Physis ama nascondersi

camaleonte

Intro: Logos, Physis e Archè

La filosofia costituisce dunque il tentativo razionale dell’uomo di rispondere alla sua sete di sapere: una sete assieme arcaica e inestinguibile, che nello svluppo della civiltà greca ha esaurito la fonte delle narrazioni mitologiche e religiose presso la quale aveva da sempre trovato spiegazione e ristoro. La nascita della filosofia greca coincide con l’avvio della ricerca di una nuova fonte. Persa la possibilità di chiedere risposta al divino, l’unica guida possibile e unico strumento utile per questa umana ricerca è il logos: la ragione, il pensiero, la parola.

Quando Aristotele racconta per la prima volta la storia della filosofia1, fa iniziare questa ricerca con le speculazioni di Talete di Mileto, al quale riconosce il merito di aver cercato per primo una risposta razionale alla domanda più ovvia che poteva venirgli in mente: cos’è la physis? che cos’è la natura? ovvero: cos’è tutta questa roba che mi circonda? Per la mentalità greca, domandarsi di una cosa “cos’è?” equivale a domandarsi “qual’è il suo archè, il suo principio?”. Archè è un concetto ampio e complesso: si riferisce a qualcosa che è assieme il principio, la causa, l’essenza, la sostanza, la materia costitutiva, il nutrimento e il funzionamento di una cosa. Nel caso specifico, i primi filosofi cercarono l’archè di “tutte le cose” e se inizialmente parve loro di poterlo individuare in qualcuno degli elementi materiali, ben presto fu chiaro che il loro sguardo avrebbe dovuto spostarsi in una direzione diversa e guadagnare una maggiore potenza penetrante.

Logos (ragione), Physis (natura) e Archè (principio) sono dunque le prime parole della filosofia greca. Se davvero Talete – e poi Anassimene, Anassimandro e gli altri – siano stati i primi, poco importa. Sicuramente, o almeno con una buona probabilità, qualcuno prima di loro si era interrogato allo stesso modo e allo stesso modo aveva cercato risposta: e forse anche le risposte erano state simili a queste. Quel che fa di Talete il primo fiosofo della civiltà occidentale è dunque forse soltanto la circostanza per cui Aristotele sapeva di lui e non di altri, o pur sapendo di altri, ha deciso di attribuire proprio al fenicio di Mileto questo onore, probabilmente riferendosi a una tradizione ormai consolidata. Ciò che conta, piuttosto, è che quel tentativo sviluppato in una periferica colonia greca, sulle coste dell’Asia Minore, ha prodotto – forse senza intenzione – una ricerca e una discussione che hanno accompagnato la nostra storia e che ancora oggi si chiamano filosofia.

Nota: le fonti della filosofia. Di nessun pensatore greco prima di Platone ci sono giunte le opere o almeno un’opera integra. La nostra conoscenza si fonda quindi soltanto su occasionali citazioni, spesso poco estese, e/o su esposizioni sommarie, per lo più tarde, del mero contenuto filosofico. Sono perciò evidenti i problemi di ricostruzione e interpretazione delle reali questoni sollevate da questi pensatori.

L’opera fondamentale che raccoglie la sostanza del materiale relativo alla prima filosofia greca è Die Fragmente der Vorsokratiker (VS) di H. Diels, riveduta e corretta dalla V edizione da W. Kranz (DK)2.

1. Aria e acqua

taleteSembra che Talete – che visse tra il 624 e il 546 a.C. a Mileto, ma era di origine fenicia (praticamente un immigrato!) – abbia sostenuto che tutta la natura è costituita da un unico principio che è l’acqua:“e forse questa sua opinione gli fu suggerita dall’osservazione che è umido ciò di cui ogni cosa si alimenta e che anche il caldo nasce dall’umidità e sopravvive per mezzo di essa (del resto è principio di tutte le cose ciò da cui esse traggono l’origine)”3.

