto, vendo), qualcuno (soprattutto a Genova) comincia anche a scambiare solo denaro.

Tutti i grandi mercanti operano sulla lunga distanza: perciò hanno bisogno di uomini di fiducia che di solito sono parenti, ma nessun sentimento entra in gioco: il legame tra loro è più simile a quello che lega i vassalli al signore. I mercanti sono accomunati dalla cultura tecnica: innanzitutto la partita doppia (in uso in Italia dal ‘400) e l’arte di scrivere lettere chiare ed essenziali. Nel XVI secolo questo sistema razionale, nel segno dei profitti, vive un enorme processo di precisazione e diffusione.

Tutto questo esiste già da prima delle scoperte geografiche, ma l’oro e l’argento americani portano alla formazione di enormi patrimoni e all’accelerazione della circolazione delle monete, offrendo all’Europa la possibilità di investire oltre le sue capacità di risparmiare7. I vecchi metodi familiari di gestione non bastano più: i mercanti si devono associare, formano grandi monopoli (ad es. quello portoghese del pepe): tra XVI e XVII secolo nascono i primi banchi cittadini (Venezia, Genova, Amsterdam, Amburgo) e le grandi Compagnie inglesi dei “mercanti avventurieri” superate di gran lunga dalla Compagnia olandese delle indie orientali.

Si avvia anche un vasto ritorno del capitalismo alla terra: bene di rifugio, ma anche di esibizione del prestigio sociale. Immensi patrimoni si immobilizzano, ma nello stesso tempo si salvano. Altri patrimoni e risorse sono messi a disposizione degli stati. I finanziatori ebrei della corona di Spagna sono sostituiti dai mercanti stranieri. Il periodo tra il 1560 e il 1627 è il secolo d’oro dei genovesi, che saranno poi sostituiti dai portoghesi. Il denaro e i titoli circolano tra Venezia, Anversa, Firenze, Barcellona, Siviglia, Piacenza. Il prestito a interesse si generalizza: la chiesa condanna la pratica, tranne nel caso del re cattolico. La liquidità è divorata dalle guerre tra gli stati.

Questa prima unità del mondo, esclusivamente marittima, è segnata da una profonda fragilità: Il pianeta è molto più vasto di quello che conosciamo oggi, i mezzi sono molto inferiori, lo sforzo necessario infinitamente maggiore. In Europa convivono molti e diversi capitalismi, radicati localmente, sono collegati fra loro ma non si compenetrano,  ognuno coi propri ritmi e coni propri circuiti: nessuno di essi è in grado di fare il giro del mondo da solo e l’Europa esaurirà presto le proprie forze.  E’ questa la radice dell’andamento a singhiozzo di questo primo capitalismo: solo la rivoluzione industriale fornirà l’energia a getto continuo che farà dell’Europa il padrone del mondo.

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6. Braudel invita a vedere i quadri di Velasquez, Zurbaran e Murillo e a rileggere i romanzi picareschi, ad esempio Riconete y Cortadillo di Cervantes.  Murillo, S. Tommaso Villanueva fa la carità

7. Rappresentando così un’eccezione rispetto alla convinzione di Keynes, il quale afferma che gli investimenti sono possibili solo sulla base dei risparmi.

copyleft nicola zuin 2009

http://www.nowherezone.org

leggi anche:

1. partire dalle domande

2. le radici dell’Europa

3. l’immensità del mondo

4. lo spirito di un’epoca

5. il filo del pensiero moderno

6. (guerra), stato e rivoluzione

7. capitalismo industriale e imperialismo

8. globalizzazione

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