E le rocce? potrebbero avergli domandato gli spiriti più scettici. Persino la terra, – pare che abbia risposto Talete – come una grande zattera, è sostenuta dall’acqua del mare.

Al di là della bontà o meno della risposta (che pur, entro certi limiti, ha certamente il suo fascino) quello che è interessante per Aristotele è il modo in cui Talete si pone la domanda e soprattutto il suo tentativo di offrire una risposta che non si fondi su narrazioni mitiche o verità religiose: Talete appoggia la validità della sua risposta esclusivamente su un ragionamento, sul logos. Solo il logos è garante della verità della risposta di Talete e solo il logos la può verificare: nessun poeta, nessun sacerdote, nessuna testimonianza religiosa. Solo il logos. Solo il logos, allora, potrà metterla in discussione. Ecco la filosofia! La filosofia nasce quando l’uomo ha cominciato a meravigliarsi della natura, a cercare razionalmente una spiegazione della realtà e razionalmente ha cominciato a discuterne.

180px-AnaximenesE infatti, la qustione sollevata da Talete ha immediatamente coinvolto un suo illustre contemporaneo e concittadino: sempre stando alla ricostruzione di Aristotele, Anassimene (vissuto tra il 586 e il 528 a.C.), avrebbe ribattuto che l’acqua è in realtà anch’essa un derivato del principio primo che non può essere che l’aria. “Principio di tutte le cose che sono dichiarò l’aria; perchè da questa provverrebbero ed in essa tornerebbero a dissolversi. Come l’anima nostra, afferma, che è aria, ci tiene stretti in suo potere, anche tutto quanto l’ordinamento del mondo, è il soffio, e l’aria, che lo contiene”4. L’aria, secondo Anassimene, si addensa e si rarefà, raffreddandosi e riscaldandosi e dando origine a tutte le sostanze: “ed essa si differenzierebbe per radità e densità nelle varie sostanze. E attenuandosi diverrebbe fuoco, addensandosi vento, e poi nube, e, se ancor di più, acqua, e poi terra, e poi pietre, ed il resto da queste cose. Il movimento anche costui lo fa eterno, per via del quale anche il mutamento avverrebbe”5. “La forma dell’aria è di tal genere: quando sia perfettamente uniforme, non è evidente alla vista, ma si evidenzierebbe se fredda e se calda, se fradicia e se in movimento”6.

Anche la teoria di Anassimene, decisamente fantasiosa, sarà ben presto superata: resta fondamentale però, ancora una volta, l’approccio filosofico che non si accontenta della spiegazione già pronta e che anzi scava alle sue radici, tentando di dimostrare con un ragionamento  diverso, una diversa ipotesi.

2. Apeiron e contrari

AnaximanderPure lui di Mileto, contemporaneo di Anassimene e di Talete (di cui era parente e anche discepolo), Anassimandro (610 – 545 a.C.)7 intervenne nella discussione sull’archè (pare anzi che sia stato il primo ad utilizzare proprio questo termine) apportando nuovi e più radicali elementi di riflessione.

“Anassimandro principio ha detto delle cose che sono l’indefinito… ed i fattori da cui è la nascita per le cose che sono, sono anche quelli in cui si risolve la loro estinzione, secondo il dovuto, perchè pagano l’una all’altra, esse, giusta pena ed ammenda della loro ingiustizia secondo la disposizione del tempo”8.

Secondo Anassimandro, principio è dunque l’àpeiron, l’indefinito: letteralmente, l’assenza di limiti.

Nei manuali scolastici l’àpeiron viene solitamente associato a “una materia in cui gli elementi non sono ancora distinti e che perciò, oltre che infinita è anche indefinita”9, oppure all’”unità della natura primordiale”, dalla quale, attraverso un movimento rotatorio, si separerebbero, a coppie di contrari, caldo e freddo, secco e umido e tutti gli altri elementi del mondo10.

A noi pare invece che Anassimandro tracci un’immagine che non possa essere facilmente risolvibile in un processo meccanico (separazione) che interviene a modificare un elemento materiale indefinito. Nel commento di Teofrasto si legge per esempio che dell’àpeiron, Anassimandro

“non dice nè che è acqua nè un altro dei così chiamati elementi, ma una diversa natura indefinita… dicendo di queste cose così con nomi alquanto poetici. Ed è chiaro che costui, all’osservazione del cambiamento dell’uno nell’altro dei quattro elementi, pensò che non meritasse di fare di uno di essi il sostrato, bensì un altro oltre essi; costui non fa avvenire la generazione per alterazione dell’elemento fondamentale, ma col distaccarsi dei contrari nel corso dell’eterno movimento”11.

Le espressioni “diversa natura indefinita” e “un altro oltre essi”, così come la descrizione del processo di generazione e la sottolineatura dello stile mitico e poetico, rimandano ad una dimensione altra e oltre, vale a dire diversa rispetto alla materialità del mondo, la quale si produce essa stessa, appunto, per distacco, ossia separazione e diversificazione dei contrari. I contrari che si staccano dall’àpeiron – prima ancora di essere contrari tra loro – sarebbero perciò contrari all’àpeiron stesso.

In questa separazione e diversificazione ai danni dell’unità indefinita e primordiale consiste quella che Anssimandro chiama “ingiustizia” e che da origine alla “giusta pena ed ammenda”. Generazione-colpa e dissoluzione-ammenda (che costituiscono anch’esse una coppia di contrari) si compiono, dice Anassimandro, “secondo la disposizione del tempo”. Aristotele ricorda che Anassimandro (come gli altri fisiologi) definiva divino l’àpeiron perchè “immortale e indistruttibile”12: se dunque l’àpeiron è eterno, eterno sarà anche il suo movimento ed eterne saranno perciò le sequenze giustizia/ingiustizia in cui eternamente si originano e dissolvono le coppie di contrari. Proprio in questa eternità in cui il tempo ciclicamente si dispone (distende, sviluppa, estrinseca) va forse letto il senso rotatorio del movimento dell’àpeiron.

Più specificamente, l’àpeiron si potrebbe intendere come la condizione stessa di ogni determinazione possibile, ovvero la possibilità che si diano cose determinate: secondo questa ipotesi, ciò che accomuna tutte le cose del mondo sarebbe perciò il fatto che esse, per essere, devono (prima) essere possibili. Essendo poi i mondi potenzialmente infiniti (in quanto si danno nell’eternità), infinita, cioè indeterminata (senza limiti), deve essere pure la loro possibilità.

Quanto ai contrari, la necessità di “generarsi” a coppie deriverebbe, allo stesso modo, dall’impossibilità di definire alcunchè prescindendo dal suo contrario: luce, salute, alto, bello, giusto ecc., per essere determinati, implicano infatti necessariamente l’opposizione o quanto meno il riferimento al loro contrario, buio, malattia, basso, brutto, ingiusto ecc.

Se la nostra lettura fosse plausibile, àpeiron sarebbe perciò, non una sorta di minestrone primordiale rotante, da cui nel tempo si separerebbero, quasi per forza centrifuga, i singoli costituenti destinati infine a dissolversi nuovamente nel tutto, bensì un concetto più generale che indica l’essenziale unitarietà del tutto: un tutto unitario che sarebbe eternamente, vale a dire sempre, costituito dalla compresenza di elementi tra loro contrari e contraddittori.

L’ingiustizia in questo senso consisterebbe nella considerazione parziale e frammentaria degli elementi, così come ristabilire la giustizia sarebbe possibile solo (“secondo il dovuto”) riconoscendo l’unità sostanziale, originaria ed eterna del tutto, del suo movimento e dei suoi costituenti.

Anassimandro sarebbe in questo caso l’artefice di un passo enorme della filosofia che, grazie all’àpeiron, supererebbe il limite dell’indagine fisica della natura per guadagnare il piano dell’analisi concettuale della realtà: un piano su cui trova nuova forma quella concezione arcaica del mondo che affidava ad Apollo e Dioniso il compito di rappresentare la dialettica e l’intima connessione di elementi apparentemente contraddittori.

3. L’anima dei numeri 

shapeimage_1Quella stessa idea – di un mondo costituito dall’eterno contrasto di contrari – vive nel pensiero pitagorico13 una ulteriore trasformazione, assumendo infine un’espressione decisamente lontana dall’immediata percezione delle cose, ma che avrà paradossalmente decisive ripercussioni sulla concezione occidentale del cosmo.

La contrapposizione fondamentale che per i pitagorici segna la struttura del mondo è quella tra corpo e anima.

Secondo la dottrina della “metempsicosi”, l’anima,  psyché, che è divina, pura ed eterna, è “prigioniera” del corpo, soma,  che invece è impuro e mortale: alla morte del corpo, l’anima “trasmigra” in un altro corpo, di un animale o di un uomo, a seconda della bontà della vita che quell’anima aveva condotto14.
Anima e corpo sono tuttavia entrambi numero. Il numero è anzi l’archè di tutte le cose. Racconta infatti Aristotele, che
pareva loro che tutte le cose modellassero sui numeri la loro intera natura e che i numeri fossero l’essenza primordiale di tutto l’universo fisico: e per queste ragioni essi concepirono gli elementi come elementi di tutta a realtà e l’intero cielo come armonia e numero”15.

Per i greci, i numeri avevano dimensione spaziale, erano cioè da intendere come atomi fìsici, minime quantità indivisibili di materia che si uniscono a formare tutte le cose16. Questo, tuttavia, è forse l’aspetto più banale della questione.

Per i pitagorici, infatti, il numero, è anche e soprattutto il kosmos, l’ordine misurabile dell’universo, la numerabilità di ogni cosa e di ogni relazione tra le cose: il movimento degli astri, la successione dei giorni e delle stagioni, i suoni e la musica, le relazioni sociali e le virtù politiche… tutte le cose del mondo sono costituite da rapporti e i rapporti sono numeri.

I numeri si distinguono in due categorie, i numeri dispari e i numeri pari, considerati dai pitagorici rispettivamente limitati (e quindi perfetti) e illimitati (dunque imperfetti)17, diventando così il criterio simbolico per una più generale classificazione di tutte le cose del mondo, che vengono pensate come coppie di contrari: dispari e pari, limitato e illimitato, unità e molteplicità, destra e sinistra, maschio e femmina, quiete e movimento, retta e curva, luce e tenebra, bene e male, quadrato e rettangolo…

Dal punto di vista dei pitagorici, insomma,  la contraddizione (le coppie di contrari) e l’armonia dell’universo (il cosmos) sono due aspetti parziali e coessenziali della stessa realtà, che viene descritta quindi – ancora una volta – come armonia di contrari: il numero costituisce la struttura di questa realtà e ne rappresenta per questo l’espressione più efficace, nonchè l’unica chiave possibile per la sua comprensione.

E’ interessante notare, infatti, che ciò che noi intendiamo col termine “rapporto”, e che in latino viene espresso col concetto di “ratio” (il quale si riferisce esplicitamente alla ragione e al pensiero) è indicato in greco con “Logos”: il rapporto numerico, costituendo assieme la struttura del mondo e quella del linguaggio e del discorso, rappresenterebbe insomma la condizione stessa della possibilità di conoscere e di pensare la realtà.

In questa straordinaria intuizione si fondono allora passato e futuro: se da un lato è difficile sfuggire alla suggestione di un pensiero pitagorico che parrebbe anticipare di quasi duemila anni quel paradigma matematico che Galileo Galilei trasformerà nel manifesto della scienza moderna18, dall’altro lato non si possono non ritrovare in questa visione, tutti quanti gli elementi che costellano dalla notte dei tempi il cielo occidentale del racconto religioso, magico e mitologico del mondo.

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note:

1. ARISTOTELE, Metafisica, Libro I, 983 b

2. Per una ricostruzione dettagliata dell’organizzazione e catalogazione delle fonti, si veda la Premessa al testo, in I Presocratici. Testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle, a cura di A. Lami, BUR

3. ARISTOTELE, Metafisica, Libro I, 983 b

4. AETIUS, De placitis, Raccolta dei pareri dei filosofi, I 3,4 (D. 329b)

5. SIMPLICIO, Physica, 24, 26 (D.476)

6. HIPPOLITO, Confutazione di tutte le eresie, I 7 (D. 560 W.11)

7. DIOGENE LAERZIO, Vite dei filosofi. II, 1-2. Diogene dice che Anassimandro fu politico, astronomo (asserì che la terra è sferica e che è tenuta al centro del cosmo da un equibrio di forze, che la luna non ha luce propria ma è illuminata dal sole; fu lui poi ad inventare lo gnomone, che serviva a misurare l’altezza del sole)  e geografo (a lui si deve  il primo disegno dei contorni delle terre e dei mari e la costruzione del primo mappamondo).

8. SIMPLICIO, Physica, 24, 13 (vgl. A 9)

9. ABBAGNANO, FORNERO, Protagonisti e testi della filosofia, vol. I

10. MASSARO, La comunicazione flosofica, Vol. 1

11. TEOFRASTO, Physicorum opiniones, fr.2

12. ARISTOTELE, Physica, IV, 4, 203 b

13. Molto probabilmente Pitagora non scrisse nulla, coerentemente con il carattere iniziatico delle sue dottrine. La figura di Pitagora rimane avvolta di mistero, circondata da mille leggende che lo raccontano come una specie di sacerdote, mistico e misantropo. Di lui si sa che nacque a Samo attorno al 570 a.C. e che a Crotone fondò una scuola filosofica che fu anche un’associazione politica (in molte città della Magna Grecia i pitagorici assunsero il potere, esercitandolo in modo aristocratico), organizzata come una comunità monacale secondo rigide regole ascetiche, elitaria, chiusa e completamente incentrata sulla persona e sugli insegnamenti del maestro. Alcuni gli riconoscono addirittura natura divina e immortale, altri sostengono che sia morto lanciandosi nel cratere dell’Etna nel 497 o 498. Per tutto questo, non è possibile distinguere tra il suo pensiero personale e quello dei suoi seguaci. Per questo ci si deve riferire più in generale ai pitagorici.

14. Di qui la necessità, in vita, di comportarsi bene e di seguire scruolosamente i precetti che consentiranno all’anima di purificarsi e quindi di accedere a un livello superiore nella vita successiva, fino alla completa purificazione che permetterà di uscire dal ciclo delle reincarnazioni. I pitagorici fanno coincidere questa pratica di purificazione con l’ascesi e la filosofia.

15. Aristotele, Metafisica, Libro I, 5, 985 b

16. E’ Filolao, matematico contemporaneo di Socrate, a dimostrare come dall’unità-punto si generino tutti gli altri numeri e quindi le altre figure geometriche e dunque tutti i corpi fisici.

17. La distinzione si fonda sul particolare modo di rappresentare i numeri, utilizzando punti disposti su un doppio binario: i numeri pari costituiscono in questo modo una sorta di corridoio aperto da entrambi i lati ( :::::: ), mentre l’unità che trasforma il pari in un dispari, venendo collocata in posizione centrale rispetto ai binari ( :::::- ), chude, ovvero completa, definisce, e quindi perfeziona la figura

18. “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo) , ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matamatica e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibie intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. GALILEI, G., Il Saggiatore, Einaudi, p. 33.

copyleft Nicola Zuin, 2009

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